Le Mans ’66 – La grande sfida

Le Mans ’66 – La grande sfida **1/2

‘There’s a point at 7000rpm, where everything fades…’

Le Mans ’66 – in originale il ben più secco e agonistico Ford v Ferrari – racconta una pagina leggendaria dell’automobilismo del Novecento: la sfida lanciata da Henry Ford II, in uno dei momenti più bui della storia centenaria della fabbrica di Detroit, alla piccola casa di Maranello, su un terreno del tutto imprevedibile: quello della velocità, delle corse, dei piloti.

Un terreno dove Enzo Ferrari aveva costruito la sua leggenda.

Secondo il visionario Lee Iacocca, la Ford aveva bisogno di far sognare i giovani americani, nati dopo la guerra: erano la prima generazione con i soldi in tasca, per comprare un’autovettura che non fosse la classica e confortevole familiare dell’America falsa e idealizzata degli anni ’50.

Il primo tentativo è disastroso: Iacocca sa che Ferrari si è indebitato fino ai capelli, per inseguire la sua ossessione di vittoria. Arriva a Maranello con 10 milioni di dollari per acquistare lo straordinario gioiello italiano. Ma Ferrari, assi più scaltro di chiunque altro, usa la Ford per far leva sull’avvocato Agnelli, assicurandosi un accordo assai più redditizio e tutta la libertà, che gli era necessaria.

A quel punto a Iacocca non restava altro che convincere Henry Ford II a scendere in pista direttamente, per provare a battere il mito, con un pugno di visionari, guidati da Carroll Shelby, un ex pilota costretto al ritiro, che dai primi anni ’60 si era dedicato alla sua scuderia e a vendere proprio quelle auto sportive, che la Ford voleva costruire.

Assieme a lui c’è un pilota e sviluppatore inglese, Ken Miles, che aveva combattuto i tedeschi in Normandia, prima di trasferirsi in California, inseguendo nella sua piccola officina, il sogno di una vita sulle piste.

Quando Lee Iacocca offre a Shelby carta bianca per provare a battere le Ferrari alla 24 ore di Le Mans, è subito chiaro che l’irascibile, umorale, scontroso Miles non potrà essere il volto rassicurante della scuderia Ford, nonostante sia lui a sviluppare quelle prime auto, che affronteranno le strade della piccola cittadina francese.

Come in ogni grande storia che si rispetti, tutto comincia da una sconfitta bruciante. La GT40 Mk I ha problemi aerodinamici e di affidabilità e i primi due anni a Le Mans sono disastrosi. Shelby poi è costretto a lasciare a casa Miles, inviso ai dirigenti della Ford nel 1964.

Ma nel 1966 la Ford GT40 Mk II è l’auto della rivincita.

Il film di James Mangold si prende tante libertà, accorpando gli anni, assegnando a ciascuno un ruolo definito e creando contrasti drammatici, estremizzati a fini narrativi.

Ma più della verosimiglianza dei caratteri e della fedeltà sportiva, Le Mans ’66 è una grande storia omerica di uomini soli con se stessi e il proprio destino, pionieri visionari e incoscienti, che si spingono sino al limite e ancora oltre.

Tutto il resto svanisce, si dissolve improvvisamente. Le auto, la corsa, gli scontri non contano più, alla fine quello che resta di Le Mans ’66 è un grande studio di personaggi, un duetto memorabile tra il severo cowboy con lo Stetson, capace letteralmente di vedere il talento negli altri, e il pilota inglese di quasi cinquant’anni, che cerca quella seconda possibilità, che la guerra e il destino gli hanno sottratto.

Ridotto alla sua essenzialità più vera, il film di Mangold è pura determinazione, sogno, astrazione metafisica.  Il corpo di Shelby lanciato a 300 km orari mentre il motore vola a 7000 giri al minuto è quello di chi osa sfidare le leggi della fisica, attraversando lo spazio e il tempo, come nessun altro prima di lui.

Quando Shelby chiede a Ford di accompagnarlo per un giro di prova a bordo della nuova auto che correrà a Le Mans, finalmente il tronfio presidente, con le lacrime agli occhi e la bava alla bocca, capisce davvero di cosa si tratta: non è solo guidare veloce, è guardare dentro se stessi e arrivare sempre sull’orlo dell’abisso.

Peccato che Mangold non sia riuscito ad evitare di addolcire una sceneggiatura tagliata con l’accetta e che al di fuori dei due protagonisti, si muove all’interno di clichè abusati e francamente stucchevoli.

Anche la messa in scena, pur complessivamente efficace e ipertradizionale, non è priva di cadute di tono. Quante volte dovremo vedere in film di motori lo stacco di montaggio – mano sul cambio, piedi su frizione e acceleratore, ruota che slitta, motore che romba, tachimetro che si impenna – prima che la cosa assuma connotati patologici?

Non parliamo poi della rappresentazione fumettistica del box Ferrari, sei volte vincitore a Le Mans in quegli anni, ma per Mangold evidentemente composto da una serie di guitti gesticolanti di quart’ordine.

Eppure, con tutti i suoi limiti, le sue imprecisioni, le sue approssimazioni, il film ha una sua verità quando riesce a ritornare ai suoi elementi primari, alla meravigliosa storia di Ken e Carroll, cavalieri solitari sul limitare della Frontiera.

Christian Bale giganteggia come al solito: l’avevamo lasciato ingrassato e calvo nei panni del vicepresidente Dick Cheney, lo ritroviamo magrissimo, coi capelli corti, sfrontato e polemico.

Il copione di Jez Butterworth (Fair Game, Edge of Tomorrow, Black Mass, Spectre), John-Henry Butterworth e Jason Keller serve a dovere quasi solo lui, nei suoi duetti familiari, nelle sue scene struggenti con il figlio Petey e in quelle con Carroll Shelby. Ma è indubbio che sia Bale a rendere vibrante e malinconico il suo personaggio, sino all’incontro con il destino.

C’è ovviamente una dimensione tragica e fatalista, che il film non maschera mai e che sembra accompagnare le vite dei piloti come un’ombra inquieta, una presenza inevitabile.

In quello spazio si muove Bale con la consueta camaleontica sensibilità, accompagnato dall’indovinatissima e quasi inedita Caitriona Balfe, nei panni della moglie, dal piccolo Noah Jupe, già visto nell’horror A quiet place, e da Matt Damon, nel ruolo di Carroll Shelby, l’ancora emotiva del film e il testimone di un tempo perduto e di una grandezza svanita.

A lui il film di Mangold concede la grazia di un finale western, che sembra quello de Il cavaliere della valle solitaria, quando Carroll, salutato il piccolo Petey, rimonta in sella e si allontana sul far della sera verso altre strade, altre sfide, altre frontiere.

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