Mereghetti su La gabbia dorata

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Superata la settimana di Checco Zalone, Mereghetti torna a dedicare la sua rubrica settimanale al cinema d’autore, anzi, tra i numerosi film in uscita questo weekend, ha scelto quello più indipendente e indifeso, La gabbia dorata.

“Se il cinema è una finestra aperta sul mondo, La gabbia dorata di Diego Quemada-Diez ci mostra qualcosa da cui forse vorremmo distogliere gli occhi, ma che sarebbe dovere di tutti conoscere. È cinema della realtà, cinema autentico, girato tra persone vere, dentro situazioni concretissime, dove la macchina da presa ritrova una delle sue funzioni primarie: mostrare qualcosa che non si conosce, alzando il sipario su un mondo ignorato.

Quello al centro del film, opera prima di un ex assistente alla fotografia che ha lavorato per Ken Loach e Isabel Coixet e come operatore alla macchina per Alejandro Gonzáles Iñárritu, è il mondo che scoprono tre adolescenti guatemaltechi decisi a lasciare la povertà in cui vivono per cercare lavoro negli Stati Uniti. Un viaggio che li costringe ad attraversare il Messico e che si rivelerà ben più drammatico di quanto potessero immaginare.

[…] Ma quello che in un film di «avventure » potrebbero assomigliare a delle belle trovate di sceneggiatura per aumentare la tensione, qui si rivela per quello che è veramente: il volto vero e tragicamente quotidiano di una società dove sembra esistere solo la sopraffazione della forza e delle armi. Perché il regista, che si è fatto raccontare queste situazioni da chi le ha davvero attraversate, le restituisce sullo schermo senza il minimo orpello spettacolare, preoccupato solo di trasmettere tutto il dramma di chi è condannato ad accettare in silenzio il sopruso e l’umiliazione. Non c’è nemmeno la «tragedia darwiniana» del più forte che sopravvive al più debole: la vita di questi disperati migranti è legata al caso, alla fortuna, alla disperazione, alla speranza.

A un certo momento un raggio di umanità e di morale illumina le azioni di qualcuno (si vedrà nel film come e quando) ma è un comportamento che trova una giustificazione solo nel barlume di umanità che un adolescente può portare dentro di sé. È l’unico momento «positivo» di tutto il film, che il caso (e la cattiveria degli uomini) si incaricheranno di vanificare.” 

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