Cannes 2015. Youth – La giovinezza

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Youth – La giovinezza **

Tutti i film di Paolo Sorrentino sono costruiti a partire da un protagonista centrale ed enigmatico, attorno al quale gli altri personaggi ruotano, cercando di afferrarne i sentimenti e illuminarne i misteri.

Era cosi’ per i due Tony Pisapia, per Titta, il riciclatore della camorra, per l’usuraio amico di famiglia, e naturalmente per il Divo Giulio, il rocker Cheyenne e Jep Gambardella, destinato alla sensibilita’.

Nel suo nuovo film, intitolato Youth, Sorrentino tenta invece il racconto corale, affiancando al direttore d’orchestra in pensione, Fred Ballinger, l’amico regista Mick, la figlia Lena, il giovane attore Jimmy e la diva Brenda Morel.

Tutti ospiti, prima o poi, di un meravigliso albergo svizzero, quello dove Thomas Mann scrisse La montagna incantata.

Quando un emissario della Regina chiede a Ballinger di tornare a dirigere una sua composizione giovanile, Simple Songs, in occasione dell’anniversario del principe consorte, Ballinger rifiuta di uscire dall’esilio che si è imposto.

Nonostante i vani tentativi di dissuaderlo, da parte della figlia, sua assistente, il ritiro sembra definitivo. Fred ha scritto quel brano per la moglie, che lo ha inciso e cantato per lui. Ma la moglie non puo’ piu’ cantarlo e Ballinger non vuole dirigerne altre versioni.

Intanto l’amico regista e’ attivissimo e prepara il suo ultimo film, una sorta di testamento, assieme ad un gruppo di giovani sceneggiatori.

La figlia di Fred cerca di superare il fallimento del suo matrimonio con il figlio di Mick, mentre il giovane divo Jimmy si lamenta con tutti perchè il ruolo per cui la gente lo ferma e lo riconosce e’ quello di un robot, in un film di quart’ordine.

Nel curioso e suggestivo resort sulle alpi soggiorna anche un vecchio giocatore di calcio, ormai sfatto e asmatico, che non ha perso il talento e l’affetto dei fans.

A turbare la quiete degli ospiti arriva, per un breve soggiorno, Miss Universo.

Il film di Sorrentino, girato in inglese e con un cast internazionale, vorrebbe raccontare il senso di liberta’ che supera lo scorrere del tempo e ne svuota la malinconia dell’incedere.

Con la consueta eleganza, la sua macchina da presa attraversa spazi e paesaggi, in una continua ricerca della bella forma, del particolare curioso, surreale, del movimento che strappa l’applauso: sublime o triviale non ha importanza, ma lo sguardo di Sorrentino resta inesorabilmente in superficie, incapace di cogliere i sentimenti dei suoi personaggi, che continuano a parlare, senza mai davvero ascoltarsi.

Il film e’ un susseguirsi di battute sagaci, di monologhi più o meno indovinati – quello della figlia di Ballinger sulla madre è particolarmente riuscito – che mostrano pero’ un talento questa volta privo di virtu’, onanista e compiaciuto, poco interessato ai suoi stessi personaggi, che appaiono come ingabbiati negli spazi lussuosi dell’albergo e dei suoi boschi, incapaci di un’evoluzione.

Il regista ne ha per tutti, dagli intellettuali ai profeti del gol, fino agli attori che vogliono mettere in scena solo il proprio desiderio, dimenticandosi dell’orrore. Il film è un fiume senza argini di immagini e parole, note sparse fuori dal pentagramma.

La sceneggiatura, che Sorrentino ha scritto questa volta da solo, manca di un qualsiasi rigoroso sviluppo drammatico e i personaggi appaiono sempre schiacciati da una macchina da presa volubile e capricciosa.  Il film, in tutta la seconda parte, si avvolge su se stesso, cerca solo la bella immagine, con alcune cadute di tono evidenti, come nell’incubo-videoclip o nell’immagine felliniana delle attrici di Mick.

Non mancano i momenti riusciti e gustosi,  tutti nella prima parte, tra caramelle Rossana e palleggi con le palline da tennis, riflessioni sul corpo e quell’odore delle case dei vecchi, gia’ evocato ne La grande bellezza, ma anche questi finiscono per rimanere bellissime note a margine di una pagina desolatamente vuota.

Youth cerca quindi un finale che non trova, esattamente come il personaggio di Mick e i suoi sceneggiatori: si rifugia nelle emozioni, dopo averle allontanate per tutto il film.

Persino la musica di David Lang, altrove perfetta, suona qui invasiva e pleonastica.

Il montaggio frammentato vive di troppi insistiti intermezzi musicali, come se non trovasse mai una fluidita’ vera, costruendola cosi’ artificiosamente, attraverso le troppe digressioni, disseminate a bella posta e senza apparente motivo.

C’e’ poco da salvare in questo film, neppure le interpretazioni dei due mostri sacri, Keitel e Caine. I loro personaggi rimangono sospesi, senza vero spessore, abbandonati in un limbo da cui possono uscire solo con un espediente narrativo, tanto improvviso quanto implausibile e forzato.

La proliferazione di produttori non ha certo fatto bene a Sorrentino. Invece di ottenere un maggiore e proficuo controllo creativo, ha avuto carta bianca per seguire una lunga serie di suggestioni che non fanno mai una storia. Youth e’ il racconto di un’impasse, speriamo passeggera.

Sorrentino sembra sempre piu’ innamorato di se’ e del proprio talento. Ammazzerebbe per un carrello, un plonge’ o uno zoom ben fatti. Il suo cinema è diventato un trionfo di manierismo senza confini e senza piu’ limiti.

Solo che questa volta, in preda ai suoi demoni si e’ scordato il film. O forse e’ proprio questo il film che voleva fare? Magari gettando la maschera e concentrandosi, un po’ alla Malick, solo sul suo stile?

E’ curioso infine notare come, senza Toni Servillo, i film di Paolo Sorrentino finiscano quasi sempre per perdersi, privi di quello spessore narrativo, necessario a sostenne la sua smisurata ambizione ed il suo stile lussureggiante. E mostrando la vertigine del vuoto su cui sono costruiti.

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