Suburra

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Suburra **1/2

Atteso dai corifei del cinema stracult e nocturno come il film dell’anno, capace di brandire la bandiera del genere, contro i giovani favolosi martoniani e le madri morettiane, Suburra si rivela assai meno decisivo e simbolico, di quanto non ci abbiano raccontato.

Il film, diretto da Stefano Sollima, il padre della grande serialità televisiva italiana di Romanzo Criminale e Gomorra, vorrebbe rappresentare il nero più nero della Roma corrotta e fascista, divisa tra grandi affari e politica criminale.

Solo che il grande lavoro di messa in scena e la buona direzione di un cast, che accosta volti nuovi e antichi di schietta romanità, sembrano infrangersi costantemente sugli scogli di una trama greve, priva di qualsiasi sfumatura, sempre indecisa se sposare l’idea del film di impegno civile o quella della finzione noir, in cui i personaggi sono tutti miserabili figli di quella suburra evocata dal titolo e Roma è costantemente battuta da una pioggia così forte e insistita, che ricorda l’inferno di Se7en.

Il romanzo di Bonini e De Cataldo, da cui Rulli e Petraglia hanno tratto una delle sceneggiature più fragili della loro brillante carriera, è ambientato nel novembre 2011, pochi giorni prima di quella che viene identificata come l’apocalisse. Scopriremo solo alla fine di cosa si tratta.

Il film comincia in Vaticano, con un Papa che pensa alle dimissioni, e poi devia ovviamente in Parlamento, dove il poco onorevole Pippo Malgradi, dopo aver abbandonato gli scranni di una maggioranza di destra sempre più in fibrillazione, raggiunge l’Hotel de Russie per una notte di sesso e droga con due escort, di cui una minorenne.

Contemporaneamente, al surreale Dubai Bar, Bacarozzo, un vecchio camerata dei Nar, appena uscito di galera dopo vent’anni di purgatorio, incontra l’amico di sempre, Samurai, diventato nel frattempo il garante di Cosa Nostra nella Capitale: Bacarozzo vuole anche lui la sua parte, in nome dei vecchi ideali, ma il boss rifiuta: “Io, ormai, l’idea me la porto qua e basta” indicando il cuore. Gli affari vengono prima di tutto.

In una villa antica, illuminata pacchianamente da led colorati e proiezioni in 3D, il pr Seba, gestisce il suo piccolo potere d’influenza, ignaro che la sua vita è ormai in mano ad una banda di zingari cravattari, guidati dal sanguinario Manfredi Anacleti, una sorta di Mario Brega reincarnato e cattivissimo, interpretato dal sorprendente Adamo Dionisi.

Ad Ostia invece il giovane Numero 8 ha ereditato dal padre il controllo del litorale: a forza di botte e incendi dolosi sta convincendo tutti a cedere le loro proprietà a Samurai, per un progetto di speculazione edilizia imponente, che trasformerà quella zona in una piccola Las Vegas, con casinò, hotel, ristoranti.

Accanto a lui c’è Viola, la sua ragazza, una tossica senza scrupoli e senza pietà, ma innamoratissima del suo uomo.

Nell’enorme speculazione ci sono dentro tutti: il Vaticano, la politica nera, i criminali locali e le famiglie della ‘bassa Italia‘, ma è Samurai a reggere i fili del gioco.

Le cose precipitano quando il festino di Malgradi degenera imprevedibilmente: una della escort ci rimane secca, il politico abbandona l’hotel precipitosamente, lasciando che siano l’altra ragazza e il fratello di Manfredi Anacleti, Spadino, a liberarsi del corpo.

Solo che Spadino ha manie di grandezza e la spirale di violenza si stringe attorno ai protagonisti, tra minacce, ricatti e vendette, che non risparmiano nessuno.

Nel frattempo passano i giorni e si avvicina l’apocalisse.

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Il racconto polifonico, orchestrato da Rulli e Petraglia, questa volta appare superficiale e populista: la metafora di una Roma cloaca massima, pronta ad esplodere come i suoi tombini pieni d’acqua è sin troppo facile e risaputa.

Suburra è poi costantemente irrisolto, indeciso se sposare fino in fondo l’epica del film di genere o se farsi cronaca credibile di quella Terra di Mezzo, scoperchiata dalle indagini su Mafia Capitale.

La tensione continua tra il desiderio di mettere in scena il resoconto sordido di quel mondo e le necessità narrative del racconto tragico e popolare, tutto legato ad un immaginario cinematografico, non produce un esito coerente.

