All’inizio del periodo Edo, nella prima metà del 1600, gli occidentali furono cacciati dal territorio giapponese per preservarne la tradizione ed evitare che con le loro impurità contaminassero i costumi e la religione del popolo. Da più parti si fa riferimento a quel periodo storico, durato dal 1603 fino al 1868 e corrispondente allo shogunato1 della famiglia Tokugawa, come a un momento di grande prosperità culturale per il Paese che però si chiuse in sé stesso e assunse una rigida struttura per caste che ne plasmò l’organizzazione sociale, da allora ai nostri giorni. Blue Eye Samurai prende le mosse da questa chiusura all’occidente: sono rimasti solo 4 “uomini bianchi” quando Mizu viene concepita con un atto di violenza. Nata con tratti orientali, ma con occhi azzurri, la bambina appare un mostro agli occhi dei suoi coetanei e, per evitare le continue intimidazioni, si trasferisce con la madre ai margini del villaggio. Un incendio doloso sembra strapparle anche questo fragile rifugio, distruggendo l’abitazione e uccidendo la madre. Senza una casa, senza parenti, Mizu viene accolta da un vecchio e scontroso maestro di spade che, nell’isolamento della sua bottega, la alleva e la tempra. Sfruttando tratti androgini e lineamenti spigolosi, camuffando abilmente le sue forme femminili, Mizu riesce a farsi scambiare per un uomo e, una volta acquisita una straordinaria abilità con la spada, ad iniziare la ricerca del suo possibile padre biologico. Unico obiettivo: ucciderlo e vendicarsi per la violenza che ha portato al suo concepimento. Per questo si mette sulle tracce del mercante d’armi occidentale Abijah Fowler (con la voce di Kenneth Branagh) che nel frattempo ha programmato un attacco allo shogun per prendere il potere e finalmente uscire dall’oscurità in cui è costretto a vivere.
Il tema al centro del racconto è la vendetta: tradita nei suoi affetti più riposti, emarginata, abbandonata, a Mizu non rimane altro che il desiderio di far scorrere il sangue di chi l’ha resa un mostro. Non c’è alcuna possibilità di redenzione né di mediazione: solo il sangue può purificare la sua impura esistenza. L’impurità di Mizu non riguarda solo la sua identità di razza, ma anche quella di genere: è una donna non donna, come certifica la tenutaria Madame Kaji che la definisce, dopo che Mizu ha sterminato decine di guardie, l’uomo più virile che abbia mai varcato la porta della sua casa di piacere.
Il racconto è ricco di spunti tematici. Ancora una volta le figure genitoriali appaiono come fragili, deboli e incapaci di accogliere la diversità dei propri figli: sia quella fisica di Mizu e di Ringo, cuoco nato con una malformazione alle mani e trattato dal padre come un peso, sia quella caratteriale di Akemi che non vuole saperne di diventare una moglie devota, pronta ad annullarsi per il marito. Le nuove generazioni si ribellano e hanno ragione di farlo, non tanto in virtù di una diversa visione del mondo, ma per l’assoluta mancanza di rispetto e attenzione nei loro confronti. Akemi, Ringo e il samurai Taigen sono splendidi esempi di caratteri che nel corso del racconto impariamo ad apprezzare e vediamo evolversi, acquisire consapevolezza e orientare i propri sforzi verso il raggiungimento di un risultato. Anche Mizu si evolve, pur rimanendo fermamente salda nel suo impegno di vendetta, a cui ha deciso di sacrificare tutto. Per molti aspetti l’evoluzione della principessa Akemi e quella di Mizu sono antitetiche, l’una si chiude, mentre l’altra si apre a nuove sfumature emotive. Entrambe però proiettano sulla nuova stagione le ombre inquietanti di un forte desiderio di vendetta, peraltro contro il rispettivo padre. Blue Eye Samurai è quindi una storia di formazione e di desiderio di emancipazione, soprattutto (ma non solo) femminile. Le donne rappresentano i caratteri più interessanti e il loro spirito indomito fa muovere la storia: sono i viaggi di Mizu e di Akemi il motore delle vicende rappresentate. E’ nel segno della loro personalità che attendiamo con ansia gli sviluppi della nuova stagione.
