Captain Marvel

Captain Marvel **1/2

Nell’universo cinematografico Marvel – che dal primo pionieristico Iron Man, si è espanso nel corso dell’ultimo decennio, sino a ricomprendere decine di personaggi di primo e secondo piano nel microcosmo narrativo della Casa delle Idee – era ormai irrinunciabile un film dedicato a Carol Danvers, pilota dell’aeronautica americana, eroina conosciuta prima con il nome di Ms.Marvel, quindi con quello di Captain Marvel.

Il film di Anna Boden e Ryan Fleck, si incarica ovviamente di riscrivere e modificare la storia del personaggio, secondo le esigenze cinematografiche del grande masterplan, ideato da Kevin Feige.

Il film comincia intelligentemente in media res e con un sogno: siamo su Hala, il pianeta abitato dai Kree, esseri umanoidi con il sangue blu, guidati da un’Intelligenza Suprema. Vers è un soldato dell’unità Starforce, guidata da Yon-Rogg: è lei a sognare frammenti di un passato che non riesce a decifrare. Ha poteri straordinari, che il suo mentore le insegna a tenere sotto controllo, ma non è davvero una Kree.

Durante una missione pericolosa su un pianeta abitato dagli Skrull, gli acerrimi nemici dei Kree, Vers viene rapita e dalla sua memoria il guerriero Talos cerca di estrarre i riferimenti ad un laboratorio segreto dove la misteriosa Dott.ssa Wendy Lawson sta progettando un motore a reazione alla velocità della luce.

Vers riesce a fuggire e finisce sul pianeta C-53, ovvero la nostra Terra. Siamo nel 1995, atterra in un Blockbuster, viene subito intercettata dal giovane agente Nick Fury, dell’unità SHIELD a cui racconta degli alieni Skrull che sono sulle sue tracce e che hanno la capacità di assumere le sembianze di chiunque. Non ci si può fidare di nessuno.

Tra fughe e inseguimenti, Fury e Vers cercheranno di ricostruire il passato, per comprendere davvero la posta in gioco nella guerra tra Krull e Skree.

Bellissimo film d’origini, che si apre con una dedica sentita a Stan Lee, il padre del grande universo Marvel, il lavoro di Boden e Fleck sfrutta alla perfezione l’idea di lavorare su un tempo diverso, rispetto a quello abitato dagli Avengers.

Siamo a metà anni ’90 e parte della storia è ambientata alla fine degli anni ’80, quando lo SHIELD era un’unità sperimentale, Steve Rogers rimaneva ibernato e Tony Stark era ancora solo un imprenditore nel settore delle armi. Non ci sono vere minacce che incombono sulla Terra e le prime avvisaglie di una presenza aliena, vengono gestite da Fury con la giusta dose di ironia.

Eppure intelligentemente il copione, scritto dai due registi con Geneva Robertson-Dworet, dissemina indizi e anticipazioni, che appagano i desideri dei fan e non appesantiscono una storia, che si muove a metà tra l’avventura spaziale, il romanzo di formazione e il viaggio identitario.

L’idea di fondo è quella di fare una storia di origini nella quale il momento centrale, ovvero quello in cui l’eroe acquista i suoi poteri, è occultato nel suo passato. In questo non è così lontano dai Guardiani della Galassia.

Assume certamente un significato ulteriore il fatto che questo sia il primo film della Marvel co-diretto da una donna e che abbia una protagonista femminile, che occupa la scena dalla prima all’ultima inquadratura.

E’ da molti anni che la Disney lavora ad una completa ridefinizione del carattere e del ruolo delle sue principesse e delle sue eroine e qui appare evidente l’influenza di quel lungo lavoro di ridefinizione identitaria: la protagonista non si misura mai in relazione ad una controparte maschile, non è mai dipendente da quest’ultima, anzi proprio affrancandosi da un falso maestro, ricostruisce il suo vero io e prende consapevolezza della sua unicità e dei suoi poteri.

E’ evidente che Carol Denvers sia un personaggio costruito per rispondere perfettamente ai suoi tempi, che sono quelli del women empowerment, di un’emancipazione sempre più definitiva dai ruoli codificati per i personaggi femminili, nell’intrattenimento popolare.

Non che nel passato non ci siano già stati tentativi simili riuscitissimi – e basterebbe pensare a Ripley di Alien o a Sarah Connor di Terminator – ma qui la scelta è ancor più programmatica ed evidente.

