Tre amiche trentenni partono da Belfast per andare nella campagna del Donegal al funerale di Greta (Natasha O’Keeffe), una compagna di scuola del liceo che è morta, apparentemente, cadendo dalle scale di casa. Avvertite tramite un’email, che peraltro nessuno dei parenti di Greta sembra aver loro inviato, le tre donne si ritrovano in una situazione prima strana, poi surreale ed infine sempre più pericolosa. Saoirse, Robyn e Dara sono molto diverse tra loro: Saoirse (Rosin Gallagher) fa la sceneggiatrice di serie TV, Dara (Caoilfhionn Dunne) si divide tra l’attività come badante e la cura della madre, mentre Robyn (Sinéad Keenan) è impegnata soprattutto a tenere a bada i tre figli e il marito. Le accomuna uno spirito indomabile e battagliero, forgiato a partire da un trauma degli anni del liceo, condiviso con Greta. La presenza al funerale dell’amica sembra loro l’occasione naturale per mettere un punto ad una vicenda che la ha profondamente segnate. Senza rovinarvi il gusto della visione possiamo anticipare che raggiungeranno il loro obiettivo, ma non attraverso il compianto della cerimonia funebre e i ricordi agrodolci della veglia, ma passando da una pericolosa ed avventurosa indagine che le porterà non solo a scoprire che Greta non è affatto morta, ma anche che la loro “versione” del passato è tutt’altro che corrispondente alla realtà. C’è molto di più da scoprire ed è proprio quello che queste tre donne, determinate e appassionate, intendono fare, superando qualunque ostacolo, sia esso di natura meccanica (come i ripetuti guasti all’auto), di natura climatica (la tempesta che le costringe a restare nel Donegal) o di natura, per così dire, umana (l’atipica sicaria che le segue ovunque).
How To Get To Heaven From Bealfast è una serie ambiziosa, realizzata da un’autrice di successo, Lisa McGee (Derry Girls), e con una trama stratificata, ricca di citazioni, battute taglienti e contaminazioni culturali. Il fatto stesso che una delle protagoniste sia una showrunner spalanca lo spazio di molteplici riferimenti “metaseriali” disseminati nel corso di un’indagine che attraversa generi e toni molto diversi tra loro. Le tre protagoniste danno all’indagine il sapore di un’analisi sull’amicizia femminile, sulle modalità, sulle forme e sulla sostanza di un rapporto che il tempo, la distanza e le differenti scelte personali non sembrano aver scalfito.
Il titolo richiama da subito l’ambientazione Nordirlandese, con un ironico riferimento alla vita oltre la morte e quindi, nel nostro portato culturale, alla religione cristiana. La trama esibisce da subito questa specifica appartenenza culturale, con le tipiche ambientazioni irlandesi e con l’utilizzo della lingua tradizionale celtica in alcuni momenti chiave. Nei passaggi da un confine all’altro e nella sospensione tra Londra, Dublino e Belfast, tra campagna e città si intravede anche la peculiare questione del rapporto tra l’Irlanda del Nord e Regno Unito. Un rapporto fortemente segnato proprio dalla religione, cui è storicamente legata l’identità e l’appartenenza politica nordirlandese. Lo spaesamento geografico sembra riflettere anche la fluidità dell’identità delle protagoniste che attraversano le prove della vita senza sapere esattamente dove si trovano e perché. Questo mix di elementi trattati con toni che variano dalla leggera ironia al feroce sarcasmo definisce lo sfondo culturale della serie, che non fa dell’ambientazione un semplice luogo esotico, ma piuttosto un elemento peculiare che informa il passato e il presente dei protagonisti.
La religione esemplifica e sintetizza questo rapporto e non è un caso che nel finale ceda il passo ad una dimensione metafisica più ampia e pacificata, che di fatto coincide con la ritrovata armonia delle protagoniste con sé stesse e con quello che le circonda, al di là delle diversità. Finalmente nel finale le tre donne sembrano sapere esattamente dove si trovano e decidere con consapevolezza di non andare oltre, di non procedere con nuove indagini (almeno fino alla seconda, possibile stagione).
Su questo sfondo si sviluppa il racconto che innesta su di una base crime toni da black comedy nella prima parte, mentre nella seconda parte prevale il dramma legato allo svelamento del trauma. Un’operazione ambiziosa che l’autrice ha sviluppato senza rinunciare a dialoghi di una comicità brillante e spesso surreale. L’ambizione narrativa spinge Lisa McGee a stratificare contenuti e rimandi nel testo, strizzando l’occhio allo spettatore colto e appassionato, con riferimenti alla cultura pop britannica, al cinema di Hitchcock, alla letteratura e alle arti visive, per approdare ad un finale in cui analisi psicologica e simbolismo religioso cercano di lasciare il segno. Forse a livello narrativo la prima parte è più compatta e convincente, con una maggiore capacità di raccontare la nostra società e le nostre fragilità; certo il tentativo della seconda parte di alzare l’asticella, per quanto non del tutto convincente, contribuisce a rendere How To Get To Heaven From Bealfast un prodotto non banale, che riesce ad intrattenere con profondità.
La grande sintonia degli attori e in particolare delle tre protagoniste garantisce credibilità e favorisce la negoziazione con lo spettatore proprio perché pone la loro amicizia al centro della scena. Oltre all’amicizia femminile i temi trattati sono peraltro numerosi: colpa, identità, consapevolezza, elaborazione del lutto, rapporto tra genitori e figli, fallimento del femminismo piegato ad un dimensione capitalista. Tra essi il principale, su cui poggia gran parte del racconto è certamente la gestione del trauma.
Non solo il trauma della piccola Greta, “il grande male” che ne ha condizionato l’infanzia, ma anche quello che ne è scaturito e che ha coinvolto le quattro adolescenti, per passare a Andrew (Josh Finan) che ha perso il padre giornalista e da allora cerca di scoprire cosa gli sia successo o dell’agente Liam (Darrag Hand) che si è trasferito in campagna a seguito di qualche imprecisato avvenimento precedente. Di fatto tutta l’azione ruota attorno ai piccoli o grandi traumi che hanno segnato i protagonisti del racconto. Il superamento dei traumi avviene nel finale, quando vengono elaborati senza sconti emotivi. Vale per le tre protagoniste, vale per Greta, vale per Andrew, ma vale anche per ciascuno di noi e per i piccoli o grandi traumi che ci portiamo dietro e che ci condizionano.
TITOLO ORIGINALE: How To Get To Heaven From Bealfast
DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 50 minuti
NUMERO DEGLI EPISODI: 8
DISTRIBUZIONE STREAMING: Netflix
GENERE: Crime, Drama; Black Comedy
CONSIGLIATO: a quanti sono alla ricerca di un prodotto crime originale, che si pone sul crinale tra generi differenti e con l’ambizione di intrattenere in modo intelligente.
SCONSIGLIATO: a quanti cercano un prodotto compatto e dal ritmo sempre teso: a volte la trama indulge in qualche linea narrativa non essenziale e il ritmo ne risente.
VISIONI PARALLELE: Come detto la serie dialoga con diversi modelli seriali, tra cui ci sembrano rilevanti Fleabag – per il tono humor brillante che convive con traumi e colpa e Dead to Me – per l’intreccio tra lutto, segreti e comicità nera. Se poi siete alla ricerca di una serie con protagoniste femminili e dialoghi brillanti, Derry Girls può essere la scelta giusta.
UN’IMMAGINE: il volo finale degli uccelli, che disegnano liberi nel cielo il simbolo che accomuna le quattro (con Greta) protagoniste è un inno alla libertà e alla pacificazione, superando paure e traumi.

