Mektoub, My Love: Canto Due

Mektoub My Love: Canto Due ***

Passa, uccello, passa, e insegnami a passare!
Fernando Pessoa

Sète, Estate 1994.

Amin, il giovane ventenne che ha lasciato gli studi di medicina per la fotografia e la scrittura, ha trovato in Charlotte – come abbiamo visto alla fine di Intermezzola donna capace di ascoltare i suoi silenzi.

Nel frattempo al ristorante della madre arriva una coppia di americani, il produttore Jack Patterson e la moglie Jessica, star di una sdolcinata serie televisiva. Pretendono di mangiare il cous cous, nonostante il ristornate sia in chiusura.

In un modo o nell’altro le donne del ristorante li accontentano, ma la madre di Amin strappa al produttore la promessa di leggere la sceneggiatura scritta dal figlio, The Essential Elements of Universal Existence.

Nel frattempo Ophélie che deve sposarsi a fine mese con Clément, di ritorno dall’Iraq, ma aspetta un figlio da Tony, il cugino di Amin, ha deciso di abortire e vuole che sia proprio l’amico fotografo e sceneggiatore ad accompagnarla a Parigi, con la scusa di comprare il vestito da sposa.

E così tra una giornata al mare e il lavoro nella fattoria del padre, Ophélie prepara un doppio appuntamento col destino.

Nel frattempo agli americani piace davvero il copione che ha scritto Amin, un film di fantascienza umanista, in cui una donna robot si innamora di un uomo.

Vogliono però cambiare il titolo, il finale e farlo interpretare a Jessica. Amin è travolto dalle troppe attese che tutti riversano su di lui e mentre Charlotte lo abbandona, la bionda Céline gli dichiara il suo amore.

Quando però Amin scopre Tony a letto con Jessica – proprio la sera della sua partenza per Parigi – la farsa si trasforma in tragedia.

Nel cuore della notte non resta che fuggire.

Il secondo canto della ballata in tre atti immaginata ormai quasi dieci anni fa da Abdel Kechiche arriva finalmente in concorso a Locarno, dopo essere rimasta bloccata fin dal 2019, a causa del disastro della presentazione di Intermezzo al Festival di Cannes. Le polemiche per la lunghissima scena di sesso orale che chiudeva il film, la fuga della protagonista Opheline Bau dalla prima, irrisolvibili problemi con i diritti musicali e alla fine il fallimento della casa di produzione del regista, hanno tenuto in ostaggio per molti anni anche le riprese, quasi terminate, di Canto Due.

Ora grazie al lavoro del montatore Luc Seugé questo capitolo centrale di una trilogia che forse non si chiuderà mai, vede finalmente la luce nel buio della sala Kursaal del Festival di Locarno, segno infranto di un regista che è stato certamente il più grande tra i francesi del nuovo secolo, ammirato e celebrato in patria coi César e la Palma per La vita di Adele, poi diventato un paria da osteggiare e ripudiare, travolto da scandali privati e da sconfessioni pubbliche in tempo di #metoo.

Solo il cinema, nella sua essenza più pura, riesce a fermare il tempo e a riavvolgerlo, riportandoci a quell’estate degli anni ’90, che aveva travolto di bellezza la Mostra di Venezia del 2017, quando Amin e gli altri meravigliosi protagonisti di Mektoub, My Love sono apparsi per la prima volta sullo schermo.

Shaïn Boumedine, Ophélie Bau, Salim Kechiouche sono ancora e per sempre ventenni, baciati dal sole di un’estate dorata, come perduti nel tempo e nello spazio del cinema, lontani dalle polemiche, dai tradimenti, dalle meschinità della vita e risplendono nel fascio di luce che illumina lo schermo.

