The Haunting of Bly Manor: ogni storia d’amore è una storia di fantasmi

The Haunting of Bly Manor ***

Londra, 1987. Una giovane insegnante americana, Dani Clayton (Victoria Pedretti) viene assunta come istitutrice per i nipoti del famoso avvocato Wingrave (Henry Thomas) e si trasferisce nella tranquilla residenza di campagna della famiglia, a Bly, per istruire Miles (Benjamin Evan Ainsworth) e Flora (Amelia Bea Smith). Bly Manor è una grande dimora con un ampio parco che da subito rivela una bellezza perturbante alla giovane istitutrice, desiderosa di superare, anche grazie alla quiete della campagna inglese, gli incubi che le impediscono di dormire e le visioni che ha ogni volta che guarda in uno specchio. Ad accoglierla, oltre ai due bambini, rimasti orfani da qualche anno, ci sono anche i domestici: la governante Hannah (T’Nia Miller), Owen (Rahul Kohli) il cuoco e la giardiniera Jamie (Amelia Eve). Tra i domestici della famiglia Wingrave c’è un rapporto speciale che si è rinsaldato negli anni, anche a seguito dei gravi lutti che li hanno colpiti: oltre ai genitori di Miles e Flora, scomparsi durante un viaggio in India, anche la precedente istitutrice, Rebecca (Tahirah Sharif) è infatti morta in circostanze misteriose nel laghetto della dimora, a seguito della sfortunata storia d’amore con Peter Quint (Oliver Jackson-Cohen), assistente di Wingrave. Ben presto appare chiaro anche a Dani come ci sia qualcosa di strano nella casa e nelle persone che vivono (o sono vissute) a Bly.

Fedele all’impianto che ha reso Hill House la migliore serie horror degli ultimi anni, lo showrunner Mike Flanagan gioca con oculatezza le proprie carte: un sostrato letterario, non esibito, ma sempre presente; un’ambientazione di genere tradizionale, ricca di fascino e mistero; una rilevante parte drammatica che dà respiro alla narrazione; una stratificazione temporale complessa che conferisce verticalità alla trama ed ai personaggi; una regia elegante ed avvolgente che dialoga con le esigenze narrative.

La storia è liberamente ispirata al racconto Giro di Vite (The turn of the screw), scritto nel 1898 da Henry James che ha per protagonista un’istitutrice. La donna, occupandosi dell’educazione di due ragazzi in una villa in campagna, finisce per convincersi che siano posseduti dalle anime di uomini malvagi. Un riferimento che sta alla base dello scheletro della narrazione, ma che ne permea soprattutto lo spirito, proprio come il romanzo di Shirley Jackson, L’incubo di Hill House, era stato fonte di ispirazione per la prima stagione. Ci sono anche altre opere di James che influenzano la narrazione e tra queste è giusto ricordare almeno una short story del 1868, The romance of certain old clothes che dà il titolo all’ottavo episodio.

L’ambientazione in un horror è qualcosa di determinante e qui c’è tutto quello che serve in una storia di case stregate: la nebbiosa campagna inglese, l’ampio giardino con statue ricoperte dal muschio ed erose dal tempo, un piccolo e misterioso laghetto, la cappella separata dal corpo principale della dimora di campagna della famiglia Wingrave. Per gli amanti del genere è una festa ritrovarsi in un ambiente di questo tipo ed alla prima nebbia autunnale si prova un senso di familiarità che da solo vale la visione. Se poi aggiungete l’ampia e scenografica scalinata a rampe parallele posta all’interno della dimora, la dispensa sotterranea con immancabile piccolo montacarichi, la mansarda stipata di vecchie bambole e un’intera ala chiusa, con mobili nascosti sotto teli bianchi e una luce soffusa che fatica a penetrare attraverso gli spessi tendaggi … insomma la sensazione è quella di essere nel posto giusto al momento giusto. Reso il giusto omaggio alla tradizione delle case stregate, va detto che negli ultimi anni lo scenario horror si è esteso ad altri spazi, tra cui è giusto annoverare anche l’ufficio. Pensiamo a film come L’avvocato del diavolo (Hackford, 1997) o The Belko Experiment (McLean, 2016): in questa serie le notti trascorse da Wingrave, solo nello studio legale in balia del suo doppio, sono qualcosa di assolutamente agghiacciante. Come nelle migliori storie di fantasmi anche lui è prigioniero in uno spazio da cui non può uscire, in un corpo a corpo con la propria ombra degno dei migliori drammi teatrali. Del resto il confronto con la parte più oscura del sé è da sempre alla base dei personaggi di Mike Flanagan e conferisce loro una profondità per molti aspetti unica nel panorama seriale contemporaneo.

