Portobello: la mattanza di un uomo perbene

Portobello ***

“Nel 1959 lo conducevo io”, dice Enzo Tortora davanti alla tv, mentre assiste con tutta la sua famiglia al trionfo di Al Bano e Romina nell’edizione del Festival di Sanremo del 1984 con il brano Ci sarà. Un mondo migliore, forse, ci sarà. Certo non per Tortora. Il tempo scorre in una direzione folle (maledetta clessidra) e Tortora, agli arresti domiciliari dopo aver conosciuto il carcere, da almeno un anno non è più solo il giornalista e mattatore televisivo che incantava gli italiani con Portobello. Per molti (non per tutti però) è un camorrista, uno spacciatore di droga, un traditore dei sogni della gente comune. In quella che ricorderemo come una delle scene più belle della miniserie diretta da Marco Bellocchio, tutti cantano, compresi gli ex compagni dello stesso Tortora, i carcerati che lo hanno accolto tra loro e rispettato.

Dall’alto della sua età e conoscenza del mondo, Bellocchio racconta il caso di malagiustizia più celebre degli ultimi decenni attingendo alle proprie riserve morali e intellettuali. La vicenda, notoriamente assurda e tragica, è sezionata passo dopo passo, attraverso una regia al contempo coinvolgente e immaginifica. Un cineasta consumato, Bellocchio, da una passione, se non proprio da un’ossessione, per i passaggi oscuri della nostra storia nazionale. Tortora, con la sua dignità di combattente mai domo, di uomo perbene aggrappato alla verità e alla giustizia, assurge a qualcosa di più, di altro.

Il Tortora di Bellocchio è quindi, in primo luogo, un martire italiano, come, prima di lui, Aldo Moro. Chi conosce l’autore de I pugni in tasca sa quanto conti l’aspetto umano e politico nel suo modo di intendere e fare il cinema. Il martirio del conduttore di Portobello individua il punto di caduta di un intero periodo storico. Ne deriva un ritratto, sobrio e spietato, di un popolo incapace di maturità e autonomia di giudizio. La superficialità sciatta, il pressappochismo generalizzato, la difesa di casta, la crassa ignoranza, l’ambizione personale eletta a stella polare e la spregiudicata ricerca di notorietà emergono quali mali distintivi della nostra classe dirigente. L’Italia catalizzata dalla tragedia di Tortora mette i brividi proprio perché la riconosciamo.

A volte la verosimiglianza artistica è più forte di una riuscita imitazione. L’idea di “clonare” Enzo Tortora non sfiora Bellocchio. Fabrizio Gifuni rappresenta il suo personaggio con la partecipazione e l’intelligenza del grande attore, ben sapendo che il vero Tortora (come Moro) è irraggiungibile. Insieme a Gifuni compongono il cast principale il premio UBU Lino Musella, memorabile nei panni del pentito, pardon, “dissociato” Pandico, e ancora Alessandro Preziosi, Rosa Maggiora Vergano, Barbara Bobulova, Massimiliano Rossi, Irene Maiorino, Carlotta Gamba, Giada Fortini e Gianfranco Gallo. La colonna sonora è di Teho Teardo. Che Moira Orfei, interpretata da Valeria Marini in un delizioso cammeo, non abbia mai sfilato in sella a un elefante, conta poco. Siamo dalle parti di Fellini, della magia e degli incantesimi. Non potrebbe essere altrimenti.

Enzo Tortora viene arrestato il 17 giugno 1983 nell’ambito di una maxi-operazione contro la camorra. I carabinieri bussano alla porta della sua camera all’Hotel Plaza a Roma e, nonostante le rassicurazioni ricevute, il giornalista è portato fuori in manette (in via del Corso una recente stele segnala il punto dell’accaduto). Le foto scattate all’uscita dell’albergo sono uno shock. Le immagini di lui, celebrità tra le celebrità, arrestato, incarcerato, incredibilmente rapato a zero, si incideranno nella coscienza popolare. A Tortora sono contestati i reati di associazione camorristica e traffico di stupefacenti.