Certo è possibile trovare altri temi, di carattere politico e sociale, come il colonialismo e l’incapacità di accogliere le altre culture: non c’è accettazione del diverso nella società giapponese e nemmeno alcun margine di tolleranza. Di contro, agli occidentali il Giappone appare solo come una terra da dominare e/o colonizzare, senza rispetto per la sua ricchezza culturale e storica. Così, da una parte come dall’altra, non ci sono le condizioni perché Mizu possa venire accolta e condurre una vita normale. Nel racconto a cui assistiamo mancano molti dei capisaldi della cultura giapponese, almeno nel nostro immaginario, in particolare il tema dell’onore e quello della lealtà: sono piuttosto la corruzione, l’egoismo e l’arrivismo a dominare le relazioni private come quelle politiche. Una visione negativa, sia dei rapporti interpersonali che familiari che forse solo l’amicizia tra Taigen, Mizu e Ringo riesce a stemperare.
Mizu peraltro rappresenta un carattere interessante dal punto di vista dei generi: come detto non è donna e nemmeno uomo, ma piuttosto una figura ibrida, asessuata e come tale non incasellabile nelle tradizionali dinamiche di genere. Sa fare cose che le donne non sanno fare e si rifiuta di fare cose che la società giapponese del tempo si aspettava dal sesso femminile. La sua è una fluidità di genere che porta ad un rimescolamento continuo e che, almeno inizialmente, spiazza lo spettatore.
Prodotta dalla coppia (che nella vita ha una figlia meticcia) Amber Noizumi e Michael Green (Logan, American Gods), Blu Eye Samurai si inserisce in un filone di animazione per adulti che Netflix sta percorrendo da tempo, con successo di pubblico e critica. La produzione è di stampo occidentale, con importanti contaminazioni asiatiche. Blue Eye samurai presenta altissimi valori estetici, sia dal punto di vista figurativo che da quello musicale. A riguardo la scelta di Amie Doherty (Spirit – Il ribelle, Battle at big Rock) è stata di proporre una specifica colonna sonora che richiama la musica tradizionale del periodo Edo, con impressionante efficacia. Anche la gestione dei suoni è straordinaria, soprattutto per quanto riguarda i metalli e le spade, determinanti nelle scene di combattimento, accompagnandone ed esaltandone la drammatica intensità. La fluidità degli scontri è uno dei tratti peculiari del racconto che è carico di violenza, ma sempre resa con eleganza e cura formale.
Qualche limite è rinvenibile nella verosimiglianza di alcune situazioni, specie nell’iniziale ricerca di Mizu e poi in generale nelle battaglie all’arma bianca, ma dal mio personale punto di vista sono limiti che appartengono a tutta la produzione di questo genere.
Blu Eye Samurai è un’opera affascinante, un viaggio immersivo che vale la pena di affrontare anche se non si è appassionati di anime o di cultura orientale. L’originalità del taglio narrativo e la qualità della realizzazione tecnica la rendono infatti una delle produzioni Netflix più interessanti dell’anno.
TITOLO ORIGINALE: Blu Eye Samurai
DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 50 minuti
NUMERO DEGLI EPISODI: 8
DISTRIBUZIONE STREAMING: Netflix
GENERE: Animation Action Adventure
CONSIGLIATO: imperdibile per quanti amano l’animazione, in particolare quella orientale.
SCONSIGLIATO: a chi non ama i duelli violenti e le storie di vendetta: certo Blue Eye Samurai è molto più di questo, ma il suo nucleo costitutivo è la vendetta che muove Mizu.
VISIONI PARALLELE: ci sono tenti spunti, soprattutto cinematografici, alle spalle di questa produzione che ha il taglio dei film di Akira Kurosawa, la violenza di Tarantino e la rarefazione di Kim Ki-duk. Proprio l’ambizione e la ricerca di una qualità assoluta sono i tratti distintivi di un prodotto che non nasconde di ispirarsi al grande cinema.
UN’IMMAGINE: uno degli episodi più riusciti è certamente The Tale of The Ronin And The Bride, in cui lo Shogun e la sua corte assistono ad una rappresentazione di marionette che racconta la genesi di un Onryu, un demone vendicativo che finisce per essere identificato non solo dallo spettatore, ma anche dalla corte, proprio con Mizu. E’ questa l’occasione per un ampio flash back sulla storia della ragazza che ci permette di esplorare il suo passato e di dare maggior ampiezza emotiva al suo carattere.
1 Shōgun (lett. “comandante dell’esercito”) era un titolo ereditario, conferito tra il 1192 e il 1868, equivalente al grado di generale e riservato alla carica più alta delle forze armate del Paese, di fatto colui che governava in luogo dell’Imperatore, simbolo dell’unità del popolo e inaccessibile nella sua fortezza di Kyoto.

