Cannes 2015. Mad Max: Fury Road

Mad Max: Fury Road ***

Apertura annunciata e poi negata del 68. Festival di Cannes, il quarto Mad Max, firmato da George Miller – a trent’anni di distanza dall’ultimo – e’ un esplosione di corpi e macchine, come raramente si e’ visto in passato.

Una volta l’avremmo chiamato cinema-cinema. Oggi che il postmoderno e’ passato di moda ed e’ rimasto quasi solo Michael Bay a riempire, sempre piu’ spesso, le conversazioni di chi si occupa della frontiera del cinema industriale e delle forme del visibile, ci limitiamo a segnalarvi che la prima ora di questo Fury Road e’ qualcosa di stupefacente.

Un proiettile lanciato verso lo spettatore, una corsa a perdifiato in auto, a piedi, su machine truccate e camion con rimorchio. Da sola regge tutto il resto del film, che ha una lunga pausa centrale e poi ricomincia a correre, verso un epilogo che apre a nuove avventure.

George Miller non “aggiorna” Mad Max: lo rifonda, lo spoglia fino all’osso e ne fa un’esperienza quasi assoluta, immersiva e totale, capace di funzionare come spettacolo puro e come visione politica.

Il nostro eroe post-apocalittico, braccato dagli incubi del passato, e’ ormai solo nel deserto. Persa la sua famiglia, uscito dalla polizia, non ha amici ne’ compagni di viaggio. Neppure il cane che lo accompagnava in Road Warrior. La sua vita e’ la sua auto. Ma anche senza volerlo, finisce catturato da una banda di Warlord che proteggono il regno di Citadel, retto dal sovrano Immortan Joe, che vive in una sorta di paradiso terrestre, ricavato dentro una rupe, dove ha acqua a sufficienza per coltivare quello che vuole e la somministra con parsimonia ai suoi sudditi, che muoiono letteralmente di sete e di fame.

E’ protetto da un gruppo di ‘imperatori‘ guidati da una donna, Furiosa.

Quest’ultima pero’ fugge con le sue cinque spose e cerca di dirigersi a est, dove sogna di ritrovare la Terra Verde, da cui proviene.

Immortan Joe e le sue guardie si mettono presto sulle tracce di Furiosa. Max e’ costretto a seguirli, incatenato, mascherato ed esposto come un trofeo sull’auto di uno dei ragazzi guerrieri.

Immersivo e totale come pochi film d’azione riescono davvero ad essere, astratto e rumoroso, ipercinetico sino al parossimo, non puo’ lasciare indifferenti.

È cinema che vive di vettori più che di psicologia. Eppure proprio questa apparente povertà narrativa diventa la sua forza: Miller si affida a una grammatica elementare – corpi, metallo, polvere, sangue, velocità – per costruire una parabola sull’oppressione, sul controllo delle risorse, sulla gestione proprietaria della vita. Dopo il lunghissimo fuoco d’artificio iniziale, è vero che il film rischia per un istante di perdersi, ma la sua astrazione, la sua natura di allegoria dell’apocalisse come inferno capitalistico, continuano a lavorare sotto la pelle, scena dopo scena.

E poi c’è Furiosa. Charlize Theron entra nel film come un taglio netto, un’energia che sposta l’asse del racconto: Fury Road è formalmente un Mad Max, ma emotivamente e moralmente è la sua storia. La storia di una donna mutilata e potentissima, insieme macchina e carne, segnata da un trauma che non ostenta, ma trasforma in determinazione. Il film mostra il corpo – ancora una volta – come vero terreno di conflitto: sfruttato, mercificato, “riparato” con protesi e ferraglia, ridotto a pura funzione.

Se il cinema di Cronenberg ci ha insegnato che la modernità si vede nelle sue ferite, nel modo in cui la tecnologia si innesta sul desiderio, sul dolore, sulla mutazione, Miller mostra lo stesso principio in forma esplosiva e mitologica: qui la macchina non è un’estensione, è un habitat, una prigione e un’arma. Il mondo è diventato carrozzeria. Non c’è paesaggio che non sia già rottame.

E tuttavia, dentro questa furia di ferro, Miller mantiene una chiarezza registica impressionante: ogni inquadratura è leggibile, ogni traiettoria ha un senso fisico, ogni collisione produce conseguenze. È un cinema muscolare e insieme coreografico, dove l’eccesso non è mai puro caos, ma partitura. Anche quando sembra non respirare, Fury Road è lucidissimo: è un film che non “monta” l’azione, la compone.

Tom Hardy, volutamente ridotto a figura muta, quasi animale, è un Max fantasma: meno eroe e più testimone, catalizzatore di energie. E questo spostamento è decisivo: l’epica maschile si spezza, si decentra, diventa un’ombra che accompagna e infine riconosce un altro percorso. Il vero duello, semmai, non è tra buoni e cattivi, ma tra chi vuole possedere il futuro e chi tenta di restituirlo a una possibilità collettiva.

Girato nel deserto della Namibia, con una precisione coreografica impressionante e fotografato da John Seale con grande dispendio di computer graphic e color correction, Fury Road e’ capace di restituire a nuova vita scenari grandiosi, tra il western classico ed il cinema magniloquente di David Lean.

L’unico limite risiede forse nell’essenzialita’ della storia, ridotta a puro canovaccio: Max, Furiosa e le altre spose ad un certo punto non posso far altro che tornare indietro. Letteralmente ed anche metaforicamente il film si riavvolge su se stesso e ricomincia da capo.

Mad Max: Fury Road e’ esattamente il divertimento intelligente e cinefilo che tutti si attendevano. Per il settantenne Miller, che nella sua carriera ha dedicato quasi meta’ dei suoi film all’epopea del guerriero della strada e’ un segno di vitalita’ futurista, che lascia ammirati.

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