Il grande pubblico, fino a quel momento affezionato e amico del personaggio televisivo (lo testimonia il picco di 28 milioni di spettatori raggiunto dalla trasmissione), assiste sgomento. Questa scissione tra il Tortora reale e quello rappresentato, ma sarebbe meglio dire trasfigurato dal carnevale mediatico, da giornali e televisioni, è una costante di tutte gli episodi. C’è un uomo, calpestato nella dignità, strappato alla professione e comunque tenacemente attaccato ai suoi affetti personali, costretto a confrontarsi con una proiezione malvagia di sé, un alieno spuntato dal nulla che non gli corrisponde affatto pur risultando, all’esterno, per occhi e cuori voyeuristici, il vero, autentico Tortora, il colpevole smascherato nella sua essenza criminale. Il dolore psichico vissuto dall’innocente, colpo dopo colpo, non risulterà meno letale della sofferenza psichica.

Interessante è la genesi del disprezzo verso Tortora che matura nelle carceri, in particolare tra i camorristi “cutoliani”. Cosa indispettisce i killer incalliti della NCO, acronimo per nuova camorra organizzata? Portobello, un format in anticipo sui tempi frutto della creatività di Enzo e di sua sorella Anna, giova ricordarlo, andava in onda ogni venerdì sera. Anche a prescindere dal ruolo riservato al celebre pappagallo Loreto, vera star del programma con il suo inconfondibile becco giallo, Portobello era principalmente un mercatino. Accade allora che un certo Giovanni Pandico detto O’pazzo, criminale psicopatico rinchiuso in una prigione isolana e innamorato della poesia classica, fissa la sua attenzione malata su Tortora. Lo odia, lo ammira, lo invidia, lo detesta. Quando la richiesta del compagno di cella Domenico Barbaro (vendere a Portobello centrini tessuti a mano!) viene respinta dalla redazione, o semplicemente ignorata, il primo malefico incastro si compie.

Accadeva ed accade ancora nei sistemi totalitari, ad esempio nell’Argentina del “Processo di riorganizzazione nazionale” o nel Cile di Pinochet, che un pizzino involontario, un fatale errore nella compilazione di nomi potesse essere sufficiente ad accusare qualcuno di crimini contro lo Stato. Dalla delazione ai garage delle torture, fino ai voli della morte in pieno oceano, il passo era breve. Per Tortora, similmente, il destino riserva un incrocio, un banale incrocio, con un cognome troppo simile al suo, dalla grafia incerta, scritto su un’agendina confiscata a una donna affiliata alle cosche, eppure decifrabile (se qualcuno avesse voluto!), quello di un bibitaro facilmente raggiungibile componendo il numero di telefono riportato poche righe là sotto.

Eh no, insistono i camorristi “pentiti” e “dissociati” davanti ai giudici. Il numero è un codice. I centrini stanno per… partite di droga. Gli osceni Pasquale Barra e Giovanni Melluso, soprannominato Il bello, protagonisti del maxi-processo, confermano le accuse. Che Tortora sia un camorrista, è indubitabile. Parlano chiaro gli incontri col capo in persona, Cutolo alias Don Raffaè, quello col cappotto color cammello cantato da De Andrè. Raccontano cioè di iniziazioni e gerarchie, e anche di foto, poi misteriosamente sparite, del conduttore insieme al boss vecchio stampo della mala milanese Francis Turatello, trucidato proprio dai cutoliani.

Maschere di Pulcinella. Tammurriata nera. Sceneggiate napoletane. Bellocchio traduce questo Festival di assurdità in un carnevale senza gioia, in una giostra crudele simile a una mattanza.

