Rebel Moon – Parte 2: La sfregiatrice

Rebel Moon – Parte 2: La sfregiatrice *1/2

Dove eravamo rimasti? Zack Snyder non deve avere molta considerazione del suo pubblico, perché nel primo minuto del secondo capitolo del suo Rebel Moon, con la voce fuori campo di Anthony Hopkins ce lo riassume molto semplicemente. D’altronde le due ore e quindici di Figlia del fuoco si riducono ad un canovaccio risaputo che serve solo a muovere l’azione.

Kora/Arthelais, Gunnar e il manipolo degli altri quattro ribelli, dopo aver sconfitto le truppe dell’ammiraglio Noble, lasciandolo in fin di vita, ritornano sul pianeta Veldt. Qui però vengono raggiunti dalla notizia che le truppe dell’Imperium si stanno dirigendo lo stesso sul pianeta per impossessarsi del prezioso raccolto di grano da cui dipendono le sorti del Mondo Madre (?!).

Il generale Titus imposta la strategia: innanzitutto mietere tutto il raccolto per farsene scudo, quindi addestrare i contadini di Veldt a rispondere con le armi alle truppe di Noble, che nel frattempo è stato rigenerato dalla tecnologia della sua astronave.

Un paio di flashback ci raccontano il peccato mortale della Sfregiatrice Arthelais che l’ha costretta alla fuga dalla corte imperiale, lasciando il patrigno Belisarius, a capo della congiura contro il Re.

Ma tutto serve solo a giustificare la lunga battaglia finale sul pianete Veldt e a bordo della nave di Noble.

La sospensione dell’incredulità e il patto con lo spettatore sono strumenti necessari quando si viaggia sulle onde della fantascienza.

Ma qui Snyder, Johnstad e Hatten ci chiedono letteralmente di staccare il cervello. Che le sorti dell’Imperium dipendano dal raccolto di un piccolo villaggio di cinquanta persone che mietono il grano con la falce come fossimo nell’ottocento, mentre automi senzienti e guerrieri e navi spaziali si librano in cielo è una soluzione talmente incredibile da strappare un sorriso. Anche perché in fond o serve a Snyder per qualche bella scena al tramonto che evoca uno dei padri nobili del suo cinema, almeno a partire da L’uomo d’acciaio, ovvero Terry Malick. L’accostamento può sembrare blasfemo, ma l’intenzione è molto chiara. E in fondo la parte bucolica di per sè ha anche una sua dignità, se non fosse inserita in un contesto del tutto alieno e implausibile.

Il pretesto è quanto mai scoperto. Snyder da quando collabora con Netflix sembra aver riposto ogni talento, girando con la mano sinistra sia Army of the Dead sia questo dittico Rebel Moon, in un modo che definire svogliato è sin troppo generoso.

Il film è scritto con grande sciatteria – un po’ meglio in questa seconda parte – e il casting sembra assemblato con gli scarti di altre serie. Alla povera Sofia Boutella tocca questa volta anche un taglio alla Jean d’Arc punitivo.

In generale sembra di trovarsi di fronte ad una produzione molto povera, tirata via, da film di serie Z. Come se fossimo negli anni ’80 in cui si poteva ancora sfruttare parassitariamente il successo di altri universi cinematografici con titoli accattivanti e furbi e un paio di immagini goffe nel trailer.

Qui si evitano derive nel ridicolo come nella prima parte, ma il film affonda nella noia più assoluta, almeno sino a quando comincia la battaglia, evidentemente l’unica cosa che ha risvegliato un letargico Snyder.

Eppure anche in questo campo, il suo film è privo di ogni fantasia, incapace di creare un proprio immaginario. Il Mondo Madre non ha davvero nulla di accattivante.

Sempre molto discusso e capace di dividere anche con i suoi lavori più riusciti (300 e Watchmen), Snyder dopo il fallimento della sua Justice League e l’allontanamento dalla Warner all’interno della quale aveva misurato quasi tutti i suoi passi, sembra sperduto, convinto a continuare a girare solo per obbligo di firma.

D’altronde Netflix, soprattutto con il nuovo corso post-Stuber, pare interessata a proporre cose più vicine a Rebel Moon che a Roma o The Irishman. 

E finché i numeri degli abbonati continuano a crescere in modo del tutto indipendente alla qualità del prodotto offerto, ecco che anche lavori che avrebbero stroncato una carriera come questo Rebel Moon sembrano avere un senso.

Si tratta di una stortura evidente, ma nel prossimo futuro eviteremo di proporvi le nostre riflessioni su queste proposte, più vicine allo straight-to-video degli anni ’80 che al cinema che è al centro dell’interesse di chi si occupa di questo piccolo spazio.

Desolante.

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