Questa volta ad essere in pericolo sono alcuni degli agenti storici dell’MI5, tutti protagonisti del passato ora in pensione, come David Cartwright (Jonathan Pryce), o diventati battitori liberi, come “Bad” Sam Chapman (Sean Gilder). Tra questi c’è anche Jackson Lamb (Gary Oldman), impegnato a guidare i ronzini, cioè gli agenti che per motivi disciplinari, problemi psicologici o dipendenze varie sono stati allontanati dal Park, la sede principale dell’MI5, tolti da ruoli operativi e abbandonati in un contesto degradato e senza prospettive di redenzione professionale. Eppure, ancora una volta, è questa banda di debosciati, tra cui spicca il nipote di David, River Cartwright (Jack Lowden) ad accorgersi per prima della minaccia che affiora dal passato dello spionaggio britannico e che si ricollega, nel presente, agli attentati terroristici che hanno appena colpito Londra. L’indagine avrà delle conseguenze impreviste anche per i vertici dei Servizi Segreti, dove la coriacea Diana Taverner (Kristin Scott Thomas), eterna vice, ha a che fare con un nuovo capo, il riformatore intransigente Claude Whelan (James Callis). Tutte le spie però, si sa, nascondo segreti e il nuovo capo del Regent’s Park Headquarter non fa eccezione!
Per lo spettatore che in questi anni (la prima stagione è del 2022) ha acquisito familiarità con il microcosmo del Pantano, immergersi nella nuova stagione del racconto che lo showrunner Will Smith ha tratto dai romanzi di Mick Herron è qualcosa di immediato. Un’operazione peraltro favorita dalla cadenza annuale delle stagioni, organizzate con un format che condensa tutta la vicenda in soli sei episodi. E’ forse questa una delle virtù principali della narrazione, che non conosce gli eccessi di minutaggio di altre produzioni seriali.
L’altro elemento caratteristico è la scelta di affidare la regia ad un unico regista, questa volta tocca ad Adam Randell (I See You) che fa sentire la sua mano, soprattutto nelle scene drammatiche. Rispetto al passato troviamo un incipit più diretto, con due filoni narrativi che però già sul finire del secondo episodio finiscono per riunirsi in uno solo, dato che l’indagine sul tentato omicidio di Cartwright senior riporta direttamente al responsabile del drammatico attentato di Londra con cui si apre la stagione.
E’ quindi un racconto che non presenta sovrapposizioni e intrecci di difficile lettura: la tradizionale complessità diegetica delle spy stories viene qui ridotta in virtù di una chiara leggibilità che rifugge dall’eccesso di salti temporali, sebbene la storia si presenti fortemente influenzata da avvenimenti del passato. Si vuole proporre un racconto che non impegni lo spettatore per essere decifrato, lasciandolo piuttosto libero di godersi l’azione e i colpi di scena, portando l’attenzione più sul singolo personaggio che sulla trama. In questa stagione peraltro andiamo ad approfondire il passato di alcuni dei protagonisti e a smuovere emotività sommerse.
Ancora una volta dunque gli eroi si riveleranno essere i ronzini, gli agenti dell’MI5 abbandonati nel “Pantano” con Jackson Lamb: alla squadra tradizionale composta da River, Louisa (Rosalind Eleazar), Roddy (Christopher Chung), Shirley (Aimee-Ffion Edwards), Marcus (Kadiff Kirwan). In questa stagione il gruppo si allarga con nuove entrate: lo schizzato taciturno J.K. Coe (Tom Brooke, già in The Crown) e l’efficientissima Moira (Joanna Scanlan) che cerca di sostituire la dimissionaria Catherine Standish (Saskia Reeves). Ci sono altre nuove entrate, esterne al Pantano, che si dimostrano in tutto degne della produzione, come il villain, l’ex agente CIA Frank Harness (Hugo Weaving), il nuovo capo dell’MI5, Claude Whelan (James Callis); Emma Flyte (Ruth Bradley) capo dei temuti Dogs, cioè gli agenti incaricati di sbrigare gli affari interni.
Su tutti emergono ancora una volta, garanzia di interpretazioni senza sbavature, Gary Oldman (Jackson Lamb) e Kristin Scott Thomas (Diana Taverner) vero canto e contro canto della serie; entrambi, anche se per motivi diversi, respingenti verso tutti coloro che li circondano, senza affetti familiari, dannatamente bravi nel loro lavoro.