Colpiscono, tra le tante, le allucinate sequenze del trasferimento di Tortora da Regina Coeli, un inferno in terra per restare in tema di letture dantesche, tanto care a Pandico, al più civile carcere di Bergamo (pazzesca la scena della foto scattata dai giornalisti alla guardia carceraria con il pappagallo sulla spalla). Dettagli di una mattanza che restano impressi: le suore affascinate dall’uomo in catene (un diavolo o un gesù cristo qualunque?), gli occhi lucidi delle pecore condotte al massacro. Tortora scende giù, tra i dannati della terra. I suoi compagni appartengono al popolo, delinquenti di varia fattura, ladri, assassini, per lo più di ascendenza proletaria. Ma siamo nei primi anni Ottanta e le patrie galere ospitano anche rivoluzionari falliti, brigatisti non redenti.

Nascono discussioni politiche, qualcuno accusa il conduttore, apertamente liberale, di essere stato lo strumento involontario dei governi democristiani, di aver cioè incantato le masse a fronte delle disastrose condizioni economiche e sociali in cui versa in particolare il Sud Italia. E cosa rappresenta la celebre raccolta fondi per i terremotati dell’Irpinia, se non un pannicello caldo, steso per coprire il fallimento dello Stato? Quella televisione, ricostruita nella serie con attenzione filologica, vista ora, appare effettivamente ingenua, figlia di un connubio empatico tra gli ultimi maghi del genere popolare e telespettatori ancora disponibili a sognare. Tuttavia, il programma di Tortora, con le sue rubriche per l’epoca innovative, aprì la strada a molte delle produzioni di successo dei decenni a venire.

Per lo più, dalle ombre del carcere emerge un’umanità civile e dolorosa. Tortora riserva ai condannati, ricambiato, la simpatia che gli è possibile offrire, derivazione di una cultura classica e di un contegno signorile, garbato, una postura che gli consente di rimanere vigile rispetto ai  degenerati meccanismi interni dell’organizzazione concentrazionaria, basati sul dittico del sorvegliare e punire, per citare Foucault, e incline a forme di paternalismo (paradigmatica la poesia letta in occasione del compleanno del Direttore). Tortora in carcere si ammala. E nessuno, fino ai domiciliari, gli concederà sollievo. D’altronde, è l’agnello sacrificale del sistema, il bersaglio di un’esecuzione. Condannato a dieci anni e assolto in secondo grado, quando è già tardi.

La serie dice, semplicemente, la verità: il caso Tortora è una guerra scatenata contro l’individuo senza il conforto di alcuna prova degna di questo nome. Accanto all’imputato eccellente troviamo l’avvocato Della Valle, successivamente parlamentare, il Partito Radicale che lo difende (“il mio problema è che non sono comunista, né democristiano o massone”), candidandolo alle Elezioni Europee (eletto con 400mila preferenze) e ovviamente gli affetti più cari, le figlie Gaia e Silvia, la compagna Francesca Scopellitti, la sorella Anna. Contro di lui, gran parte dell’opinione pubblica, i giornali salvo poche eccezioni, tra cui spicca la firma di Enzo Biagi, il primo a schierarsi convintamente a suo favore in un celebre articolo pubblicato sul quotidiano La Repubblica.

I magistrati implicati nella vicenda giudiziaria ne escono a pezzi. I giornalisti “di cronaca”, pure. Bellocchio tiene ferma la presa sulla vittima, mentre a attorno si muovono i predatori. “Questa istruttoria è di una tale gravità che non possiamo permetterci il galateo”, dice il giudice istruttore Giorgio Fontana. “Questo processo gronda di sangue”, incalza il procuratore Diego Marmo durante la sua spietata requisitoria in cui definì Enzo Tortora “un cinico mercante di morte”. E si potrebbe continuare, fino a far grondare, di vergogna, la pagina che state leggendo. Tuttavia, perfino più significativa, nell’estetica così marcatamente icastica delle singole figure, spinta ai limiti del caricaturale, risulta la fenomenologia dei magistrati. Occhiali neri, portati anche in Aula, a segnare una distanza incolmabile tra sé e il mondo. Gestualità teatrali, sinistre, angoscianti. La serie non tace nemmeno l’orrore di certi discorsi, in cui l’accanimento verso Tortora risulta funzionale a un desiderio di ordine e disciplina richiesto dall’opinione pubblica.