E anche se questo Canto Due non ha la forza radicale di Canto Uno, adagiandosi su elementi narrativi più tradizionali, soprattutto per quanto riguarda la lunga disgressione con la coppia di americani, nei rari momenti in cui Kechiche torna a indagare il desiderio, gli sguardi, le parole e i sussurri dei suoi personaggi, ecco che il suo film si accende di nuovo di quella magia travolgente che ci aveva fatto innamorare dei ragazzi di Sète.

Canto Due è necessariamente un film di mezzo, ancor più aperto e irrisolto perché lasciato incompleto in fase di riprese e montato e ripensato solo molti anni dopo, cercando di dare una struttura più tradizionale al grande romanzo di formazione pensato dal regista, che sembra aver tratto pochissimi elementi da La ferita, quella vera, il romanzo di François Bégaudeau, a cui il suo lavoro dovrebbe essere ispirato.

Se infatti Canto Uno si muoveva estaticamente sposando in tutto lo sguardo di Amin, alter ego esplicito dello stesso regista, nel tentativo impossibile di catturare la vita, il desiderio, la verità, il Canto Due rappresenta il momento in cui quella vita, quel desiderio, quella verità vanno raccontate, sublimate in una dimensione puramente narrativa.

Se questo passaggio appare più faticoso del previsto, soprattutto nel ripetersi del solito triangolo amoroso che vede Tony insidiare le donne degli altri e Amin fare da muto testimone delle sue imprese, ecco che qualcosa cambia quando quest’ultimo irrompe sulla scena, muove il destino in prima persona e da narratore si fa protagonista.

In un film che vive nell’occhio dello spettatore come una malinconia lontana doppiamente fuori sincrono, restano addosso alcuni meravigliosi momenti di cinema, quasi sempre originati dall’incontro tra gli sguardi desideranti degli uomini e delle donne: quando Jessica e Tony rifanno il litigio tra De Niro e Pesci in Toro Scatenato, nell’ultimo dialogo tra Ophélie e Amin alla fattoria – apparentemente segnato dal rimpianto un amore che non ha mai avuto la forza di dichiararsi – e poi ancora nel duetto tra Céline e Amin, nella sua stanza, preludio a uno dei pochi momenti corali di questo film.

Kechiche sembra quasi voler allontanare le ombre che l’hanno travolto, eliminando quasi del tutto la dimensione voluttuosa dal suo racconto, l’attenzione ai corpi, alla sessualità, alla stessa componente musicale, che serviva da innesco. Dopo il tumultuoso e orgiastico Intermezzo, che nessuno ha potuto ancora vedere lontano dal Festival di Cannes, Canto Due si fa riflessione crepuscolare, umbratile, necessariamente indecisa sul futuro, lasciando aperti tutti gli interrogativi già posti dal Canto Uno, qui diventati ancora più pressanti.

E’ difficile dire se Abdel Kechiche – colpito da un ictus a marzo che l’ha lasciato quasi privo della parola – riuscirà mai a terminare il suo grande affresco teorico e autobiografico: forse è per questo motivo che Canto Due ci appare ancor più tragicamente malinconico.

La parabola di questo Mektoub My Love sembra stare tutta negli agnellini che Amin ha ripreso alla nascita nel Canto Uno, in uno dei momenti magici di quel film, che qui vengono sepolti dopo essere morti di scabbia: “non sono quelli che hai fotografato” le dice Ophélie, ma è una consolazione che non convince Amin.

I personaggi vivono un’infelicità senza vie d’uscita: Ophélie è legata a due uomini che non desidera e vorrebbe forse ricominciare da capo con l’unico che la ama da sempre; Jessica annega la sua insoddisfazione in una bulimia di vita, sesso, alcol, che la spinge a ripudiare il suo mestiere d’attrice; Charlotte se ne va e Amin sta per coronare il suo sogno di entrare nel mondo del cinema nel modo più frustrante.

E allora non resta che correre, correre lontano, dalle proprie responsabilità e da quelle degli altri, lontano dalla vita che è così deludente, in una notte che si colora di sangue e di amarezza.

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