La nuova commedia e la generazione Q. Seconda parte.

L’articolo pubblicato qualche giorno fa, sull’onda della paginata del Corriere della sera sui “fenomeni” della nuova commedia italiana, capace di sbancare i botteghini e fuggire col malloppo, mi sembrava esaustivo e chiarissimo.

Le parole di Paolo Mereghetti, uno dei più importanti critici italiani, evidenziavano tutti i limiti di un fenomeno effimero e superficiale.

Poi sul bellissimo sito de Gli spietati, ho letto la formidabile recensione di Giulio Sangiorgio a Qualunquemente, ultimo fenomeno stagionale.

Le sue parole mi sono sembrate perfette, necessarie, taglienti.

Ne riporto qualche passo anche qui, ma vi invito a leggere tutto l’articolo:

…forse Qualunquemente è un film, suo malgrado, sbagliato…

Perché nonostante il film, a volte, soffochi i tempi comici per virare il riso in amara e violenta constatazione, perché nonostante il finale aperto certifichi la mancanza di sanzione e l’assenza di una possibile giustizia, perché nonostante contestualizzi la radice del male altrove (si veda l’incipit, con la cosca mafiosa senza volto a tessere le trame), nonostante tutto questo, in sala regna la risata pavloviana, quella che si alza a ogni smorfia di Cetto, che accompagna gli applausi ai suoi comizi, che si bea nella coazione a ripetere del tormentone, a cui Albanese non si sottrae…

Perchè il berlusconesimo è il precipitato dell’italianità verso l’abisso, è l’esponenziale risultato degli aspetti più deteriori del cattolicesimo, la tabula rasa del concetto di responsabilità, l’annichilimento della vergogna, il tripudio del sorriso sornione, dell'(auto)assoluzione degli errori, con l’alibi di un’umanità che è mera giustificazione carnale per le proprie nefandezze.

L’unica sanzione possibile: una pacca sulle spalle. Una risata vi assolverà.

E’ la degenerazione della post-modernità, bellezza, la logica del tardo-capitalismo, il trionfo della superficie anziché della profondità.

Oggi tutto è una questione di linguaggio. Di come le cose si dicono.

L’ha capito Sabina Guzzanti quando, dopo l’incipit di Draquila, si spoglia della caricatura di Berlusconi per (tentare di) guardare più oggettivamente ai fatti, per sostituire alla risata satirica (inglobata dalla lingua berlusconiana) una controinformazione tagliente, meno aperta alla reinterpretazione, meno tacciabile di faziosità.

L’ha capito Nanni Moretti, quando dice: “Questi personaggi non sono comici. Sono violenti”. L’ha capito, perfettamente, quando gira quell’opera sempre più profetica che è Il Caimano.

L’ho capito io, nel mio piccolo, distintamente, guardando Qualunquemente.

Perché è ora, forse, di parlare un altro linguaggio.

Perché se la critica ideologica mi fa ribrezzo, qui si tratta, semplicemente, di estetica.

Dello sguardo su un Paese dove, decisamente, non c’è più un cazzo da ridere.

Un pensiero riguardo “La nuova commedia e la generazione Q. Seconda parte.”

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