Strange Way of Life

Strange Way of Life **

Distribuito da Teodora nelle sale italiane, prima di approdare su Mubi, questo nuovo cortometraggio d’autore firmato da Almodovar dopo La voce umana con Tilda Swinton del 2020, è prodotto da Saint Laurent e dal suo direttore creativo.

Ispirato da una canzone di Caetano Veloso che ascoltiamo sui titoli di testa e ambientato nella cittadina western di Bitter Creek è la storia di un secondo incontro: lo sceriffo Jake è sulle tracce dell’assassino della moglie di suo fratello, quando nel suo ufficio si presenta Silva.

I due non si vedono da 25 anni: tra di loro c’è stata una lunga storia. La passione si riaccende, ma l’indomani scopriamo che il figlio di Silva è il principale sospettato dell’omicidio.

Jake non vuole sentire ragioni ed è deciso a rispettare la promessa fatta al fratello e al senso di giustizia.

Silva lo anticipa e cerca di far fuggire lontano il ragazzo, oltre la frontiera con il Messico…

Nei 31 minuti di questo curioso nuovo esperimento, che Almodovar gira in lingua inglese, c’è giusto la firma del regista del desiderio. Tutto chiuso in una teoria di primi piani che annullano lo spazio della Frontiera, in favore della dimensione sentimentale e romantica del film, Strange Way of Life è un divertissement che non aggiunge nulla al percorso del grande regista mancheco.

La scrittura di solito complessa, stratificata, ricca di deviazioni è qui sciatta e ipersemplificata, cercando di evocare il peso del passato sul destino dei suoi personaggi: tuttavia non si comprende lo zelo di Jake nell’assicurare alla giustizia a tutti i costi il figlio del suo antico amante. Più comprensibile il tentativo seduttivo di Silva, che usa ogni strumento per salvare quel poco di buono del figlio.

Si rimane tuttavia quasi sempre in superficie con l’immancabile breve flashback notturno che riporta i due al tempo perduto assieme.

Ethan Hawke e Pedro Pascal dovrebbero evocare una tensione erotica proibita che offuschi il loro senso morale, ma in realtà quello che vediamo è solo un brutto melodramma in cui tutto suona forzato.

Il finale brusco, ma indovinato ha almeno il pregio di dare una risposta all’interrogativo che i due hanno lascato in sospeso molti anni prima: cosa possono fare due uomini soli in un ranch?

Ed è proprio nei piccoli gesti quotidiani dei due, quando rifanno il letto all’inizio e quando Silva si prende cura di Jake alla fine, che emerge il cinema di Almodovar, il suo sguardo malinconico sulle costruzioni e costrizioni sociali, sulle occasioni perdute, su un universo di possibilità mancate.

Il regista tiene tutto a fuoco, anche su piani diversi, schiacciando così i personaggi sul loro qui e ora.

Inconsuete le scelte cromatiche dei costumi dei due protagonisti, curati da Anthony Vaccarello, ma siamo dalle parti della pura confezione.

E’ un Almodovar pacificato quello di Strange Way of Life: il tempo delle provocazioni è passato, la giustizia cede il passo ai sentimenti e alla fine ci si può solo prendere cura degli altri. 

Manca il respiro largo a questo film, girato in Almeria sulle orme di Leone, ma guardando soprattutto al western classico degli Hawks e dei Mann. Forse gli avrebbe giovato il tempo di un lungometraggio. Ma sono considerazioni futili. Quello che c’è non è abbastanza.

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