Ignorate le prove a discarico. Giudicati credibili i pentiti nonostante le palesi incongruenze nelle loro deposizioni e l’assenza di elementi di accusa concreti. Respinta la testimonianza della teste che nega la presenza di Tortora a casa sua, la notte del presunto “battesimo”. Assertive e inquisitorie le modalità seguite durante gli interrogatori e in occasione dei surreali confronti per il riconoscimento dell’imputato. È stato speso, a volte, l’aggettivo “kafkiano” per connotare il calvario del presentatore di Portobello. L’accostamento è inevitabile e ne confermano la validità alcune scene, cariche di senso del ridicolo fino all’oscenità (le scommesse raccolte prima della sentenza…) Tuttavia, non pare del tutto pertinente.

Nella metafisica di Kafka la realtà è inconoscibile. Per questo, di Gregor Samsa trasformato in scarafaggio, si può anche ridere. La cosa diverte solo “chi si trova davanti all’acquario”, come precisò Milan Kundera riferendosi ai personaggi del grande autore del Processo, paragonati, appunto, a pesci costretti a nuotare nell’acqua di una boccia. Kafka era un estimatore del cinema muto. Nei suoi romanzi non mancano scenette riconducibili alla slapstick comedy (si rimanda al bellissimo saggio Questo è Kafka? di Reiner Stach, edito da Adelphi).

Il comico è incosciente, scrisse Henri Bergson nel suo saggio sul riso, perché la comicità è un automatismo vicino alla semplice distrazione. Di Tortora, questo non si può dire, perché della storia vera di Tortora nessuno può effettivamente ridere. In Portobello la tragedia è profondamente umana, laica, eppure in qualche modo anche sacra. Attraverso Tortora (sempre fine e mai mezzo delle riflessioni di Bellocchio) è messa in questione e denunciata la natura profonda del potere, quel livello occulto e taciuto che, perfino in democrazia, determina lo stato di alterazione di un’intera nazione.

I magistrati che accusarono e condannarono Tortora fecero carriera. Fece carriera Diego Marmo, che trent’anni dopo chiese scusa alla famiglia del giornalista, dichiarando di aver agito in buona fede. Nel 2014 fu nominato Assessore alla Legalità del Comune di Pompei. Fecero carriera i procuratori Felice Di Persia, che ordinò il blitz notturno al Plaza, e Lucio Di Pietro, protagonista dell’istruttoria e soprannominato il “Maradona del diritto”. Fece carriera il Presidente che firmò la sentenza, Luigi Sansone. Solo Giorgio Fontana lasciò la toga, per darsi alla professione forense. Fontana, che nonostante i conclamati problemi di salute rifiutò a Tortora i domiciliari, giudicandolo “un imputato pericoloso”, negli anni a venire avrebbe negato di aver commesso un errore giudiziario. Unico a salvarsi e a riscattare la categoria fu un professionista dignitoso e solitario, Michele Morello, il giudice che lo scagionò in appello e alla cui memoria la serie è dedicata.

Caro Tortora, dove eravamo rimasti?

Titolo originale: Portobello

Numero di episodi: 6

Durata: 50 – 70 minuti l’uno

Distribuzione HBO Max

Uscita in Italia: 20 febbraio – 27 marzo 2026

Genere: Biopic, Drama

Consigliato a chi: conosce una misteriosa ragazza che piange, sogna di esporre al Louvre, ha rubato una macchina da scrivere.

Sconsigliato a chi: non crede all’ipnosi collettiva, ha un rubinetto che non sa riparare, non ricorda chi fosse Paola Borboni.

Letture e ascolti paralleli:

Un’immagine: il castello di carte.

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