Un gruppo di ragazzi vive a Brightcliffe Home, un’austera villa elisabettiana divenuta un hospice affacciato sulla scogliera, al limitare del bosco: un luogo ricco di segreti con un passato segnato da culti arcaici volti a sfruttare la misteriosa energia che pervade il sotterraneo dell’edificio. Un luogo di dolore, ma anche di miracolose guarigioni. E’ proprio per questo che la giovane e brillante Ilonka (Iman Benson), afflitta da un cancro terminale, decide di unirsi alla comunità, indagando sul passato di Julia Jayne, una donna che, afflitta dallo stesso tipo di malattia di Ilonka, negli anni ’60 ha lasciato la casa di cura misteriosamente guarita. Se il suo arrivo è motivato principalmente dal desiderio di guarire dal cancro, quello che la ragazza trova durante il soggiorno è inaspettato e altrettanto miracoloso: l’amicizia con altri ragazzi nella sua stessa condizione: Anya, Sandra, Spencer e gli altri sono tutti, sebbene per malattie diverse che spaziano dal cancro all’HIV, destinati a non raggiungere la maturità. Il loro legame è peraltro rinforzato da una prassi che ripetono ogni giorno: a mezzanotte si ritrovano in biblioteca, bevono un bicchiere di vino (o lo annusano, se le medicine non gli consentono di assaggiarlo) e uno di loro, a turno o secondo l’ispirazione, racconta agli altri una storia. In genere una storia a sfondo horror, ma anche e soprattutto qualcosa che parla di sé e della propria malattia. Particolarmente complicato per Ilonka è il rapporto con la compagna di stanza Anya (Ruth Codd) che sembra disprezzare lei, il suo ottimismo e … le sue tisane! E’ proprio per trovare ingredienti adatti a preparale che Ilonka inizia a frequentare i boschi attorno alla dimora, cercando erbe e acqua limpida. Ed è qui che incontra Shasta (Samantha Sloyan), una donna misteriosa che conosce qualcosa di più del potere curativo delle piante che crescono nei boschi.
Partendo da un telaio narrativo imbastito sul libro per giovani adulti The Midnight Club, scritto da Christopher Pike nel 1994, il racconto di Mike Flanagan espande la trama e la arricchisce, attingendo anche ad altre storie dello stesso autore, finendo così per realizzare un’opera originale e in cui è ben riconoscibile il taglio autoriale di uno dei maestri della serialità televisiva, sul crinale tra horror e drama. Del resto lo stesso libro da cui Flanagan e Leah Fong, che con lui ha firmato la sceneggiatura e diretto i primi due episodi, hanno tratto ispirazione, non si inserisce in modo univoco nel genere horror. Se in passato il centro della storia era rappresentato dalla famiglia (Hill House e The Fall of the House of Usher), dalla fede (Midnight Mass) o dall’amore (The Haunting of Bly Manor), in questa il centro di tutto è piuttosto l’amicizia. E’ una storia d’amicizia e di un’amicizia non semplice perché vissuta da persone provate dalla vita, depresse, stanche, malate . La sceneggiatura presenta questii caratteri con sensibilità e attenzione, senza mai incappare nei luoghi comuni e nelle strade a senso unico, specie nella descrizione della malattia e di come ciascuno si confronti con essa. Il tema dell’approssimarsi della morte è quello principale, ma la storia di ciascun ragazzo consente di esplorare altre dimensioni, da quelle familiari alle discriminazioni sessuali, per toccare, anche se in modo superficiale, questioni come il diritto alla cura, l’accanimento terapeutico, l’ossessione religiosa, il fine vita.
Ottimo il cast, con giovani interpreti capaci di trasmettere l’alternarsi di emozioni e di condizioni fisiche proprie della malattia. Tutti bravi, con una punta di eccellenza per l’interpretazione di Ruth Cood nei panni di Anya, la cui complessa personalità era tutt’altro che semplice da rendere sullo schermo. Lo stesso si può dire per Iman Benson nei panni di Ilonka e per Igby Rigney in quelli di Kevin. Dal punto di vista tecnico la regia di Flanagan prende magnificamente possesso degli spazi della casa, seguendo i protagonisti con eleganti piani sequenza e rendendo con cromature anticate il trascorrere del tempo. Per incutere paura abbondano, come da tradizione, i jumpscare. Detto questo, 10 episodi risultano essere superiori al necessario: anche le storie raccontate dai ragazzi, capaci di spaziare su un’ampia gamma di registri, dal killer movie al thriller, dalla detective story alla fantascienza, finiscono per essere dispersive e con il presentare livelli tecnici molto diversi tra loro. Se andiamo a vedere il loro peso nell’economia del racconto ci accorgiamo che costituiscono quasi metà del filmato: finiscono così per condizionare e appesantire la fruibilità della trama principale.
Il vero limite della sceneggiatura è però quello di essere stata pensata per un progetto di due stagioni. Il finale lascia dunque aperte alcune questioni rilevanti, come è naturale che sia. Questioni che non vedremo risolte, dato che Netflix ha preferito concentrare le energie creative di Flanagan e le sue capacità produttive su altre serie. Un limite che forse ci porta ad esprimere una valutazione un po’ zoppa, proprio come in definitiva ci è parsa questa prima parte del progetto.
TITOLO ORIGINALE: The Midnight Club
DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 55 minuti
NUMERO DEGLI EPISODI: 10
DISTRIBUZIONE STREAMING: Netflix
GENERE: Horror Drama
CONSIGLIATO: a quanti amano le case stregate, le storie davanti al camino e le amicizie dell’adolescenza.
SCONSIGLIATO: inadatto ad un pubblico di puristi dell’horror tradizionale: qui lo YA drama è preponderante e questo scandisce anche i tempi del racconto.
VISIONI PARALLELE: c’è un che del miglior King in questa narrazione perché unisce l’atmosfera horror a un certo calore familiare, al senso di famiglia e di comunità. Se però volete apprezzare Flanagan al meglio, allora vale la pena vedere (o ri-vedere) Hill House e Midnight Mass, due serie di valore assoluto.
UN’IMMAGINE: Ilonka che balla con la madre in un pulviscolo di luci ha la forza di alludere ad una vita dopo la morte e di farlo con una rappresentazione di grande forza estetica, che rimane ancorata alla realtà senza debordare in rappresentazioni astratte. Questo immaginario dell’al di là è peraltro in continuità con quanto descritto da Flanagan in passato, ad esempio in Midnight Mass.

