Marty Supreme

Marty Supreme ***1/2

Un foglio di carta e una pallina da ping-pong che lo attraversa. Bianco su bianco.

Bastano questi elementi a Marty Mauser per convincere il padre dell’amico Dion a produrre per lui delle palline personalizzate di color arancione, in modo da consentirgli di vestire di bianco come i grandi tennisti, senza confondere gli spettatori dei suoi match di tennis tavolo.

Siamo a New York nei primi anni ’50, e il giovanissimo Marty lavora come commesso di scarpe per lo zio, che lo vorrebbe manager. Il protagonista però ha altre idee. Il lavoro in negozio gli serve solamente per raccogliere i 700 dollari necessari a imbarcarsi per l’Inghilterra e partecipare al British Open, dove sogna di sconfiggere l’ungherese Béla Kletzki, campione del mondo prima della guerra, sopravvissuto ai campi di sterminio.

Marty finisce per rubare dalla cassa i soldi necessari, dopo aver messo incinta la vicina Rachel, sposata ad un uomo vile e manesco. A Londra però scopre che il bando agli atleti giapponesi è caduto e in finale, dopo aver battuto l’amico Béla, viene sconfitto da Koto Endo, che gioca con una racchetta innovativa, ricoperta di spugna.

Nel frattempo, insoddisfatto degli alloggi spartani che la nascente federazione di tennis tavolo ha riservato agli atleti, si è trasferito al Ritz, dove conosce e seduce l’attrice dei tempi del muto Key Stone e fa la conoscenza del marito, Milton Rockwell, magnate delle penne stilografiche.

L’inarrestabile Marty rifiuta la proposta di Milton, per una partita di esibizione concordata con Endo a Tokyo, prima dei prossimi campionati del mondo, e finisce per accompagnare Béla in un lungo tour mondiale in cui i due si esibiscono come fenomeni da baraccone, nell’intervallo delle partite degli Harlem Globetrotter.

Rientrato finalmente a New York dopo mesi, ritrova Rachel incinta di 8 mesi e cacciata di casa dal marito, l’amico Dion che ha davvero prodotto le sue palline arancioni e… un debito di 1.500 dollari con l’International Table Tennis Association per le spese del Ritz a Londra.

Nel tentativo di recuperare i soldi per iscriversi al mondiale, finisce invischiato in una brutta storia con il gangster Ezra Mishkin e il suo amatissimo cane Moses. La sua unica speranza è Key Stone. O forse i soldi del marito…

Dopo il sensazionale e adrenalinico Diamanti grezzi e la separazione dal fratello Ben, Josh Safdie ci immerge in un altro nerissimo ritratto americano, traendo ispirazione alla vera storia di Marty Reisman.

Affiancato ancora una volta alla scrittura e al montaggio dal “terzo fratello”, Ronald Bronstein, e sostenuto da un’interpretazione davvero totale di Timothée Chalamet, il regista costruisce un’epopea memorabile su un altro perdente di successo.

Il giovane Marty è un figlio dell’America del secondo dopoguerra e incarna perfettamente le qualità dell’uomo nuovo americano: sicuro di sè fino all’arroganza, intraprendente ben oltre le proprie capacità, ossessivo e maniacale nel coltivare il proprio talento, incapace di accettare un qualsiasi ostacolo sul suo cammino, in grado di vendere qualsiasi cosa, a cominciare da se stesso.

Elegante ed estroso, con un baffetto malandrino alla Clark Gable, acutissimo nel vedere occasioni là dove gli altri si sarebbero arresi di fronte a limiti insormontabili, vive la sua vita senza mai guardarsi indietro, proteso continuamente verso il futuro, in una sorta di corsa continua.

Lo sappiamo, i personaggi dei film dei Safdie sono costantemente in movimento, come attraversati da una corrente continua, che si trasferisce dallo schermo alla sala. Marty Supreme dura due ore e mezza che volano letteralmente, senza una sola pausa per tirare il fiato. Il rilancio dell’azione è continuo, per un personaggio che non riesce a trovare mai pace: non ha una casa, non ha un lavoro, non ha una città a cui ritornare. La sua precarietà è un modo di intendere la vita, sempre sul filo, senza rete di salvataggio.

