Sandokan: una serie figlia del nostro tempo, in cui dominano l’azione e i muscoli

Sandokan **

Per chi non lo sapesse, Sandokan (Can Yaman) è un pirata che solca i mari della Malesia insieme al fidato amico portoghese Yanez de Gomera (Alessandro Preziosi) e a una ciurma eterogenea, forgiata da fughe, battaglie e ideali comuni. La serie racconta le origini della “Tigre della Malesia”, mostrando il percorso che lo porterà a trasformarsi da fuorilegge a leader carismatico di un movimento di resistenza contro la dominazione britannica.

La narrazione alterna passato e presente, ricostruendo la perdita della terra e dell’identità indigena a causa dell’espansione coloniale inglese. Proprio da questa ferita nasce la determinazione di Sandokan a riconquistare il proprio posto nel mondo e a diventare la guida di un popolo oppresso, trasformando la pirateria in una forma di lotta politica contro l’imperialismo.

Parallelamente, Sandokan scopre un sentimento nuovo e inatteso: l’amore per Marianna Guillonk (Alanah Bloor), la figlia del console inglese, conosciuta come “La Perla di Labuan”. Marianna è divisa tra l’attrazione per il pirata e il mondo ordinato e protetto in cui è cresciuta. A complicare tutto c’è poi Lord William Brooke (Ed Westwick), ufficiale britannico e cacciatore di pirati, incaricato dal padre di Marianna, Lord Guillonk (Owen Teale), di difendere Labuan e le rotte commerciali dalle incursioni della ciurma di Sandokan. Brooke diventa così rivale di Sandokan, sia sul piano militare sia su quello sentimentale.

Nell’approcciarci a questa serie per la TV, prodotta da Rai Fiction e realizzata da Luxvide, si percepisce come il nostro immaginario sia diverso da quello delle generazioni che ci hanno preceduto. Se per coloro che nel 1976 si apprestavano a seguire in TV lo sceneggiato di Sergio Sollima con Kabir Bedi nel ruolo del protagonista, il riferimento erano i romanzi di Emilio Salgari, oggi invece è proprio la serie TV il primo rimando intermediale; Sandokan (1976) ha segnato l’immaginario non solo di quanti l’hanno vista interamente, ma anche di quanti ne hanno rubato spezzoni o addirittura solo frammenti (Blob docet). Per questa ragione gran parte delle analisi, specie quelle più critiche, hanno paragonato il nuovo Sandokan con la produzione audiovisiva degli anni ‘70, mettendo in secondo piano le avventure scritte a cavallo tra il XIX° e il XX° secolo dall’autore veronese, di cui peraltro oggi si è sostanzialmente persa la memoria letteraria. Poco conta: finché vivrà Sandokan, ci si ricorderà anche di Emilio Salgari, scrittore amato dal pubblico, uomo dalla vita travagliata e costellata da molteplici lutti, morto suicida a Torino nel 1911. Un uomo capace di viaggiare con la fantasia come pochi altri.

La sceneggiatura di questa nuova versione del resto parte dal ciclo malese di Salgari per prendere una strada originale, sia rispetto ai romanzi che alla precedente versione audiovisiva. Sandokan (2025) non ripropone quindi lo sceneggiato degli anni ’70, ma ne reinterpreta lo spirito, attraverso una storia che si concentra maggiormente sulla nascita del mito della Tigre della Malesia che sul contesto socio-politico della colonizzazione anglosassone. Il racconto esplora infatti il passato dell’uomo, descrivendo traumi, scelte e conflitti interiori del protagonista, per far emergere la nascita del mito, con l’ambizione di intrecciare azione e psicologia in un quadro storico immersivo.

Un’ambizione che non sempre trova riscontro, soprattutto per uno sbilanciamento della sceneggiatura verso l’azione, come testimoniano soprattutto gli ultimi due episodi.

Come detto, al centro della narrazione c’è la figura di Sandokan, interpretato da un gigantesco, soprattutto a livello di presenza scenica, Can Yaman. L’attore turco, conosciuto ed amato dal pubblico italiano soprattutto per la telenovela Bitter Sweet-Ingredienti d’amore e per Viola come il mare, ha dovuto mostrare tutta la propria prestanza per reggere l’eredità dell’iconico primo Sandokan, interpretato da Kabir Bedi. Come se non bastasse, a complicare ulteriormente la questione, l’ampiezza emotiva del personaggio che, nell’arco dei nove episodi di questa prima stagione, attraversa una vera e propria trasformazione psicologica, acquisendo quella che negli anni passati si sarebbe definita una “coscienza politica”. E’ forse questa la principale differenza rispetto al suo avversario, Brooke: mentre il futuro “Raja bianco” si muove in una dimensione privata e singolare, Sandokan tende sempre e comunque a muoversi in una dimensione collettiva, indipendentemente dal fatto che la “sua gente” siano i pirati, le ex prostitute di Singapore o la popolazione indigenza sfruttata dagli inglesi. Egli mantiene un atteggiamento guascone e irriverente, ma lo mette progressivamente al servizio di una missione, quella appunto di liberare il suo popolo, oppresso dall’imperialismo. Compito non semplice, che Yaman ha cercato di assolvere nel migliore dei modi, partendo dalla propria fisicità, ma certo con un magnetismo inferiore a quello di Kabir Bedi. Anche la sua spalla, Yanez, percorre un itinerario analogo, solo che il suo movimento è circolare: egli veniva da una precedente dimensione valoriale, come sacerdote in missione.

