Gianni Canova presenta Cinemania a Como

Mi ero segnato in forse su Feisbùc, ma me ne stavo già dimenticando. Poi una fanciulla premurosa, perla rara in questi tempi bunga bunga, mi ha inviato gentilmente un promemoria e nonostante fossi stanco, puzzolente e di umore altalenante, ho deciso di onorare comunque questo impegno.

Gianni Canova alla Feltrinelli di Como, venerdì 25 marzo 2011

No, non è stato mio professore. Lo conosco causa SKY, come il più becero dei teledipendenti.

La platea è un mix di volti noti, prezzemolini di eventi culturali comaschi e sconosciute megere armate di settimana enigmistica. Non molto abbondante, insomma: forse non dovrei meravigliarmi e invece sì.

La scusa dell’incontro è presentare un libro di recente uscita: Cinemania, un’apologia e persino un elogio del cinema italiano del terzo millennio. Ha certamente del coraggio, il prof. E’ ovvio che per quanto il moderatore  si sforzi di rimanere sul pezzo, il discorso scivola per la tangente e del libro alla fine non gliene frega più niente a nessuno. Quello che si dice è però più che interessante e la cosa che mi snerva è che non trovo un solo punto di contrasto con il relatore. Devo essere davvero stanco, perché non è da me. Provo allora con una domanda, evidentemente troppo facile, visto che anche in questo caso la risposta mi soddisfa a pieno, senza bisogno di precisazioni. Sono davvero irritato, ma tant’è.

Si parla dello stato di salute dell’industria cinematografica italiana, ma anche dell’editoria di settore, del cinema di genere in Italia, del confronto con altre cinematografie. Gianni Canova diventa improvvisamente il mio critico di riferimento (sebbene non sia del tutto sicuro di aver mai letto un suo pezzo), davvero senza bandiera, se non quella del suo gusto personale che sa riconoscere come tale e mai tenta di assolutizzare. Un professore per nulla noioso, un relatore per nulla borioso, ma nemmeno ignorante o sciapo. Un bell’incontro.

Tra l’altro, vengo a sapere che Canova lascia la direzione di Duellanti, ma continuerà a scriverci, come Candido Cannavò fece con la Gazzetta quasi un decennio fa. Tanto per dire.

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