Crimson Peak

Crimson peak

Crimson Peak **

Secondo film diretto da Del Toro per la Legendary Films, specializzata in blockbuster dalle dimensioni mastodontiche, dopo il fallimentare Pacific Rim, questo Crimson Peak voleva essere un omaggio del regista messicano alle convenzioni horror ed ai classici della casa stregata, da Gli invasati di Robert Wise a Suspence di Jack Clayton.

L’idea di riesumare tutto l’armamentario gotico, tra fantasmi, premonizioni, veleni e armi bianche, non è stata però particolarmente felice, perchè Del Toro resta sempre il superficie, cita senza aver davvero compreso, ricostruisce anche affettuosamente, ma non sembra davvero capace di raccontare qualcosa di nuovo.

Il suo film è privo di vita e d’anima, completamente anemico e anodino, nonostante il coinvolgimento in fase di scrittura di un’icona del cinema americano degli anni ’70, Matthew Robbins, autore degli script per THX 1138, Sugarland Express e Incontri ravvicinati.

La protagonista di Crimson Peak è una giovane americana Edith Cushing – figlia di un ricco costruttore nella Buffalo di fine ‘800, rimasta orfana della madre, morta di colera – che sogna di diventare scrittrice ed è invano corteggiata dal cavalleresco Dott. Alan McMichael.

Edith ha preso a modello è Mary Shelley, scrive ghost stories, ma quando in città arriva il misterioso inglese Sir Thomas Sharpe, in cerca di denaro per costruire una macchina capace di estrarre l’argilla rossa dalla sua tenuta di Allerdale Hall, se ne innamora all’istante.

Dopo il matrimonio i due si trasferiscono in Cumbria, la regione rurale a nord dell’Inghilterra, dove sorge la grande magione del marito, decadente e diroccata, assai poco ospitale.

Qui vive anche la sorella di Sir Thomas, Lucille, che condivide con il fratello un oscuro passato.

Ma l’amore è cieco e Edith non sembra accorgersi che la casa è infestata da presenze oscure, che invano cercano di metterla in guardia.

Nella straordinaria scenografia ricostruita in studio in Canada, da Tom Sanders, anche grazie ai costumi di Kate Hawley, Del Toro ed il suo direttore della fotografia, il danese Dan Laustsen, prendono a prestito la palette dei colori del nostro Mario Bava, per costruire un film dal cromatismo formidabile, in cui il rosso dell’argilla si contrappone al bianco virginale della neve negli esterni, mentre la luce calda di lampade e candele rischiara a stento l’oscurità gotica, verde e blu, degli interni.

La continua e sapiente contrapposizione luministica e cromatica è però l’unico pregio di un film che Del Toro, nonostante le intenzioni sbandierate, sembra aver girato senza grande passione.

Il suo personaggi non sono mai davvero interessanti, chiusi nei loro clichè di genere ed incapaci di sovvertirli.

Dopo il prologo americano, il film si svolge tutto all’interno degli spazi enormi di Allerdale Hall, nel suo magnifico atrio coperto di foglie e di neve, nelle sue stanze fredde, nell’ascensore di ferro e nei sotterranei nei quali riposano l’argilla e molti segreti.

Il set diventa così il più vivo e imprevedibile dei personaggi, che respira, partecipa, si trasforma, nel corso del racconto, ma non riesce mai davvero a farsi protagonista, così come era l’Overlook Hotel di Kubrick: Del Toro conosce bene i suoi epigoni, ma riesce solo ad evocarli, mai a trascenderli.

Gli elementi c’erano tutti perchè il regista messicano ci regalasse un film davvero sinistro, ma l’inquietudine rimane tutta nelle intenzioni ed il film annoia profondamente, invece di tener desti i suoi spettatori, la tensione latita e tutto finisce nel più scontato degli happy ending, con il ristabilimento dell’ordine e la vittoria della famiglia tradizionale, su quella incestuosa e assassina.

Non c’è nulla di davvero perturbante nel film di Del Toro, il suo Crimson Peak magari accontenterà il pubblico dei multiplex del sabato sera, senza mai davvero provocare un brivido nella sua schiena.

La deriva del suo cinema, capace da sempre di flirtare intelligentemente con il mainstream, ma ora del tutto prono alle esigenze produttive del capitale hollywoodiano, lo hanno trasformato nel ‘figlio’ meno interessante della new wave messicana, nonostante il talento innegabile nella messa in scena ed un amore per il cinema di genere, che l’ha reso popolarissimo tra i nerd di mezzo mondo.

Eppure dopo Hellboy II e Il labirinto del fauno, il suo cinema sembra essersi inesorabilmente ripiegato su se stesso: anni buttati nell’adattamento di un inutile Lo Hobbit, il kaiju d’accatto Pacific Rim ed ora quest’altro passo falso. Se tre indizi fanno una prova…

Una delusione.

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