E’ difficile non leggere il racconto come un vero e proprio manifesto di critica alla leadership, vacua e politically correct, della società contemporanea. Chi rimane identico a se stesso e non cede niente alla retorica è piuttosto Lamb, costantemente fuori registro, respingente e urticante in tutte le sue manifestazioni, ma pure capace di gesti di umanità e di manifestare valori che la società tende a marginalizzare. Primo tra gli altri l’amicizia, intesa nella sua forma più rudimentale e semplicistica del prendersi cura, del tenerci. Tra i ronzini c’è un codice che impone di intervenire quando uno degli altri è in difficoltà, rischiando anche la propria vita se necessario, ma in ogni caso senza risparmiarsi.
Tutto il contrario di quanto avviene al Park, dove la mancanza di fiducia e l’arrivismo minano i rapporti e rendono le attività per lo più improduttive. La sfida intellettuale di Herron, ripresa da Smith, è presentare una somma di debolezze che diventa, pur con alti e bassi, una forza positiva. Gran parte del merito va a chi li guida, Jackson Lamb, non solo autorevole, ma anche e soprattutto capace di esserci quando conta, quando le belle parole da sole non servono a niente. In questa stagione il suo personaggio è presente soprattutto come osservatore. Controlla, vigila, lascia scorrere e interviene solo quando è necessario. Ma non solo: dal suo particolare punto di vista, dietro ai suoi occhiali unti e spesso appannati lo spettatore guarda gli altri personaggi, intuisce la verità che si cela dietro l’apparenza, coglie sfumature di comportamento ed emozioni riposte.
E’ un Lamb più intimista quello di fronte al quale ci troviamo e questa sua vena rappresenta il tono dominante nella stagione, che il rapporto tra River e il nonno esemplifica in modo assoluto. In realtà assistiamo anche alla presenza del padre di David, in un triangolo di relazioni familiari che sembra esprimere anche una posizione molto diffusa nella serialità contemporanea e cioè la critica alle figure genitoriali. Il riferimento di River è il nonno e non il padre, verso cui prova rancore per averlo abbandonato. Non voglio dilungarmi su questo tema che ho ampiamente trattato in altre chiacchierate, ma è chiaro che la sua ricorrenza esprime in modo chiaro una forte disillusione verso la generazione che ha costruito la società e il mondo in cui viviamo, con uno sguardo più edulcorato, a torto o a ragione, verso quella precedente.
Se gli altri tradiscono, Jackson Lamb è sempre e comunque una garanzia. Così come questa serie, un punto di riferimento nella produzione Apple.
DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 50 minuti
NUMERO DEGLI EPISODI: 6
DISTRIBUZIONE STREAMING: Apple TV+
GENERE: Spy Drama Dark Comedy
CONSIGLIATO: a quanti amano soffermare le proprie attenzioni sui personaggi: quelli di Slow Horses sono davvero notevoli per capacità di coinvolgere lo spettatore, con le mille sfumature della loro umanità.
SCONSIGLIATO: a quanti cercano una spy-story classica, intricata e con personaggi impenetrabili alle emozioni. Qui anche i più duri sembrano avere comunque un cuore (con qualche eccezione, vero Diana?).
VISIONI PARALLELE: nel panorama delle spy stories seriali, per freschezza ed originalità Killing Eve può reggere il confronto con Slow Horses. Certo la prospettiva è molto diversa e la centralità delle figure femminili porta il racconto verso altri lidi, ma, esattamente come qui, si trovano personaggi veri, ricchi di umanità e di dialoghi taglienti.
Per quanti volessero invece approfondire l’universo letterario da cui è stata tratta la serie, è necessario acquistare il quarto volume della saga “Slough House” di Mike Herron, intitolato “Spook Street”.
UN’IMMAGINE: dopo aver scoperto l’assassinio di “Bad” Sam, Lamb indugia prima di lasciare la stanza. Si avvicina al mobiletto dove Sam aveva preparato una mazzetta di soldi, un salvacondotto per garantirgli la fuga in caso di necessità, ma la sua mano si spinge un poco più in là, afferra una bottiglia di alcol ed esce.


