Sin City – Una donna per cui uccidere

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Sin City – Una donna per cui uccidere **

Dopo aver dato una scossa al mondo dei cine-comics con Sin City quasi dieci anni fa, il maestro Frank Miller assieme a Robert Rodriguez ci riprovano con un secondo episodio.

A Dame To Kill For ha la stessa struttura tripartita dell’originale, adattando altre tre storie scritte da Miller ed ambientate nella città del peccato.

Il bianco e nero delle tavole ritorna sin dai titoli di testa, che presentano il cast nei disegni originali. La voce off dovrebbe guidarci in un viaggio segnato dalla sconfitta, ma sin dal prologo nel quale ritorna il gigante buono Marv, c’è qualcosa che suona stonato, se non superfluo in questo secondo Sin City.

E’ tutto già visto, già sperimentato: Miller e Rodriguez non aggiungono nulla, finendo col ripetere stancamente una formula a cui oltre al colore sembra sia stato tolto anche ogni segno di vita.

Mai come questa volta i personaggi sono letteralmente disegnati sullo schermo, bidimensionali e prevedibili, ad eccezione della clamorosa Eva Green, che illumina il film con la sua presenza e ne diventa il catalizzatore unico. Ma non basta un’attrice conturbante a salvare un film che non ha mai uno scarto, mai una luce d’ironia o nonsense.

Manca probabilmente il gusto folle e leggero di Quentin Tarantino, che aveva diretto uno degli episodi originali.

Il film scorre placido per i suoi 102 minuti ripetendo anche l’espediente di interrompere il primo dei tre episodi – in questo caso The Long Bad Night – spezzandolo in due parti, così come avveniva per That Yellow Bastard.

Dopo il prologo con Marv a menare le mani, incontriamo quindi Johnny un giocatore d’azzardo professionista che decide di sfidare il corrotto Senatore Roark a poker. Nel corso della lunga notte vincerà tantissimo, umiliando il vero villain di Sin City. Ma la vendetta sarà furiosa.

Nella seconda scena – A Dame To Kill For – ritroviamo Dwight, molto prima dei fatti raccontati nel primo Sin City, che lavora come detective privato. Dopo aver salvato una prostituta, viene contattato dal suo grande amore Ava Lord, che gli chiede aiuto per salvarsi da un marito geloso e violento e dalle sue guardie del corpo, guidate dal gigantesco Manute.

Ma non tutto è come sembra.

Nell’ultimo capitolo intitolato Nancy’s Last Dance, la ballerina del Kadie’s che il detective Hartigan aveva salvato due volte dalle grinfie del figlio di Roark, a costo della vita, in That Yellow Bastards, medita vendetta e chiede aiuto a Marv…

L’unico episodio veramente riuscito è il primo, con Joseph Gordon Leavitt nei panni del giocatore sbruffone e invicibile: Miller ha scritto la storia appositamente per il film senza pescare dai suoi albi e la scelta si è rivelata giusta.

Il secondo capitolo sta in piedi solamente per le grazie di Eva Green, generosamente nuda per tutto l’episodio nel ruolo di Ava Lord, dark lady d’altri tempi, docile e indifesa per inganno, spietata e calcolatrice nella realtà, mentre nel cambio da Clive Owen a Josh Brolin, il personaggio di Dwight ci ha rimesso in espressività e ironia.

L’ultimo capitolo con Jessica Alba e Mickey Rourke è il più debole dei tre, ripetendo stancamente temi e situazioni già viste nel primo Sin City.

Rodriguez continua a voler riproporre un post-modernismo mal compreso ed ormai francamente, fuori tempo massimo, fatto di accumuli, strizzate d’occhio e bellissime sempre più provocanti.

Il suo vitalismo produttivo maschera una paurosa carenza di idee. Il suo cinema è sempre più vuoto, incapace di comunicare alcunchè, programmaticamente superficiale. Non è davvero in grado di trasformare i materiali poveri con cui è impastato in un prodotto capace di valorizzarli e trasfigurarli.

I suoi film danno sempre di meno a chi ha la pazienza ancora di seguirli: la carica cinefila ed il desiderio di distruggere modelli narrativi e produttivi consolidati si sono strasformati in un clichè stantio e fine a se stesso.

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