Venezia 2021. Competencia Oficial

Competentia Oficial ***

Dopo Il cittadino illustre, in concorso a Venezia nel 2016 e dedicato al mondo della letteratura e Il mio capolavoro, diretto dal solo Duprat e fuori concorso nel 2018, con l’obiettivo puntato sul mondo dell’arte contemporanea, questo Competentia Oficial, di nuovo in concorso alla Mostra, è una commedia scatenata sul cinema, sul fare cinema.

Il  cerchio sembra così chiudersi perfettamente, abbracciando con il solito spirito caustico e la solita ironia pungente, anche l’ambiente che i due registi argentini conoscono meglio.

Il film si apre con il desiderio del magnate spagnolo Humberto Suarez, a capo di un impero farmaceutico, di lasciare un ricordo diverso di sè nell’opinione pubblica.

Prima pensa ad un ponte affidato ad un architetto famoso, che porti il suo nome, quindi ripiega su un film, di cui sarà il produttore.

Un grande film, ovviamente: assicuratosi i diritti del romanzo di un premio Nobel, sceglie l’acclamatissima regista Lola Cuevas, che ha già vinto Palme e Leoni, per adattarlo e dirigerlo.

Su suo suggerimento, per interpretare i due fratelli protagonisti sono ingaggiati Ivan e Felix, due attori celeberrimi, ma lontanissimi tra di loro. Il primo austero, maturo, sprezzante del pubblico, il secondo invece una star acclamata, ricco di onori e premi hollywoodiani.

Il film si chiama Rivalidad e il trio, impegnato nelle prove proprio negli enormi spazi vuoti della fondazione, che porta il nome di Humberto Suarez, si sfideranno ogni giorno in un continuo duello tra personalità egocentriche, narcisismo e intransigenze, prive di significato.

Cohn e Duprat ci mostrano le diverse letture del copione, che si arenano subito per un “buona sera” detto senza convinzione, poi il provino alla figlia del produttore che è stata scelta come co-protagonista, quindi un esercizio con i premi vinti dai due attori, una prova video in cui una confessione disarmante manderà in crisi gli altri protagonisti e infine una tragedia improvvisa alla vigilia delle riprese, che cambierà per sempre il destino del film.

Il film è divertentissimo, surreale, autoironico e, come accaduto in passato nei film del duo, anche la lavorazione di un lungometraggio passa attraverso una lente deformante, che decostruisce la pratica artistica mostrando tutta la fragilità imperfetta e umanissima di registi e attori.

Gelosie, avidità, suggestioni, eccentricità: vale tutto, purchè poi sullo schermo si riesca a trovare una verità emotiva, capace di trasmettere al pubblico il senso del lungo lavoro collettivo.

I due si prendono gioco soprattutto dell’ego fragile degli attori, costantemente bisognosi di conferme, di riconoscimento, di prestigio, di rassicurazione.

Ma anche la regista lesbica e determinata interpretata da Penelope Cruz è raccontata attraverso uno schizzo piuttosto vivido e originale, nelle sue idiosincrasie e nei suoi metodi poco ortodossi.

Il film è leggero, godibile, uno dei pochi tra i tanti che raccontano il cinema nel cinema, in cui prevale l’ironia, lo sberleffo, la destrutturazione dei codici e dei cliché del genere e che riesce comunque ad essere un omaggio affettuoso a chi il cinema continua a farlo.

Riuscendo nel frattempo a dire un paio di cose non banali sul bisogno di affermazione di sè, sul successo, sulle manie di grandezza e sul lascito che ciascuno vorrebbe tramandare.

Quando finisce un film? Ogni volta che ci pensiamo”.

 

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