The Equalizer 2 – Senza perdono

The Equalizer 2 – Senza perdono **

Squadra che vince non si cambia. E così, forti dei 101 milioni di dollari, incassati dal primo episodio, Antoine Fuqua, Denzel Washington e lo sceneggiatore Richard Wenk hanno deciso di dare una seconda opportunità al personaggio, creato da Richard Lindheim e Michael Sloane per la CBS nel 1985 e poi trasportato sul grande schermo nel 2014, grazie alla Sony Columbia.

Robert McCall l’ex agente della DIA – i servizi segreti militari – che tutti credono morto, continua a vivere a Boston, guidando un Uber.

Ha il suo giro di clienti affezionati e, quando qualcuno di questi finisce nei guai, interviene per riportare un po’ d’ordine. Difende una escort abusata, riporta a casa un bambino che il marito turco ha rapito alla ex moglie americana, aiuta un sopravvissuto dei campi di concentramento a riannodare i fili del passato.

Si prende cura soprattutto di un suo vicino di casa, il giovane Miles, che ha un talento per il disegno, ma troppe tentazioni criminali, da cui stare alla larga.

La routine da vigilante con la coppola e le camicie viola viene interrotta quando una sua collega, l’unica a saperlo vivo, viene brutalmente assassinata in Belgio, mentre indagava su un duplice omicidio-suicidio di un collega.

Robert cerca di fare chiarezza, ma finisce per mettere a rischio la sua nuova identità.

Il film di Fuqua è piuttosto distante dal primo episodio: pur trattandosi dello stesso personaggio, questa volta il pericolo arriva dal passato e da quello stesso ambiente delle agenzie governative, di cui Robert era stato parte.

Il copione vorrebbe dare al personaggio uno spessore nuovo, scavando nel suo dolore e nella sua solitudine, ma la sensazione che lascia The Equalizer 2 è invece quella dell’operazione concepita tutta a tavolino, in cui ogni elemento è funzionale non tanto al racconto, ma alle intenzioni degli autori, convinti che bisognasse costruire un nuovo legame empatico con lo spettatore, capace di giustificare le sue azioni da vendicatore senza maschera.

Fuqua cerca di non glorificare troppo la violenza brutale di Robert, che si fa giudice, giuria e boia dei soprusi che scopre, mettendo in scena con coreografici rallenty le scene d’azione e cercando di evitare eccessi realistici.

Poi quando entrano in scena i veri villain del film, Fuqua è salvo, perchè la risposta del protagonista appare ovviamente giustificata dal pericolo imminente e concreto: nell’ultimo terzo, il film diventa addirittura una sorta di western spettrale, ambientato in una città evacuata, spazzata dal vento e dalla pioggia di un tornado, nella quale si muovono solo i protagonisti, pistole in pugno, come in uno showdown del far west.

Se The Equalizer 2 ha una sua efficacia spettacolare e Denzel Washington, per la prima volta nella sua lunga carriera riprende un personaggio già interpretato, questo non può nascondere i limiti dell’operazione: limiti che sono sia culturali, sia narrativi.

Assecondare il vigilantismo e la risposta personale, armi alla mano, ai problemi posti dalle nostre società complesse, è certamente discutibile, anche se la chiusa finale vorrebbe forse racchiudere in uno contesto superomistico, le avventure di Robert McCall, liberandole definitivamente da ogni realismo.

Dal punto di vista narrativo, il film sembra invece un patchwork, in cui troppi elementi eterogenei finiscono, per appesantire la linearità del racconto: l’inizio su un treno turco, poi Boston, quindi il Belgio, Washington, la cittadina di mare, la sottotrama con l’anziano ebreo, quella con il ragazzino di colore.

Quasi come se Fuqua e Wenk non si fidassero troppo del carisma del loro attore/personaggio, che invece è più che sufficiente a sostenere qualsiasi sceneggiatura, persino la più improbabile: ed infatti, nonostante i suoi limiti, il film non ne ha risentito, incassando negli Stati Uniti la stessa identica cifra del primo capitolo e probabilmente prolungando così le avventure di Robert McCall ad un terzo episodio.

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