Il maestro

Il maestro **1/2

Dopo il notevole polar milanese L’ultima notte di Amore, l’attore e regista Andrea Di Stefano torna a lavorare con Pierfrancesco Favino in questo ritratto dolceamaro di un ex tennista, che ha bruciato vita e carriera, inseguendo i suoi demoni, “un omaggio ai mentori imperfetti, feriti ma pieni di cuore”.

Raul Gatti ha raggiunto gli ottavi di finale al Foro Italico, è stato un talento sregolato e incostante, sulle orme del suo idolo, l’argentino Guillermo Vilas.

Dopo aver messo un annuncio su una rivista di tennis, molti anni dopo, nell’estate del 1989, viene assunto dal padre di Felice Milella, perché alleni il figlio dodicenne, che sta per affrontare il circuito dei tornei nazionali.

Mentre la famiglia Milella rinuncia alle ferie estive per consentire a Felice di inseguire il suo sogno sportivo, Raul e il ragazzo partono sulla Jaguar del maestro verso la Romagna seguendo un rigido schema di allenamenti, dieta e riposo, che mal si adatta allo spirito anticonformista dell’ex tennista.

E infatti sin dalla prima tappa, Raul approfitta del suo fascino per sedurre una collega che accompagna tre ragazzine al torneo femminile, vanificando il programma ideato dal padre di Felice.

Sul campo si accumulano le sconfitte, quando gli insegnamenti paterni e quelli del nuovo maestro entrano inevitabilmente in contrasto. Nella vita invece le macerie del passato di Raul lo inseguono dovunque come un’ombra che rende vano ogni suo tentativo di ricominciare da capo.

Quando tutto sembra precipitare, il ritorno al Club Parthenope, quello da cui aveva iniziato Raul, consente al maestro e all’allievo di fare i conti con le aspettative degli altri e con le proprie responsabilità.

La commedia scritta da Di Stefano con Ludovica Rampoldi e montata con il solito clamoroso senso del ritmo e del contrappunto narrativo da Giogiò Franchini è un crowd pleasure naturale, soprattutto grazie all’intreccio sapiente di molti motivi diversi: dal racconto di formazione al memoir fuori tempo massimo, dal road movie picaresco al film sportivo fino al buddy movie atipico.

Il regista dosa i suoi ingredienti con la sicurezza di un alchimista, facendo de Il Maestro una commedia sensibile e divertita, che non nega i dolori, le sconfitte e le miserie della vita.

Assecondando la grande lezione della migliore commedia di caratteri, cuce addosso al più talentuoso e mimetico dei nostri attori, Pierfrancesco Favino, il ruolo di un perdente senza speranze, bipolare e depresso eppure fascinoso, imprevedibile, generoso. Uno di quelli che si giocano la vita da zero ad ogni risveglio, senza orizzonti da osservare e cercando di dimenticare le sconfitte.

Il suo rapporto con il piccolo allievo, su cui la famiglia piccolo borghese ha investito tutte le proprie speranze di un progresso sociale ed economico è segnato dall’inevitabile ribaltamento delle responsabilità: assennato, giudizioso, stakanovista, il ragazzino, fanfarone dissipatore e viveur, l’adulto. Non a caso il primo ha in camera il poster del robotico Ivan Lendl, il secondo si muove sulle orme dello sregolato Vilas.

Nel corso del viaggio, che sarà per entrambi inevitabilmente trasformativo, i due sono costretti a confrontarsi con se stessi, con i propri desideri e i propri fallimenti, presenti e passati, ricostruendo faticosamente un modo di star assieme, che passa da crisi e riavvicinamenti.

Per Felice è necessario comprendere se ha dentro di sè il talento necessario per inseguire una carriera sportiva di vertice, assecondando lo spirito conservativo del tennis insegnatogli dal padre o quello d’attacco, praticato da Raul.

Per il maestro invece il confronto è più personale, ma si muove sempre nel pendolo tra coraggio e paura. Nella vita Raul è stato assai meno spavaldo e aggressivo che sulla terra rossa: è fuggito dalle sue responsabilità, chiudendosi in un silenzio lungo tredici anni.

Di Stefano si fida giustamente dei suoi attori e Favino lo ripaga con un’altra interpretazione fuori scala, francamente irresistibile, che alterna ironia e dolore, vergogna e rivalsa, con una sensibilità interpretativa unica. Tiziano Menichelli è l’inedito e rigido Felice, gravato (in)giustamente dal peso delle aspettative paterne.

Il resto lo fanno la fotografia calda e corposa di Matteo Cocco e la colonna sonora piena di hit degli anni ’80.

Da non perdere.

 

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