Eppure, nel contesto di Captain Marvel, non sembra mai posticcia, forzata, rispetto ad un universo narrativo pure storicamente creato, per un popolo di lettori soprattutto maschili. Le istanze tematiche sono così ben introdotte nel corpo narrativo del film, da suonare mai stonate. Interessante poi come il personaggio sia chiamato a trovare un equilibrio tra spirito combattivo ed emotività, tra poteri e femminilità. E come si confronti con i tre personaggi maschili del film, vincendone le resistenze e costringendoli a venire a patti con le proprie reali intenzioni.

Così come nel recente Aquaman, anche qui c’è un messaggio di fondo inclusivo, tollerante e antimilitarista, in cui le minoranze, identificate come il nemico da abbattere, si rivelano invece molto diverse, da come appaiono. Nell’America trumpiana, sono piccoli segnali da non sottovalutare, all’interno di un prodotto di intrattenimento popolare come questo.

Il film utilizza i dialoghi tra i personaggi, per chiarire i punti più complicati della trama, con la solita passione tutta americana per le lunghe spiegazioni, ma si tratta di vizi minori, in un film godibile, che si muove veloce tra Terra e Spazio, e che utilizza per gli alieni un look vintage analogico, decisamente indovinato, mentre gli effetti digitali sono per lo più impiegati per ringiovanire Samuel L.Jackson, riportandolo al tempo dei suoi film con Spike Lee, con un effetto non sempre indovinato.

Nell’alternanza di toni che da sempre contraddistingue i lavori della Marvel cinematografica, qui prevale quello grave, anche se non mancano alleggerimenti comici, affidati soprattutto a Fury e alla presenza di un gatto, che riserverà molte sorprese.

Ovviamente è oggetto di ironia anche la rivoluzione tecnologica digitale, che negli anni ’90 muoveva i suoi primi passi, tra cercapersone obsoleti, ricerche internet lentissime, cd che ci impiegano 30 secondi a caricare i contenuti.

Brie Larson attraversa il film con il piglio di un novello Superman, consapevole che il problema non sia tanto avere dei poteri straordinari, ma capire come utilizzarli e perchè farlo, costruendo così, per sè, un ruolo e un’identità.

Jude Law ha invece la parte più complessa e ambigua, quella del mentore Yon-Rogg, che risolve perfettamente anche grazie al suo fascino, sempre poco rassicurante.

Ben Mendelsohn nel ruolo decisivo di Talos, il leader degli Skrull, è quasi sempre mascherato, ma riesce a donare al suo personaggio un’umanità tangibile e ad essere al contempo una minaccia credibile.

Detto del ringiovanito Samuel L.Jackson, su cui non si può che sospendere il giudizio, ma che dà vita ad un Fury diverso da quello che siamo abituati a vedere, gli altri personaggi sono o troppo marginali o troppo truccati per lasciare un segno, compresa Annette Bening, nel duplice ruolo di Wendy Lawson e dell’Intelligenza Suprema su Hala.

Come sempre debole la parte action: in oltre venti film la Marvel non è mai riuscita a creare un meccanismo cinetico veramente efficace e originale, neppure rubando idee a Nolan, a Lucas, a Besson o a Cameron, per non parlare del cinema del far east. Nessuna vera coreografia, nessuna scelta, ma solo il solito montaggio confuso di colpi e reazioni.

Anna Boden e Ryan Fleck, compagni anche nella vita, non sono riusciti a lasciare alcuna traccia visibile del loro lavoro precedente in questo Captain Marvel. Il loro approccio neorealista (Half Nelson, Mississippi Grind, entrambi inediti nel nostro paese) sembra lontanissimo dalla confezione professionale, ma anonima, che questo film condivide con gli altri episodi del MCU e che la coppia ha invece usato nella sua carriera televisiva (In treatment, The Big C, The Affair, Billions).

Particolarmente deludente anche lo score musicale, che sfrutta malissimo e in modo davvero poco competente le hit degli anni ’90, limitandosi ad un paio di superclassici grunge e poco altro. Su questo il lavoro di James Gunn per I Guardiani della Galassia resta ancora un riferimento insuperato nel mondo Marvel.

Inevitabile e attesissima la scena a metà dei titoli di coda, che prelude al prossimo e conclusivo Avengers: Endgame, di puro intrattenimento invece quella finale.

Sarà un successo travolgente.

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