La prima stagione di A Thousand Blows si chiudeva con il colpo mal riuscito delle “Elefantesse” capitanate da Mary Carr e la morte di Alec Munroe. I nuovi episodi, in realtà girati contestualmente al resto della serie, mostrano lo stato di disagio in cui versano i protagonisti. Hezekiah Moscow, dimentico del suo passato da pugile affermato, si è ridotto a combattere a mani nude sulle chiatte e sogna di ritornare in Giamaica. Henry Goodson, dopo aver pestato selvaggiamente il fratello, conduce una vita randagia da alcolizzato rischiando di morire nelle circostanze più tristi. Mary ha perso la leadership della sua banda di ladre e deve rendere conto al viscido Indigo Jeremy.
Tuttavia, Mary non può sopportare il fatalismo della sconfitta, né l’affermazione di presunte, inviolabili gerarchie patriarcali nell’ambito del… crimine organizzato (“gli uomini lavoreranno per noi”, dice). Quando Indigo prova ad approfittarsi di lei pronunciando la frase l’uomo sopra e la donna sotto come Dio ha voluto, ancora non sa che la sua sorte di boss e maschio alfa è già segnata. Il suo assassinio, per mano di un nero (indovinate chi è), fa esplodere il caos.
Nella seconda stagione abbondano i combattimenti corpo a corpo nei vicoli cenciosi della capitale. Le guerriglie urbane tra bande armate sono rese nelle crude tonalità del sangue versato. Arti mozzati e pance ricucite alla bell’e meglio sono normali segni di riconoscimento. Le Elefantesse, abbacchiate e ferite dai precedenti sviluppi, si ricostituiscono con l’obiettivo di realizzare un colpo affascinante. Stavolta c’è addirittura di mezzo una tela di Caravaggio e per arrivare a tanto avranno bisogno del supporto di una specialista molto sui generis.
Nel cast di A Thousand Blows brillano ancora i tre interpreti principali, Malachi Kirby (Hezekiah), Erin Doherty (Mary) e Stephen Graham (“Sugar” Goodson), questi ultimi due reduci dal successo di Adolescence. A loro si aggiunge Catherine McCormack (Sophie). Nel complesso, le prove degli attori sono complementari tra loro, coinvolgenti e magnetiche.
La Londra (lato est) di fine Ottocento, perfettamente ricostruita, è popolata dal solito proletariato di strada. A piccoli bottegai, prostitute e ubriaconi si aggiungono ora gli esuli politici. Un anarchico proveniente dalla Francia, che secondo alcuni informatori avrebbe contrabbandato In Inghilterra una discreta quantità di materiale esplosivo, è l’obiettivo dichiarato dell’ufficiale di polizia Vance Murtagh. L’ex comunardo trova riparo presso la locanda ora gestita da Hezekiah, provando a stringere con lui, il nero delle colonie, il reduce scampato al massacro di Morant Bay, un’istintiva alleanza tra uomini oppressi.
I personaggi acquistano una consapevolezza di sé del tutto inedita. Si prenda Hezekiah, che nel suo periodo di maggiore nostalgia per la terra natia ritrova sul suo cammino la Famiglia Reale britannica. Victoria Davies, la figlioccia della Regina Vittoria nata a Lagos, gli presenta il Principe Albert Victor. Il “secondo alla successione al trono”, noto per la sua timidezza, chiede al giamaicano dal “tocco letale” di allenarlo perché possa vendicarsi sul ring. Perfino i nobili sono vittima di bullismo. Un ex commilitone, rivela il Principe, durante il servizio in Marina non fu esattamente tenero con lui. La risposta del pugile, nella sua chiarezza, introduce un elemento più volte calcato in questa stagione di A Thousand Blows: il senso dell’onore.
“La boxe”, dice Hezekiah, “è arte e scienza”. Non deve essere uno strumento finalizzato a uccidere. Lo sport necessita di regole e nel migliore dei casi educa la mente, trasforma gli istinti. Laddove non vi sono trucchi (di nuovo la correttezza, di nuovo l’onore), la boxe è un match tra pari, perché sul ring il nero può sconfiggere il bianco. L’esercizio sistematico della violenza su larga scala ha sfigurato il mondo. Ma lo sport non è l’estensione della guerra in altre forme.
Hezekiah non teme di dirlo a voce alta: gli appartamenti reali grondano sangue. Le fondamenta dei lussuosi palazzi poggiano sulle ossa dei popoli soggiogati nel corso dei secoli. Compreso il suo. L’occupazione, l’uso indiscriminato della forza, la demonizzazione dell’altro (il selvaggio, of course) e il ricorso all’esproprio coatto di vasti territori sono le costanti del colonialismo inglese e di ogni colonialismo. Per estremo paradosso, la ricompensa offerta dal nobile in cambio degli allenamenti, ovvero una piantagione di canna da zucchero che gli consentirebbe di diventare un uomo ricco, è la stessa terra giamaicana dalla quale fu costretto a fuggire con Alec Munroe. La consapevolezza di sé cresce e nel finale si farà desiderio di avventura in mondi sconosciuti, aperti al Sogno e alla speranza.