Una significativa parte drammatica aveva segnato in modo indelebile Hill House, sostenendo la parte horror e dando alla vicenda un sapore deciso. In questa seconda stagione la formula è la stessa, forse perfino esasperata, al punto di poter parlare di momenti horror che si inseriscono in un drama. Sostanzialmente la parte drammatica occupa gran parte della stagione, cedendo il campo all’horror vero e proprio solo in alcuni specifici frangenti, per lo più inseriti negli ultimi episodi. Questo ha naturalmente deluso quanti si aspettavano una vicenda più cupa, più ricca di colpi di scena, sollevando anche qualche dubbio sull’opportunità di realizzare una stagione così estesa. Una struttura più compatta, con un numero inferiore di episodi e di spiegazioni dettagliate, sarebbe risultata più incisiva. Rispetto alla stagione precedente è inoltre diminuito quel senso di coralità che aveva amalgamato in modo straordinario le vicende dei singoli membri della famiglia Crain. Per quanto i rapporti siano stretti e le trame si sovrappongano, In Bly Manor l’intreccio coinvolge al massimo alcuni dei protagonisti e mai tutti contemporaneamente. La parte drammatica è quindi più singhiozzata e questo si traduce in una regia in cui è il montaggio a svolgere un ruolo determinante. Una scelta penalizzata nella resa dal fatto che alcuni personaggi non riescono ad esprimersi in modo significativo e rimangono confinati nel ruolo di semplici spalle, come accade a Jamie e, tutto sommato, anche ad Owen.

Flanagan mette al centro del racconto soprattutto i rapporti di coppia e le diverse storie d’amore costituiscono il cuore della narrazione. L’identificazione che lo spettatore compie con il punto di vista dell’istitutrice, Dani, non pregiudica la capacità di negoziare prospettive diverse e la curiosità di esplorare il passato di ciascun personaggio/coppia. Il fatto che la storia sia raccontata da una voce fuori campo, a distanza di anni dall’accaduto, oltre che rassicurare, consente di evitare un’identificazione esclusiva con un personaggio specifico, favorendo molteplici possibilità di negoziazione. Da notare anche la consapevolezza e la maturità che dimostrano, nonostante i molti traumi subiti, Flora e Miles: il loro modo di affrontare il soprannaturale, composto e determinato, rappresenta una proiezione positiva che l’autore fa sul futuro e che si concretizza nel finale in cui l’azione torna con un salto temporale ai nostri giorni.

I frequenti salti spazio-temporali che compiono i personaggi non sono solo un’ottima soluzione per raccontare il passato di ciascuno, ma sono anche uno strumento affilato per incidere nei tessuti della stessa nozione di personaggio. In più punti sembra infatti di assistere a discussioni meta-critiche con personaggi stanchi del proprio ruolo e delle proprie battute. Il loro ribellarsi, il loro protestare per essere stati nuovamente ‘infilati in qualche ricordo’ e per il reiterarsi di dialoghi già ripetuti sembra quasi una ribellione contro l’autore, sia quello con la A minuscola che maiuscola. E’ da questa reclusione, dall’agghiacciante limitazione di spazio e tempo che è data a ciascuno di noi che viene il vero orrore. Uscire da Bly Manor vuol dire anche e soprattutto varcare i confini che la storia/l’autore ha affidato a ciascuno, immaginando uno spazio d’azione ed un futuro che in realtà non esistono, per il singolo come per la coppia. Anche chi riesce ad allontanarsi dalla dimora finisce poi per ritornarci, in un modo o nell’altro. Tutte le storie d’amore raccontate sono destinate a finire, presto o tardi. L’unica via per superare i limiti imposti dallo spazio e dal tempo sembra risiedere proprio nella valorizzazione del singolo istante che si traduce, una volta vissuto, in ricordo, in storia. La serie racconta storie d’amore perché, come diceva Foster Wallace, Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi.

