Listen to me Marlon vs. Amy

Il cinema del reale ha ormai conquistato spazi sempre più ampi anche sul grande schermo e nella programmazione dei multisala.

Grazie a distributori come Wanted Cinema, Nexo Digital, I wonder Pictures e collane come Feltrinelli Real Cinema, il pubblico ha avuto accesso a molti film che una volta avrebbe potuto recuperare solo sulle tv satellitari, sul digitale terrestre o a tarda notte.

Due tra i documentari più acclamati dell’anno sono stati certamente Amy e Listen to me Marlon, che partono da una premessa metodologica simile.

Amy è stato costruito dal francese Asif Kapadia, a partire dalle immagini amatoriali degli amici e dei parenti della stessa Amy Winehouse, dai suoi esordi musicali di inizio secolo, fino alla tragida e prematura scomparsa, avvenuta nel 2011.

Mentre Listen to me Marlon è stato invece montato da Stevan Riley a partire dai nastri audio, che Marlon Brando ha registrato nel corso della sua lunga carriera.

Il risultato però è stato assai diverso, forse perchè la statura dei due personaggi è incomparabilmente diversa, nonostante il tormento comune, la fragilità e il rifiuto del mondo dello spettacolo.

Amy **

Kapadia ha scelto di mettere in fila cronologicamente i filmati privati ripresi con videocamere, telefonini, accanto a immagini edite ed inedite delle performance musicali della Winehouse, a partire dai suoi esordi nella scena musicale jazz londinese.

Il successo di culto del primo album Frank, scritto assieme a Salaam Remi è il preludio al trionfo di Back to Black del 2006: meno jazz, più soul e r’n’b.

Improvvisamente la chitarrista dei sobborghi di North London diventa una star mondiale: arrivano i Grammy, i premi di MTV, le tournée americane ed europee, così come il matrimonio con Blake Fielder-Civil, una delle anime nere, dei villain del film di Kapadia.

Nonostante avesse già sofferto di bulimia e abusasse spesso di alcolici, la sofferta storia d’amore con Blake la spinse verso la cocaina, il crack e l’eroina.

Eppure lo show deve continuare: il padre onnipresente accetta di partecipare ad un reality, che evidentemente pesca nel torbido di Amy, Blake viene arrestato e poi divorzia da Amy, mentre la spirale autodistruttiva finisce per travolgerla.

Assediata dai paparazzi in modo francamente spaventoso, oggetto di scherno e battute nei talk show della notte, costretta ad imbarazzanti performance sul palco… la Winehouse che esce dal ritratto di Kapadia è un’anima fragile, un talento naturale, senza un grande fuoco artistico, ma con una grande insaziabile fame di vita.

I familiari, dopo aver visto il film, sono rimasti scioccati. Il padre ha dichiarato. “Amy stessa sarebbe andata su tutte le furie: non lo avrebbe mai voluto”.

Sì è probabile, perchè Kapadia non sembra molto interessato al talento ed alla musica dell’artista che ha sconvolto la scena musicale internazionale con appena un pugno di canzoni, ma, esattamente come tutti gli altri, ha preferito soffermarsi sulle sue qualità autodistruttive, sulla sua incapacità di affrontare la vita.

Ricorda Orson Welles nella sua autobiografia, scritta a quattro mani con Peter Bogdanovich, che nonostante avesse una venerazione per la scrittrice danese Isaac Dinesen (Karen Blixen), di cui adattò per lo schermo La storia immortale, non volle mai conoscerla personalmente, per timore di essere deluso da quell’incontro.

Perchè in fondo anche l’artista più grande è un uomo come gli altri, con le sue debolezze, le sue idiosincrasie, le sue infelicità.

Amy non aiuta certo a comprendere l’artista Winehouse, trasformandosi nel ritratto impietoso di una ragazza morta troppo presto, un’anima in pena, incapace di equilibrio, a cui tutti hanno chiesto qualcosa, senza restituire molto.

Se volete sapere chi era Amy Winehouse, lasciate perdere questo documentario: tornate ad ascoltare invece Frank e Back to Black, le registrazioni dei suoi primi concerti, il duetto finale con l’idolo Tony Bennett.

Il resto non conta. In quelle tracce c’è tutto il suo mondo.

Listen to me Marlon ****

Se invece volete sapere chi era Marlon Brando, il documentario montato da Stevan Riley è un piccolo capolavoro, per molti versi illuminante.

Anche qui lo spunto viene da una serie di documenti originali: i nastri audio, incisi da Brando nel corso degli anni.

Una sorta di autoanalisi, ricca di riflessioni su di sè, sul proprio lavoro, sul rapporto con le donne e i figli, con i colleghi e i registi, la politica, il costume, la storia del proprio paese.

Considerato a buon diritto, come il più grande attore americano del secolo scorso, Listen to me Marlon, costruito tutto dalle sue parole, lo mostra come un gigante, fuori e dentro la scena.

Dopo un’introduzione sublime e terrificante, con il volto di Brando, digitalizzato a futura memoria, Riley decide di partire dal momento più difficile della sua vita: l’omicidio commesso dal figlio Christian, in casa sua, ai danni del fidanzato della sorella Cheyenne.

Il riservatissimo attore è costretto a recitare ancora una volta, di fronte al circo di un processo-spettacolo, morbosamente curioso di conoscere tutti i dettagli della vita dei ricchi e famosi.

Riley riavvolge poi il nastro per ripartire dall’inizio: l’infanzia ad Omaha, il rapporto con i genitori, l’arrivo a New York, l’incontro con Stella Adler e la scoperta del ‘metodo Staniskavskij’. Quindi i trionfi sul palcoscenico e quelli sul grande schermo con Uomini, Un tram che si chiama desiderio, Il selvaggio, Fronte del porto, Viva Zapata, Giulio Cesare.

Ma non c’è solo il Brando attore in quelle conversazioni, ma anche il seduttore, il cittadino che si batte per i diritti civili delle minoranze, al fianco di Martin Luther King e Bobby Kennedy, il figlio incapace di assecondare i desideri del padre, il viaggiatore travolto dalla bellezza della Polinesia.

Listen to me Marlon è un atto d’amore. Ma non è un’agiografia: l’onestà del diario tenuta da Brando e la feroce autocritica che lo ha sempre contraddistinto, ne fanno un’opera imprescindibile, non solo e non tanto per gli appassionati di cinema, ma per ogni spettatore.

Brando non nasconde nulla di sè, i passi falsi degli anni ’60, il disprezzo per i soldi e la recitazione tradizionale, i suoi fallimenti come compagno e genitore, persino i suoi capricci su set che non valevano il suo talento.

Straordinaria la parte finale, quella che dal grande ritorno nei panni di Don Vito e di Paul chiude il cerchio con il processo al figlio Christian.

In Italia è uscito direttamente in homevideo per Universal. Non perdetelo per nessun motivo.

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