Sempre a proposito di valori e del rispetto dovuto a impliciti codici morali, la “mesmerista” americana Sophie Lyons è sicuramente un talento del raggiro, eppure manca di quel senso di intima appartenenza al gruppo che invece è proprio di Mary Carr. Sophie è un lupo solitario e se ne vanta. Il contrasto tra i due modi di intendere la professione non potrebbe essere più evidente. Durante il colpo nella ricca dimora di un mercante d’arte, anche a rischio di mettere a repentaglio il buon esito dell’operazione, Mary non esita a difendere una giovane domestica “infiltrata” da un tentativo di stupro (naturalmente il colpevole è un gentiluomo dell’alta società londinese). Il profitto non è mai il fine assoluto, non è l’altare al quale ogni cosa è sacrificabile. Nei nuovi episodi le Elefantesse dimostrano la propria compattezza, di essere un’unica famiglia. Da loro Mary riceve affetto, stima e considerazione. Perché sa che senza Alice, Eliza e le altre sarebbe una donna sola.
Il destino di combattere in un mondo dominato dagli uomini l’ha resa dura. Ora per Mary è tempo di guardare alla parte vulnerabile di sé, di darle un nome, soprattutto nel momento in cui molte certezze vanno in fumo. La svolta arriva con la visione della madre Jane adagiata sul letto di morte. In questa stagione conosciamo una versione di Mary spiazzante. Non vengono meno né il coraggio né l’intraprendenza, tuttavia emerge, nei suoi comportamenti e parole, una certa fragilità. Forse è il “lavoro” (una messinscena utile ai propri scopi) di modella, presso l’illustre pittore accademico Frederic Leighton, a infonderle la consapevolezza dello scorrere del tempo. Di certo, accetta la possibilità di piangere e perfino di innamorarsi…
Il rapporto tra Mary e Hezekiah assume i contorni di una potenziale relazione amorosa, legata ad una vaga speranza di vita futura da trascorrere insieme. Sia chiaro: nulla sfugge alla finzione, o quantomeno al camuffamento delle intenzioni. Ed è questo l’aspetto più intrigante della protagonista femminile di A Thousand Blows. La spontaneità dei sentimenti non è un’opzione ammissibile, soprattutto in una società così spietata e classista. Contemporaneamente, negare l’attrazione per qualcuno tanto simile a sé, perché ugualmente oppresso, reietto, marginale, risulta un complicato esercizio di rimozione. Hezekiah, d’altronde, pare non indifferente alla bellezza “esotica” (agli occhi occidentali) di Victoria, che però, proprio per ragioni di rango, sebbene nera, è inavvicinabile. In queste triangolazioni gioca un proprio ruolo anche il povero Sugar Goodson, già pretendente di Mary.
Sugar accusa Hezekiah di essersi preso tutto, fidanzata compresa. Autentico pugile “suonato”, uomo dilaniato da istinti autolesionistici, Sugar è un reietto, un loser che sa di aver sbagliato. E si redime, con tutte le tragiche controindicazioni che il gesto comporta. La sua decisione di collaborare con le autorità è giustificata dalla necessità di evitare al fratello “dal cuore tenero” una fine atroce e immeritata. Edward “Treacle” Goodson e suo figlio Thomas acquistano maggiore peso specifico rispetto alla prima stagione. Mentre Edward non riesce a nascondere le sue afflizioni e si spegne in una depressione crescente, Thomas manifesta un’ansia giovanile impossibile da reprimere. Il ragazzo ha la boxe nel sangue: per i Goodson, un incantesimo destinato a ripetersi.
In una società spaccata in due dalle diseguaglianze economiche e sociali l’istinto di sopravvivenza emerge a regola. Nessuno può dirsi innocente. Nell’eterno gioco di guardie e ladri, la polizia londinese agisce sul filo di una pericolosa ambiguità. Un povero sfuggito alla cattura è una verità intollerabile. Significa ammettere che ha un cervello. Se il ricercato è una donna, lo smacco è doppio. Le questioni diventano personali. L’ambizioso Murtagh, abusando della propria autorità, fabbrica prove, schiavizza i sottoposti e minaccia punizioni esemplari. Un autentico villain in divisa capace di compiere, per sua stessa ammissione, azioni terribili. Sulla sua strada Murtagh trova pane duro da masticare. “Vedo una persona condannata a vagare per le strade di Londra Est per l’eternità”, gli sussurra Mary nell’’orecchio.
