In un mondo migliore

In un mondo migliore **

Premio Oscar al miglior film straniero, questo nuovo film di Susanne Bier, dopo la trasferta americana di Noi due sconosciuti ed il successo di Dopo il matrimonio, è ancora un melò sentimentale in salsa nordica, con la consueta tappa terzomondista.

La Bier fa cinema per signore con il fazzoletto sempre pronto, in Danimarca la considerano commerciale, ma chissà perchè Hollywood va pazza per le sue storie sentimenti che sfruttano i bei colori caldi dell’africa e delle estati nordiche, con la luce chiara all’orizzonte.

La Bier però non sembra sfruttare furbescamente gli elementi messi in gioco, ma la sua onestà di fondo riesce spesso a vivificare le sceneggiature sin troppo prevedibili dei suoi film.

In un mondo migliore racconta la storia di due ragazzi: Elias, vessato dai compagni di classe e da un bullo della scuola e Christian a cui è appena morta la madre di cancro.

Quando Christian ritorna in Danimarca, lasciando Londra, finisce nella stessa classe di Elias: i due faranno amicizia, anche grazie al fatto che Christian si mostra intrepido e senza paura. Danno una lezione al ragazzo che li vessa e poi escogiteranno una pericolosa vendetta quando il padre di Elias viene schiaffeggiato in pubblico dal padre di un altro bambino.

La storia dei due ragazzi si intreccia con quelle dei loro genitori: quelli di Elias sono entrambi medici e stanno divorziando. Lui lavora in un campo africano, lei in un moderno ospedale danese.

Il padre di Christian invece ritorna nel paese d’origine, dopo la morte della moglie, ma continua i suoi affari a Londra.

Come se non bastasse, la Bier inserisce anche una sottotrama africana, nella quale il medico europeo, si trova a dover curare un violento capobanda locale, che gioca brutalmente con la vita delle donne del villaggio.

Tutti i personaggi finiscono quindi a dover fare i conti con la morte e con la violenza. Quella fisica e quella verbale.

La Bier rimane meravigliosamente ambigua, cercando di non sbilanciarsi troppo: i più giovani sembrano conoscere solo l’occhio per occhio, i più grandi si sforzano di farli ragionare sulle conseguenze della spirale di violenza.

Gli sviluppi sono macchinosi e prevedibili, tutti perfettamente esemplari, ma non c’è mai la tragedia nei film della Bier: le cose si aggiustano sempre.

Lo spettatore merita sempre un bel lieto fine e la regista danese non si sottrae, dopo aver disseminato lacrime, incidenti, riconciliazioni e scene madri.

Come spesso succede, da molti anni a questa parte, l’Oscar per il miglior film straniero non premia più l’eccellenza, ma film dal gusto medio, ben girati e ottimamente fotografati, capaci di colpire più allo stomaco che al cervello i pochi giurati votanti.

Anche questo In un mondo migliore rientra nella stessa categoria dei modesti Il segreto dei tuoi occhi e Departures.

Se vi accontentate…

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