Il noir e poliziesco lasciano spazio al realismo di quelle brutte scene in Vaticano ed in Parlamento, inevitabilmente ‘false’ e inutili.

Il film, ambientato nella Roma fascista di Alemanno e del Governo Berlusconi, indaga quel mondo con una superficialità da brogliaccio di polizia giudiziaria, restando in superficie, mettendo dentro tutto, tagliando con l’accetta i suoi personaggi e sottolineando costantemente con la matita blu elementi e situazioni già chiarissime: c’era proprio bisogno di mostrare Malgradi nudo in mezzo ad un’orgia dissoluta, affacciato su Piazza del Popolo mentre urina dal balcone? o lo stesso deputato che rincorre l’auto presidenziale all’uscita di Palazzo Chigi? o il rude Manfredi che minaccia Seba, mentre con una mannaia affetta un agnello?

Se pensiamo poi alla struttura del film, Sollima dimostra di non aver capito la lezione di Michael Mann, il maestro del poliziesco moderno: manca completamente in Suburra un qualsiasi controcanto alle imprese temerarie di questo manipolo di fasci e criminali. Non c’è mai una prospettiva esterna, mai una via d’uscita. Nel libro di Bonini e De Cataldo c’era almeno il colonnello Malatesta, curiosamente eliminato dalla sceneggiatura.

Nel film invece non si salva nessuno e tutti i personaggi danteschi vivono e muoiono in un inferno battuto dalla pioggia, vittime di un destino, a cui nessuno riesce mai davvero a sottrarsi.

La sopraffazione è l’unica risposta ad ogni problema: forse perchè tutti sono così intrisi di quella cultura della violenza, che sembra essere la vera cifra del racconto di Suburra.

E allora non è un caso che Sollima scelga alla fine una donna come eroina e vendicatrice del suo film, da un lato prendendosi gioco di quella cultura così maschia e virile e dall’altro ricordandoci che erano proprio tre sorelle – le erinni – l’incarnazione della vendetta, nel mito greco.

Nel cast spiccano Claudio Amendola nel ruolo ieratico del Samurai, un novello Carminati, che sembra aver abbandonato passioni ed azioni, in cambio di un potere senza confini, e Alessandro Borghi, già grande protagonista di Non essere cattivo, qui nei panni di Numero 8, irriconoscibile con il cranio rasato e tatutato e la barba lunga.

Ma chi si impone è la Viola interpretata da Greta Scarano, spesso catatonica strafatta, ma lucidissima nelle sue decisioni e priva di qualsiasi timore.

Inquadrata Sollima spesso dal basso o di spalle, il suo è il personaggio più grande del film, quello che non sembra aver alcuna altra motivazione che quella di una giustizia da antico testamento. In fondo il suo è l’unico personaggio morale all’interno del film.

La Scarano, già vista accanto a Favino in Senza nessuna pietà, è qui ancora più brava: il suo ruolo sembra così poco scritto, le sue battute così scarne, il suo fisico così minuto, eppure lei ne fa l’architrave di tutto il film, grazie ad una forza magnetica, uno sguardo che mescola malinconia, disincanto e determinazione ed una generosità inconsueta nel cinema italiano. La scena dell’agguato di Samurai alla catapecchia di Ostia, alla quale Viola riesce a sfuggire per un soffio, mentre è strafatta di eroina, vale il film e Sollima è straordinario nel valorizzarla.

Se Suburra doveva rappresentare la consacrazione cinematografica definitiva del suo autore, allora forse non ci siamo ancora. Il suo apocalittico massimalismo è del tutto esagerato, e non tutte le scelte stilistiche sembrano sotto controllo. Eppure sono molti i momenti riusciti: la descrizione del clan chiassoso degli Anacleti, il grande villain al tramonto Samurai, che porta la torta all’anziana madre, il set clamoroso del Dubai Bar e quello della discoteca di Ostia, fortino di Numero 8.

Curiosamente i singoli contributi sono più riusciti dell’insieme: il film è fragile, ma gli interpreti sono in gran parte indovinati ed il comparto tecnico è di primissimo livello, a cominciare dalla fotografia notturna di Paolo Carnera, fino al montaggio di Patrizio Marone, entrambi con Sollima sin da Romanzo Criminale. 

Pregevolissima la colonna sonora elettronica dei francesi M83, su cui spicca il crescendo esplosivo di Outro.

Suburra diventerà presto una serie tv: la prima prodotta in Italia dall’americana Netflix. Sentiremo parlare ancora a lungo di Samurai, Seba, Numero 8 e Viola…

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