The Imitation Game. Recensione in anteprima!

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The Imitation Game **

Il film diretto dal regista norvegese Morten Tyldum, a partire dalla biografia di Alan Turing, aveva tutte le carte in regola per essere uno dei film più attesi dell’anno.

La sceneggiatura di Graham Moore, che racconta il ruolo determinante di Turing nel decifrare il codice di comunicazione nazista, Enigma, è stata in vetta alla Black List 2012.

I produttori indipendenti che se la sono aggiudicata – Nora Grossman, Ido Ostrowsky, Teddy Schwarzman – hanno cercato di assemblare un cast di primissimo livello, affidando il ruolo di Turing a Benedict Cumberbatch e quello dei colleghi crittografi di Bletchley Park a Matthew Goode e Keira Knightley.

Per la regia è stato scelto un giovane regista europeo, messosi in luce con il thriller Headhunters, affiancato da collaboratori di primissimo livello: Oscar Faura (The Impossible, Biutiful, The Orphanage) alla fotografia, il premio Oscar William Goldenberg (Argo, Heat, Zero Dark Thirty) al montaggio e Alexandre Desplat (The Tree of Life, Benjamin Button, The Grand Budapest Hotel) alle musiche.

I fratelli Weinstein si sono aggiudicati la distribuzione americana.

Eppure, come spesso succede, la montagna ha partorito il classico topolino.

The Imitation Game è il tipico film da premi: diretto senza sbavature, interpretato con il giusto trasporto dagli attori, ricco di qualità nell’apporto tecnico, ma terribilmente conservatore nell’animo.

Quanti film abbiamo visto di questo tipo, premiati dall’Academy nel corso degli anni? Decine. Buon ultimo Il Discorso del Re, che, come The Imitation Game, si è aggiudicato il premio del pubblico a Toronto.

E difatti non c’è nulla che uno spettatore ordinario non apprezzi in un film come questo: il tema importante e lo scenario di guerra, l’esaltazione della diversità sessuale, le interpretazioni febbrili, una narrazione appena più frammentata del consueto, il finale melò che fa scendere la lacrimuccia.

Ma all’occhio smaliziato del critico questi appaiono come i vizi capitali di un cinema pseudo-autoriale, che non nasce da uno sguardo personale sul mondo, ma dall’applicazione, pianificata a tavolino, di una serie di elementi, talmente abusati, da risultare fastidiosi, insinceri, inevitabilmente vuoti.

Per citare una volta di più MacDonald, si tratta di opere midcult, che fingono di guardare a modelli di cultura alta, ma ne ripetono solo gli stilemi e le forme, finendo per banalizzarli e volgarizzarli.

Ed allora diventa persino inutile tentare di riassumere la storia raccontata da Tyldum, vi basti sapere che Turing, brillante matematico, fu assunto dall’MI6 nel 1939 assieme ad un team di crittografi e linguisti, per cercare di decifrare il codice Enigma usato dalla Germania, durante la Seconda Guerra Mondiale e aggiornato ogni giorno.

All’approccio iniziale empirico dei colleghi, Turing rispose progettando una macchina capace di analizzare i milioni di milioni di combinazioni possibili del codice Enigma.

Da quella macchina e dagli studi successivi è nato lo spunto per gli odierni computer.

Ma Turing non era solo un matematico scontroso e di genio, ma anche un omosessuale, in un paese – l’Inghilterra della prima metà del Novecento – nel quale era considerato un crimine.

Le buone intenzioni di tutti i soggetti coinvolti sono innegabili, il problema è aver eliminato ogni aspetto oscuro e disturbante dalla trama, dividendo buoni e cattivi con l’accetta e fornendo persino un controcanto sentimentale a Turing, nell’affetto con la collega Joan Clarke, l’unica donna di tutto il film.

La progressione drammatica è risaputa, nulla disturba il placido ritmo del film, che scorre senza mai deviare da un copione troppo simile a mille altri, con l’eroe incompreso che si riscatta, i colleghi ostili e poi conquistati, i militari ottusi e incompetenti, le spie ciniche e disilluse, i poliziotti testardi, ma dal cuore d’oro, le convenzioni sociali da rispettare sino in fondo.

The Imitation Game è costruito per piacere a tutti, persino – si direbbe – agli omofobi ed ai conservatori più radicali. Ha una buona parola per tutti: nazisti esclusi, grazie al cielo…

L’unico momento davvero interessante è nella descrizione di come il codice decrittato fu effettivamente usato per vincere la Seconda Guerra Mondiale, all’insegna di una realpolitik, che si servì della statistica e della matematica, per decidere quando e come intervenire, facendo credere al Reich che le loro comunicazioni fossero sempre al sicuro.

Nel complesso, una delusione, che non rende giustizia al genio straordinario di Turing.

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2 pensieri riguardo “The Imitation Game. Recensione in anteprima!”

  1. Ma che critica intelligente… (P_P) Spero che il bichiere di cinismo era pieno… tutti sapiamo gia che era gratis…

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