Hill House si era caratterizzata per scelte stilistiche autoriali, come i piani sequenza e le riprese in campo lungo che anche qui vengono utilizzate per dare allo spettatore una visione ampia in cui si possono percepire movimenti che sono preclusi alla vista del protagonista dell’inquadratura. Proprio l’attesa di questi movimenti, di queste “manifestazioni” crea nello spettatore una particolare attenzione, lo tiene, per così dire, “sulla corda”. Come già detto è però al montaggio che viene affidato un compito fondamentale nel linguaggio tecnico scelto per questa stagione, determinante per le riprese di scene già viste (e recitate) e per i frequenti salti temporali. La fotografia riesce a rendere nel migliore dei modi l’atmosfera, sposando con successo anche il bianco e nero nell’ ottavo episodio, l’autoconclusa storia di Viola e della sorella Perdita, prime proprietarie di Bly. Gli effetti digitali sono poi straordinari nel rendere il passaggio dei fantasmi, come anticipato del resto già dalla sigla in cui si vedono i volti dei protagonisti cancellati uno dopo l’altro dal trascorrere del tempo. O almeno questo sembrerebbe ad una prima visione … ottima anche la gestione del sonoro, altrettanto importante in un film horror per sancire i momenti più rilevanti ed amplificare le emozioni dello spettatore.

In definitiva, The Haunting of Bly Manor ha un sapore molto particolare. Non è horror, non è drama, non è una storia d’amore. In questo ‘non essere’ qualcuno troverà una debolezza, altri un fascino irresistibile. Di certo questa serie farà parlare molto di sé, sia per il dibattito tra i fan di Hill House, sia per i molteplici spunti di analisi che offre agli addetti ai lavori ed agli studiosi.

Titolo originale: The haunting of Bly Manor
Durata media episodio: 60 minuti
Numero degli episodi: 9
Distribuzione streaming: Netflix
Genere: Horror, Drama

Consigliato: a quanti amano le atmosfere classiche dell’horror, le storie di fantasmi e le case stregate e che cercano personaggi complessi, con una storia alle spalle.

Sconsigliato: a quanti prediligono gli horror che ti tengono sempre con il fiato sospeso e che pensano alla campagna inglese solo per contare le pecore prima di addormentarsi.

Visioni parallele:

Abbiamo sempre vissuto nel castello, un bel libro di Shirley Jackson pubblicato In Italia da Einaudi. E’ un’altra storia di male circoscritto negli spazi chiusi di una dimora in cui due sorelle vivono da recluse insieme allo zio, invalido. Dopo la misteriosa morte dei genitori, per il loro stile di vita, le due ragazze diventano presto oggetto di accuse di stregoneria e di odio da parte degli altri membri del villaggio.

Hill House ne abbiamo parlato in abbondanza e rimandiamo al nostro precedente articolo per ulteriori approfondimenti.

Un’immagine: la sigla iniziale che, come tutte le sigle ben riuscite, condensa lo spirito della serie, con le immagini dei protagonisti, raffigurati in quadri antichi, a cui scompaiono progressivamente prima gli occhi e poi i tratti del viso. Scopriremo che la causa è in una maledizione che coinvolge tutti coloro che vivono e sono vissuti a Bly Manor.

2 pensieri riguardo “The Haunting of Bly Manor: ogni storia d’amore è una storia di fantasmi”

  1. Una serie molto ben fatta che riesce a sottolineare alla perfezione le bellezze del genere gotico. Anche se considero The Innocents un lavoro migliore, Bly Manor è una serie che è riuscita a toccare le corde giuste e ha raccontato una storia d’amore molto dolce e triste.

  2. Vero. Hai ragione a definirla ‘una storia d’amore’ perché questi sono proprio i due termini, intrecciati, al centro del nostro discorso. L’horror è una forma assunta per raccontare l’amore delle molte e diverse coppie presenti nella serie.

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