Persa la fede di fronte alle ingiustizie e al silenzio di Dio, Yanez si è chiuso nel privato, nella sua “famiglia di pirati”. Gli stessi avvenimenti che spingono Sandokan a guidare la rivolta degli indigeni risvegliano qualcosa anche in Yanez, che sente la necessità di andare oltre alla dinamica di un passivo ripiegamento interiore. Il suo atteggiamento religioso, il suo discorso aperto con Dio, appare peraltro in discontinuità rispetto al personaggio della precedente rappresentazione, interpretato da Philippe Leroy che non aveva ombra di sentimenti religiosi. Sarà interessante assistere alla seconda stagione, già ordinata dalla produzione, per capire dove questi cambiamenti porteranno il personaggio e se, magari con più spazio, potrà approfondire la sua ricerca interiore, che in questa stagione è solo abbozzata. Il cast è completato da ottimi attori di matrice britannica, come John Hannah (il sergente Murray) e Owen Teale (Lord Guillonk) a rimarcare il carattere internazionale della produzione, ma soprattutto a garantire, con la loro esperienza, credibilità e coerenza all’esercito di Sua Maestà. Meno convincente invece ci è parso Ed Westwick nel ruolo di James Brooke, penalizzato da un’espressività limitata causata da un trucco (o da un intervento estetico?) troppo pronunciato. Parimenti la giovane Alanah Bloor ci è sembrata un po’ fragile, come presenza scenica, per interpretare un ruolo così ricco di sfumature come quello della Perla di Labuan, vera coscienza critica dell’imperialismo occidentale, superato non con l’intransigenza culturale o la resistenza armata, ma con l’interesse e l’accoglienza di una cultura diversa. Proprio la fragilità di personaggi chiave come Brooke e Marianna rappresenta un limite che pesa non solo sul giudizio del cast, ma in generale sulla valutazione della serie.

La scenografia, i costumi, le ricostruzioni dei maestri di scena sono credibili ed affascinanti, capaci di avvolgere lo spettatore insieme al paesaggio del Borneo, vivido ed emozionante. Le scene di lotta sono realizzate con un ritmo incalzante, forse troppo pronunciato nel finale: gli ultimi episodi sono densissimi di avvenimenti che avrebbero meritato più spazio per coinvolgere maggiormente lo spettatore. Sembra strano a dirsi, ma il Sandokan di Sollima aveva una gestione dei tempi del racconto molto meno frenetica e modernissima nel coniugare dilatazione narrativa, approfondimenti culturali e introspezione psicologica; nella versione odierna, per la regia di Jan Michelini e Nicola Abbatangelo, l’azione tende ad avere uno spazio preponderante e a confinare le altre dimensioni in spazi angusti, sia per tempistica che per importanza.

Una conferma irrinunciabile è costituita invece dalla ripresa dell’iconica sigla, realizzata da Guido e Maurizio De Angelis (gli Oliver Onions) e qui riproposta con un sapiente utilizzo della grafica anni ’70.

Almeno la sigla non delude e mette tutti d’accordo.

TITOLO ORIGINALE: Sandokan

DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 50 minuti

NUMERO DEGLI EPISODI: 9

DISTRIBUZIONE STREAMING: Rai Play, Prime Video, Disney Plus.

GENERE: Drama Action Adventure

CONSIGLIATO: a quanti amano l’azione e vogliono approcciarsi ad un personaggio carismatico. Forse rispetto al passato questo Sandokan ha perso qualcosa della propria valenza politica, ma permane come espressione di una generosità esistenziale tutt’altro che scontata.

SCONSIGLIATO: a quanti si aspettano un’opera calibrata sulla precedente edizione televisiva: le differenza sono numerose, sia nella trama che nel carattere dei personaggi.

VISIONI PARALLELE: scegliete voi se partire dai libri (magari nella nuovissima ristampa Oscar Mondadori) o dalla serie degli anni ’70, in sei episodi, che potete trovare nella videoteca di RaiPlay.

UN’IMMAGINE: Salgari viene omaggiato con la presenza della figura di Emilio, un giovane appassionato di storie, che attraversa il racconto con il suo amore per una giovane indigena.

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