Creed II

Creed II **

Come raccontare Creed II? La leggenda ha ormai superato qualunque tentativo di interpretazione razionale.

Si potrebbe cominciare dai numeri forse: quelli romani, che da sempre contraddistinguono la saga e che tornano anche qui, a segnare in modo un po’ retrò una discendenza strettissima con l’originale.

Oppure si potrebbe ricominciare da Rocky, con il suo cappello calcato sulla fronte, le sue giacche di pelle e le sue all-star nere, caracollante e indeciso dopo otto film, così com’era quarant’anni fa.

O magari da Philadelphia e Los Angeles, (e Mosca!) le città che si contendono la saga: la patria dello stallone italiano, quella dove ha sempre vissuto Apollo Creed, il campione nero, sicuro di sè, ricalcato sull’icona assoluta, Muhammad Ali e infine la capitale russa, sfondo esotico per eccellenza.

Ma se è vero che ogni capitolo della storia ne richiama altri, per adesione o contrasto, per parlare di Creed II bisogna ripartire da Rocky IV, il film che Stallone aveva scritto e diretto nel 1985, come una sorta di metafora tirata a lucido dell’america reaganiana, delle sue paure e delle sue vittorie.

Il film di oggi si pone in competizione diretta con quello. Ritroviamo tutti i protagonisti di allora, con ruoli diversi e una nuova generazione, desiderosa di confrontarsi con l’eredità dei padri, per vendicarne le sconfitte e riprendersi l’identità smarrita un tempo.

Solo così si può raccontare di Creed II: la sua struttura richiama esplicitamente quella del 1985.

E’ sempre cinema del ricalco quello di Stallone: ideati gli archetipi originali, li si riprende periodicamente.

E la prima immagine è proprio un ritaglio sbiadito dell’incontro di un tempo. Siamo in Ucraina, nel frattempo, dove l’anziano Ivan Drago, abbandonato dalla moglie e dalla madre Unione Sovietica, allena il figlio Viktor, boxeur dalle dimensioni mastodontiche e dalla forza brutale e grezza.

A Philadelphia invece Adonis Creed, aiutato da Rocky, è diventato campione del mondo dei massimi, conquistando la corona appartenuta al padre. La sua ragazza, Bianca, aspetta un figlio e tutto sembra mettersi per il verso giusto, quando arriva la sfida inattesa con Drago.

Quella sfida riapre una ferita mai interamente rimarginata: Ivan Drago aveva sconfitto e ucciso Apollo Creed trent’anni prima, costringendo Rocky a vendicare l’amico fraterno, in un memorabile match a Mosca, alla presenza del soviet supremo e di Gorbaciov.

Balboa si fa da parte, invitando Adonis a non accettare la sfida, ma la forza evocativa di quel confronto è troppo forte per il giovane campione del mondo.

Il film, scritto da Stallone con Juel Taylor e diretto questa volta non da Ryan Coogler, ma da Steven Caple Jr., si muove nel terreno fragile e pericoloso dell’omaggio. Ogni scena ne richiama altre della saga e in particolare del film del 1985. Lo stesso susseguirsi degli incontri è simile al testosteronico Rocky IV, talmente esagerato nella sua estetica, da essere già parodia di se stesso.

Persino i personaggi si assomigliano, con lo sbruffone che perde e se la vede brutta, prima di riconquistare la vittoria grazie alla sofferenza, all’allenamento non convenzionale al dolore e alla sopportazione stoica.

Rocky è sempre stato il romanzo della seconda possibilità, del sogno americano, capace di traghettare gli anni Settanta negli Ottanta e farsi testimonianza di uno spirito indomabile e ingenuo, per la sua parte.

Creed, sin dal primo episodio, ha avuto l’intelligenza di porsi in continuità assoluta all’originale, nelle sue dinamiche interne, nella caratterizzazione dei personaggi, nelle svolte drammatiche e nelle costruzioni narrative.

L’operazione nostalgia ha funzionato benissimo, sotto la parvenza di un nuovo inizio: d’altronde è sempre vero che bisogna che tutto cambi, perchè tutto rimanga com’era.

Ma se Coogler era riuscito a mostrare una certa padronanza nel racconto di strada, così come in quello sportivo e nel coté melodrammatico del vecchio pugile malato, che lotta per sè e per tutti, ancora una volta, qui Caple Jr rimane impantanato in una messa in scena noiosissima, che prevede come unica soluzione il primo e primissimo piano ed il campo e controcampo.

Inutile ricordare cosa dicesse Welles dei film pieni di primi piani, ma certo è che nei 130 minuti di Creed II, quelle inquadrature insistono con una ripetitività esagerata e sospetta.

Le scene sul ring sono scolastiche e non aggiungono molto alla lunghissima tradizione del cinema sportivo che ha annoverato, nel corso dei decenni, alcuni capolavori assoluti, da Toro Scatenato ad Ali.

Non è certo da questo Rocky VIII, travestito da Creed II, che pretenderemmo novità: ci accontenteremmo invece di un racconto capace di evocare gli archetipi del passato in un modo meno pedante.

E invece Caple jr. sembra uno scolaretto timoroso di fronte ad un anziano maestro, che tratta con un rispetto che scolora nel timore reverenziale.

Michael B. Jordan fa il suo, Tessa Thompson è sempre adorabile, ma questo rimane pur sempre un film di Sly Stallone, che con la sua voce cavernosa e il suo volto testimone di troppe battaglie, ruba la scena a tutti, ogni volta che appare. Rocky è sempre stato il personaggio della sua vita. L’identificazione tra ruolo e attore è totale. Impossibile distinguere l’uno dall’altro. Ciascuno è stato testimone dei successi e delle sconfitte altrui. La carriera dell’uno si rispecchia in quella dell’altro.

Alla fine però restano il fascino invincibile del ring come metafora della vita e il prodigioso meccanismo emotivo ideato da Stallone, che potrebbe andare avanti all’infinito, passando di generazione in generazione, di sfida in sfida, di resurrezione in resurrezione.

Purchè tuttavia sia accompagnato dalla musica immortale di Bill Conti, che torna, anche questa volta, a punteggiare il match finale, dopo due ore di hip hop sfiancante e vuoto.

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