Il gioiellino

Il gioiellino ***

Andrea Molaioli aveva debuttato con il sorprendente La ragazza del lago, un thriller immerso nella provincia del nord est, con un protagonista che non sarebbe sfigurato in romanzo di Durrenmatt.

Il gioiellino è il suo secondo film, prodotto ancora dalla Indigo di Nicola Giuliano e Francesca Cima.

Siamo a Parma, un’altra provincia italiana, in un’azienda nata come un salumificio e trasformatasi negli anni in industria alimentare, fondata sul latte ed i suoi derivati: la Leda.

Il titolare, Amanzio Rastelli, è un uomo all’antica, di sani valori, che ha costruito un impero anche grazie al suo fidato ragioniere Ernesto Botta, che vive quasi solo per l’azienda e non sembra avere altro interesse, tranne la Leda ed il buon vino.

Ma quando la società ha bisogno di liquidità, Botta e Rastelli cominciano a dissimulare la realtà dietro una rappresentazione esagerata e fasulla dei bilanci. La politica non è estranea alle sorti della Leda ed anzi, in cambio dei favori e degli appoggi, il potente senatore Crusco chiede a Rastelli di rilevare una società che si occupa di viaggi e vacanze e che naviga in pessime acque.

Intanto il volto pubblico della Leda è quello di un’impresa solida, vincente, che si espande in Russia (in realtà un altro buco nell’acqua) e che si mette in mostra grazie alla squadra di calcio di Rastelli.

Nella società entra anche la nipote del titolare, Laura Aliprandi, giovane e laureata, che parla davvero l’inglese e dopo i primi screzi con Botta, finisce per diventarne l’amante, in un rapporto fondato sull’egoismo dei soldi e del potere.

Il gioiellino, uscito in sala nella primavera del 2011, non ha avuto molto successo: è passato anzi quasi inosservato.

Forse perchè descrive questo capitalismo amorale e familiare con un’intelligenza che non pesca nel populismo indignato, ma che cerca di mostrare con onestà il carattere tipicamente italiano dei suoi protagonisti, grazie alla sceneggiatura scritta da Molaioli con Gabriele Romagnoli e Ludovica Rampoldi.

Ispirato in maniera evidente alla Parmalat, non è però un’opera di denuncia alla Michael Moore, ma un film di rara eleganza, in cui Moliaioli preferisce raccontare la normalità del male e le condizioni che giorno dopo giorno hanno condotto al disastro.

Non c’è spazio per i risparmiatori truffati e per le loro sacrosante rivendicazioni nel film di Moliaioli, il quale è interessato a mostrare quanto le premesse del disastro siano connaturate ad un sistema di potere molto più vasto.

L’Italia dei bilanci falsi, della corruzione generalizzata e della politica che schiaccia la libera iniziativa economica, sottratta per altro verso a qualsiasi controllo di legalità, è quella che si mostra con la faccia bonaria e sorridente di Rastelli, che si riempie la bocca di valori (cristiani) e le tasche dei soldi dei risparmiatori.

Rastelli va a messa la domenica mattina e visita la madonna nera di Czestokhowa, salvo poi distrarre tesori dalla propria società, falsificando conti e pagando tangenti, per mostrare una realtà molto diversa da quella effettiva.

Siamo un paese che si lascia sedurre molto facilmente dall’apparenza, ma che non si accorge mai di essere stato tradito, se non all’ultimo istante, quando ormai la situazione è irreparabile. Ed allora l’ira finale travolge tutto, compresa l’analisi delle ragioni e dei mezzi, creando le premsse per il perpetuarsi di un sistema che non si riforma mai.

Il gioiellino invece tenta di andare controcorrente.

E non è un caso che la scena più straordinaria del film sia quella in cui, al culmine della crisi, Rastelli ed il figlio si recano dal Presidente del Consiglio, il quale li fa attendere in una grandiosa sala biblioteca, dove però i libri sono solo scatole di cartone: quello che conta è sempre l’apparenza.

Tanto più che in quel mondo i libri non servono più ed il Presidente stesso si fa vanto – nella realtà, non nella finzione del film – di non leggere più da 30 anni, nonostante possegga la più grande casa editrice italiana.

Spiazzante è anche il personaggio di Ernesto Botta, ragioniere all’antica, ma capace di dedicare tutto se stesso, nel bene e nel male, all’azienda in cui ha lavorato una vita intera.

Dovrebbe essere il cattivo del film, eppure è l’unico che almeno fa sino in fondo il proprio lavoro e che nella notte del crac, mentre tutti distruggono prove e documenti e fuggono all’estero, per evitare l’arresto, rimane seduto alla sua scrivania continuando a lavorare per un futuro, di cui non farà più parte.

Botta è il diabolico falsificatore, l’astuto dissimulatore di una realtà che nessuno ha il coraggio di guardare in faccia, ma è anche l’unico che non si appropria di nulla e che assume su di sè ogni responsabilità.

Personaggio ambiguo e sfuggente è l’unico che abbia davvero una statura tragica nel piccolo romanzo borghese della Leda.

Ancora una volta è Toni Servillo a giganteggiare su un cast peraltro molto indovinato, con Remo Girone nel ruolo dell’imprenditore e Sarah Felberbaum in quello della giovane nipote arrivista e disposta a tutto.

Qualcuno rimprovera ultimamente a Servillo di interpretare personaggi un po’ sopra le righe. Guardatevi Il gioiellino e poi ne riparliamo…

Fotografia di Luca Bigazzi, montaggio di Giogiò Franchini, musica di Teho Teardo.

Il gioiellino è davvero una perla da riscoprire in home video.

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