Hanna

Hanna **

Il nuovo film di Joe Wright arriva sugli schermi dopo diversi mesi dall’uscita ufficiale, nel bel mezzo delle ferie d’agosto, un periodo, almeno in Italia, cinematograficamente morto. La stessa sorte era toccata a Il solista, prima trasferta americana del talentuoso regista inglese, impostosi con Orgoglio e Pregiudizio e con il successivo Espiazione, capaci di lanciare in parallelo la sua carriera e quella della sua musa, Keira Knightley.

Poi il suo cinema, dalle forti componenti narrative, ma capace di riaffermare intelligentemente il primato di uno sguardo cinematografico, anche sui classici in costume, sottraendoli dalle piatte riletture tradizionaliste, come da quelle inutilmente provocatorie del postmoderno, si è come inceppato, a confronto con strutture drammaturgiche più deboli.

Il solista, raccontando la storia di un homeless dall’imprevedibile talento musicale, non si sottraeva dal solito clichè lacrimevole e questo nuovo Hanna, prima esplorazione del thriller di stampo action e spionistico-fantascientifico, è fondamentalmente irrisolto.

Hanna è una ragazzina educata dal padre a sopravvivere ad ogni avversità nelle nevi finlandesi. Quando finalmente sarà pronta ad affrontare il mondo sino a quel punto solo descrittogli dal padre, Hanna si scontrerà con una realtà ostile e criminale, che si cela nel volto falsamente suadente di Cate Blanchett, responsabile di un progetto eugenetico, il cui fallimento va accuratamente messo a tacere, una volta per sempre.

Il viaggio di Hanna verso la civiltà è costellato di incontri simbolici e di fughe precipitose, debitore in maniera evidente dei racconti dei fratelli Grimm, esplicitamente citati nel finale, ambientato a Berlino.

Hanna cercherà la sua identità e quella di una madre che non ha mai conosciuto, dovrà ritrovare un padre-mentore e sfuggire alle grinfie della strega cattiva.

Nel racconto di Wright ci sono spunti interessanti, ancestrali, altri più chiaramente fiabeschi e suggestivi, ma sono la storia di fondo ed il macguffin – per dirla alla Hitchcock – ad essere davvero troppo pretestuosi e implausibili, per far dimenticare l’impossibilità di identificarsi con un’eroina improbabile e assassina e con un cast di comprimari costruiti con scarso spessore.

Prevale l’elemento d’azione, in una continua fuga verso l’ignoto che troverà il suo epilogo nelle fauci di un lupo.

Pregevolissima l’interpretazione di Saoirse Ronan già in Espiazione ed in Amabili resti. Resta però il dubbio che le qualità registiche di Wright si manifestino con maggiore efficacia quando il soggetto sia più corposo e meglio strutturato della debole sceneggiatura di David Farr e Seth Lochhead.

Non a caso il suo prossimo film sarà una trasposizione di Anna Karenina con la musa Keira Knightley di nuovo protagonista…

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