Marty è al centro di una continua sfida al destino: l’idea della seconda opportunità, così profondamente connaturata al sogno americano si intreccia in modo evidente con l’etica del giocatore che continua a scommettere su se stesso e contro il banco della vita.

Se Marty Supreme è un altro sensazionale studio di caratteri, decisivo è il contributo di tutti i personaggi nel delineare con sempre maggiore accuratezza la personalità del protagonista: dalla madre apprensiva e bugiarda allo zio ansioso di farlo rigare dritto; dall’amico Dion che asseconda le sue strampalate idee commerciali al tassista Wally, socio nelle sue piccole truffe ai tavoli da ping-pong; dall’ungherese Béla, prima avversario poi compagno al giapponese Endo, reso sordo dalla guerra, la sua nemesi sportiva; da Rachel che ha messo incinta e sogna di fuggire con lui sino all’aristocratica diva Key Stone; dal boss ebreo che gli ha affidato il suo prezioso cane al presidente della ITTF, che lo riporta sulla terra, frustrando i suoi desideri di gloria.

Tutti centrali, tutti decisivi, sia pure per pochi minuti sullo schermo, necessari al racconto, grazie a una scrittura che ne esalta la presenza senza mai piegarli a pure funzioni narrative.

Su tutti però emerge il mefistofelico Milton Rockwell, l’uomo di potere che forse Marty non riuscirà mai ad essere, a cui cerca di rubare gli affetti e il successo negli affari, accettando infine un patto faustiano che romperà proprio all’ultimo, trovando un riscatto imprevedibile proprio ad un passo dall’umiliazione.

E forse è un peccato che il film non spinga il suo protagonista più a fondo, come accadeva nel memorabile epilogo del precedente Diamanti grezzi o come ne Lo spaccone, uno dei riferimenti più evidenti nel lavoro di Josh Safdie. Ma questa volta forse i 70 milioni investiti da A24 e la presenza del divo Chalamet hanno consigliato scelte diverse.

Meno radicale e pessimista, il regista trova una conclusione che appare pacificata e consolatoria, per noi e per il suo protagonista. Eppure lo straordinario monologo del vampiro che precede l’epilogo suona come un monito sinistro e ambiguo ed è quello che resta in mente, una volta che appaiono i lunghi titoli di coda.

Qual è il prezzo del successo? Quanto siamo disposti a pagare? E cosa siamo in grado di sacrificare? La disfatta resta un’ipotesi concreta, all’orizzonte. Solo rimandata.

Sorretto dalla fotografia ispiratissima dell’iraniano Darius Khondji, che nel nero e nelle ombre degli interni costruisce tutta l’ambiguità di personaggi spesso odiosi, immerso in una colonna sonora anacronistica che mescola Alphaville, Tears for Fears, Peter Gabriel, The Korgis e New Order alle musiche originali di Daniel Lopatin, Marty Supreme è l’ennesima masterclass di Timothée Chalamet, neo-trentenne icona cinematografica del nuovo secolo, che pare abbia trascorso l’ultimo lustro giocando a tennis tavolo praticamente dovunque, compreso il deserto di Arrakis, durante le riprese di Dune.

La dedizione totale al personaggio, alla sua psicologia e al suo carattere, trascende lo schermo: c’era una volta il metodo Stanislavskij, oggi quelle tecniche teatrali appaiono lontane, ma resta l’idea di un’adesione simbiotica al proprio personaggio. Resta un’idea etica del rapporto tra interprete e ruolo, in cui il primo investe tutto se stesso, quasi ad annullare nel realismo performativo qualsiasi distanza.

Sorprendente anche la quasi inedita Odessa A’zion nel ruolo di Rachel e il vero imprenditore canadese Kevin O’Leary, noto sinora per il ruolo di giudice nello show della ABC Shark Tank, coinvolto da Safdie in un ruolo assolutamente centrale e decisivo. Abel Ferrara è il gangster ebraico in cerca del suo cane, ma appaiono in piccoli cameo anche l’indimenticata Sandra Bernhard, protagonista di Re per una notte, il commediografo, sceneggiatore e regista David Mamet, il funambolo Philippe Petit e diversi giocatori NBA da Tracy McGrady a George Gervin.

Da non perdere.

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