Glass

Glass **

C’era una volta un addetto alla sicurezza dello stadio di Philadelphia. Vittima di un pauroso incidente ferroviario, da cui era uscito illeso e unico superstite, David Dunn aveva scoperto poteri straordinari e una forza sovrumana.

Ad aiutarlo nel suo percorso identitario c’era un appassionato gallerista di fumetti, nato con le ossa fragilissime a causa dell’osteogenesi imperfetta: Elijah Price, ovvero Mister Glass, ridotto in carrozzina, rivelava solo alla fine la sua mente geniale e diabolica.

Diciannove anni dopo il giovane Kevin, affetto da un clamoroso disturbo della personalità, scopre che l’ultima e più pericolosa sua incarnazione, La Bestia, è un essere animalesco e invincibile.

Sulle sue tracce si mette il misterioso giustiziere, che la stampa chiama Il Sorvegliante: altri non è che David Dunn, aiutato dal figlio Joseph.

Quando finalmente David riesce a scovare dove Kevin ha imprigionato quattro giovani cheerleader, rapite ai loro cari, lo scontro tra i due viene interrotto dalla polizia che, per conto della Dott.ssa Ellie Staple, li porta in un manicomio criminale dove è rinchiuso e potentemente sedato, da molti anni, anche Elijah Price.

La Dott.ssa Staple è una psichiatra specializzata in pazienti affetti da spropositate manie di grandezza: persone che credono di possedere superpoteri, accomunate invece da una disfunzione del lobo frontale del cervello, che un’operazione potrebbe forse curare.

In tutta la parte centrale di Glass, la Staple cercherà di ricondurre a razionalità le gesta eccezionali dei tre internati, individuando i punti deboli dei tre (la luce, l’acqua e il controllo delle facoltà mentali), per sfruttarli a proprio vantaggio. Chiederà una mano anche a Joseph, il figlio di David, a Mrs. Price, la madre di Elijah e a Casey Cooke, l’unica sopravvissuta alla Bestia.

Non anticipiamo nulla di quanto invece accade nel lungo terzo atto del film, per non rovinare la sorpresa a nessuno.

Tuttavia se Shyamalan ha sempre giocato con l’ombra, per spingerci infine verso la luce e la chiarezza solo alla fine, qui in realtà è tutto sempre illuminato a giorno e anche l’epilogo, che sembra aspirare ad un afflato epico, è francamente imbarazzante per pochezza e superficialità.

Se il messaggio finale dev’essere un generico peana in favore della diversità, dell’eccezionalità, anche sovrannaturale, contro ogni tentativo di normalizzazione, si tratta un po’ della scoperta dell’acqua calda…

Glass è certamente il meno ispirato dei film di quella che è diventata, nel corso di quasi vent’anni, un’attesissima trilogia.

Volendo porsi come una riflessione metacinematografica sui comics e sulla loro influenza culturale, il film cerca di utilizzare a suo vantaggio i tre archetipi creati con i due episodi precedenti, per costruire un racconto, che abbia la forza di risuonare in modo limpido e riflessivo, in un panorama cinematografico sempre più affollato di vigilanti e uomini in calzamaglia.

Inoltre rimane centrale la riflessione di Shyamalan sul dolore e la perdita, come strumenti catartici, capaci di innescare un autentico processo identitario, che solo attraverso il trauma porta alla piena affermazione di sè.

Come non fossero già sufficientemente ambiziosi questi temi, il regista vuole utilizzare Glass anche come una sorta di blueprint della sua intera carriera, come un ritratto autobiografico di quello che era e di quello che vorrebbe essere ora, investendo il film di un sottotesto personale, che lo appesantisce ulteriormente.

Purtroppo però il carico enorme delle aspettative e di questi obiettivi è troppo pesante, per poggiare sulle spalle di un film, che appare fragile come Mr.Glass.

I suoi personaggi sono già archetipi definiti, quando li riprendiamo all’inizio del film: hanno già avuto un loro percorso narrativo nei due capitoli precedenti e qui rimangono fermi, bloccati in un processo di autoanalisi, che non porta da nessuna parte e che non serve a molto, se non a lanciare il prevedibile showdown finale. Trattandosi poi di un film a basso budget, Shyamalan non può affidarsi neppure alla spettacolarità dei set e degli effetti: tutto si risolve in uno spazio limitato e confinato, con una nota curiosamente diminutiva e anticlimatica, forse non voluta.

La riflessione sui comics rimane in superficie o forse è ferma al 2000, l’anno di Unbreakable, come se nel frattempo non fossero usciti Spider-Man di Raimi, Il Cavaliere Oscuro di Nolan, Sin City di Rodriguez, Logan di Mangold o la grande macchina spettacolare della Marvel.

L’imperativo di non rivelare spoiler ci impone di non approfondire gli elementi più controversi del finale, ma gli accenni complottisti da gruppo bilderberg, sono veramente disperanti.

Tuttavia il problema più grande del film resta uno sviluppo narrativo troppo esile, un’incapacità di muovere i personaggi, per metterli davvero in crisi: il risultato è un lavoro che dopo la prima metà rimane incatenato dalle sue premesse, incapace di spingersi verso territori veramente analitici o innovativi.

Il personaggio che dà il titolo a questo terzo episodio rimane nell’ombra per metà film, costretto ad un silenzio catatonico, che rompe solo alla fine, ma non è mai davvero centrale, in un film furiosamente centrifugo, che allontana anche Dunn e Kevin dal suo centro, lasciando il pubblico disancorato e incapace di trovare una parte con cui identificarsi.

Shyamalan, celebrato in passato per i suoi copioni capaci di accumulare mistero, prima di rivoltare le premesse narrative in un finale sorprendente, soprattutto dal punto di vista emotivo, questa volta tradisce completamente se stesso. Il film è fin troppo lineare e il mistero arriva solo in extremis, ripetuto in un finale che sembra non voler mai chiudere e che ripete più volte volte se stesso, alla ricerca di un’epica, impossibile da raggiungere dopo l’esito diminutivo dello scontro fra i tre protagonisti.

L’epilogo lascia aperto un intero universo di nuovi capitoli, anche se Shyamalan ha negato di voler dare ulteriore seguito alla sua trilogia, tuttavia Glass rimane un’occasione clamorosamente mancata.

Deludente.

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