La scrittura di Steven Knight è sempre sicura. Il padre di Peaky Blinders non cede alle lusinghe del puro intrattenimento e prosegue nella sua operazione creativa finalizzata ad arricchire e innovare il genere crime. Con esiti positivi. In A Thousand Blows il racconto delle vicende personali confluisce all’interno di un unico flusso narrativo bilanciato e compatto. È confermata la scelta di introdurre personaggi storicamente esistiti, in questo caso Sophie Lyons e Frederic Leighton, accanto a figure inventate e comunque attentamente costruite per risultare verosimili.
L’affresco della seconda rivoluzione industriale è filtrato attraverso le disavventure degli ultimi e le mire egoistiche dei ricchi privilegiati. La ladra Eliza, sofferente di mal di denti a causa del preparato tossico maneggiato nella fabbrica di fiammiferi, riflette un universo di miseria distante anni luce dalla sfera di interessi del banchiere newyorkese, divorato dalla brama di possedere un quadro del “barocco italiano” dal valore inestimabile. Bisogno contro sfarzo, indigenza opposta alla cupidigia. Salvo individuare un anello di congiunzione chiamato furto, la scorciatoia di ogni desiderio, banalmente a portata di mano (magari con l’ausilio di un incantesimo collettivo…)
La provocazione è servita. Il capitalismo, ottocentesco e non, affonda le radici nell’illecito, nella sottrazione coatta, nella violazione della proprietà altrui. Se il crimine e la ricchezza sono il frutto avvelenato di un unico parto gemellare, rubare è un’attività funzionale all’insieme o addirittura integrata nel sistema. Ne discende che per il povero è possibile scalare i gradini del ranking sociale affidandosi al proprio talento. In tal senso, il ladro è solo un ricco che agisce senza maschere. Sognare non è proibito. Emblematiche, in tal senso, le ultime parole contenute nella lettera di Mary alle sue compagne, degne dei proclami ottimistici della Silicon Valley: per prosperare in questa vita dobbiamo crederci più grandi del posto in cui ci troviamo.
La materia dei sei episodi è molto densa. Magari qualche figura “di contorno” sarebbe stata evitabile, si veda l’effimera comparsa di Lao (ora legato sentimentalmente all’elefantessa Verity alias “la falsaria”), l’ennesimo uomo condannato a un’esistenza raminga per aver inseguito il demone della vendetta. Ancora, l’accenno ai pittori della Royal Academic of Arts appare troppo fugace, senza dimenticare l’utilizzo strumentale di un soggetto atipico, almeno per gli standard omologanti e tradizionalisti della Corte britannica di allora, quale il citato Principe Albert Victor. Resta, invece, tutta da verificare la consistenza di Nathaniel Washington, fictional character inserito con astuzia nella trama per spostare A Thousand Blows verso i lidi americani. Ammesso e non concesso, però, che la serie abbia una terza stagione.
Sarebbe un peccato. Gli ingredienti per un allargamento del discorso a nuove tematiche ci sono tutti. Nathaniel, oltre a presentarsi come promoter di incontri di pugilato, rivela a Hezekiah che i neri dall’altra parte dell’oceano stanno progressivamente spezzando le catene del pregiudizio razziale, organizzandosi in comunità: “posso camminare per sei isolati senza incontrare una faccia diversa dalla mia”. Le Elefantesse sembrano propense a stringere un’alleanza “transatlantica”. Le lasciamo sulla cresta dell’onda, fiduciosi in nuove mirabolanti avventure. “La strada è il mio palco”, dice Mary Carr nel primo episodio. C’è da crederle e sperare che lo spettacolo non finisca qui.
Titolo originale: A Thousand Blows – Season 2
Numero di episodi: 6
Durata: 50 minuti l’uno
Distribuzione Disney+
Uscita in Italia: 9 gennaio 2026
Genere: Crime, Historical Drama
Consigliato a chi: giudica il prossimo da una stretta di mano, vorrebbe allevare canarini.
Sconsigliato a chi: si addormenta con lo schiocco delle dita, ha infilato nel tubo il dipinto sbagliato.
Visioni e letture parallele: Le menzogne dell’epoca vittoriana nella penna di un grande autore purtroppo sottovalutato: George Gissing, La storia di Denzil Quarrier, Marsilio editore, 2026.
Nella serie si accenna a un killer di prostitute… potrebbe essere lui?
La Vera Storia di Jack lo Squartatore – From Hell di Albert e Allen Hughes con Johnny Depp, disponibile su varie piattaforme.
Una cartolina: candela, arancia, muschio.
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