A Sun

A Sun ***

Il nuovo film di Chung Mong hong – già selezionato con l’inedito Soul, per rappresentare il suo paese agli Oscar sette anni fa – arriva direttamente su Netflix, dopo aver trionfato ai Golden Horse, gli storici premi del cinema taiwanese, pesantemente boicottati dalla Cina continentale.

A Sun è un melò familiare che, dietro l’apparente minimalismo, ha una densità narrativa e una temperatura emozionale sconvolgente.

Il film si apre in una notte battuta da una pioggia torrenziale. Due ragazzi, Radish e A-ho, dopo una corsa in motorino si avviano all’interno di un locale con intenti vendicativi e con un macete il primo taglia di netto un braccio ad uno dei commensali.

Al processo il padre di A-ho si rifiuta di testimoniare in favore del figlio, che viene condannato a 3 anni di riformatorio: A-wen è un istruttore di guida, stanco delle bravate del figlio più piccolo.

Per lui esiste solo il maggiore A-hao, che studia medicina all’università, amato da tutti.

La moglie Qin invece fa la parrucchiera in un night.

Ma il destino sembra aver preso di mira la famiglia di A-wen e quando A-ho viene condannato, la famiglia scopre che la sua ragazza, Xiao-Yu, aspetta un figlio.

Non solo, ma il padre della vittima, che non riesce a farsi risarcire i danni da Radish e dalla sua famiglia, pretende che sia A-wen a farlo.

Il film riserva molti altri dolori ai protagonisti, e quando sembra aver trovato una sua conclusione capace di pacificare i conflitti personali e familiari che l’hanno animata, Chung con un’ellissi di tre anni sposta le coordinate narrative e mostra come il passato e le scelte sbagliate continuino a condizionare i protagonisti.

Si rimane spiazzati di fronte ad A Sun, alla sua ricchezza narrativa, sufficiente per costruire tre, quattro film. Il ritratto familiare diventa così un’epopea, in cui il dolore e la perdita segnano a fuoco i rapporti personali, nonostante i silenzi, le parole appena pronunciate, le decisioni che ciascuno prende da solo.

E’ una famiglia frantumata quella di A-wen, in cui ciascuno sembra una monade abbandonata a se stessa. Le scelte non sono mai condivise con gli altri, sono agite e subite d’istinto.

Se non ci fosse la straordinaria madre e moglie Qin a tentare di tenere assieme i pezzi, tutto sarebbe perduto. E’ lei che si fa carico di assecondare i silenzi e le assenze del marito e gli errori e le scelte dei due figli, cercando un equilibrio apparentemente impossibile, con una tenacia encomiabile.

Il film di Chung ha molte anime, oltre a quella più strettamente familiare: c’è un inizio horror, c’è la parte in riformatorio, che da sola vale il film, ci sono le lezioni di guida del padre, c’è una seconda parte più decisamente noir, in cui i fantasmi del passato tornano a annientare tutti i tentativi dei protagonisti di cambiare e rifarsi una vita, ci sono i bellissimi flashback del figlio più grande A-hao allo zoo, con una ragazza innamorata di lui.

E ci sono momenti più decisamente lirici, che sembrano quasi delle pause all’interno della struttura del film, con le nuvole su Taipei, le strade vuote, i plogé sul traffico, le strade bagnate solcate dalle moto.

Cogli l’attimo, scegli la tua strada” è il motto della scuola guida dove lavora A-wen. Ricorre molte volte nel corso di un film, dove ciascuno sembra fare proprio quello. Ma quale sarà la strada migliore per essere padri? Quale quella per venire a patti col dolore indicibile della perdita di un figlio? E la strada per rifarsi una vita, dopo aver pagato gli errori di gioventù?

Chung non ha soluzioni semplici, non forza mai la mano, ma si affida con grande naturalezza, alla forza narrativa del suo film e ai suoi attori in stato di grazia, sui cui si svetta la mater dolorosa interpretata da Samantha Ko.

Forse la risposta è nel tempo, capace di rendere più lieve il dolore, di far dimenticare l’orrore, di rendere più dolce il rimpianto, e nella pazienza e nella determinazione che ci vogliono, per rimettere assieme ancora una volta i pezzi del puzzle della vita, a cui manca sempre una tessera.

Straziante.

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