Buried – Sepolto

Buried – Sepolto **1/2

Il film dello spagnolo Rodrigo Garcia, scritto da Chris Sparling, è un tour de force stilistico, come promesso dalla pubblicità che l’ha accompagnato, sin dalla prima proiezione al Sundance di febbraio.

Ma è anche e soprattutto un film fortemente politico, che affronta con grande coraggio una delle pagine più ocure de conflitto iracheno.

Una pagina che ha coinvolto tutti i paesi impegnati, ognuno con una propria strategia.

Cosa fare quando un civile o un militare vengono rapiti dai ribelli o da presunti terroristi che richiedono un riscatto per la liberazione?

Bisogna trattare con il nemico? Accettare di pagare le somme pretese? Lavorare di intelligence per scovare i rapitori? Oppure mantenere fermo il principio di non collaborazione ed abbandonare gli ostaggi al proprio destino?

E’ il dilemma eterno che ci accompagna da sempre ed in era moderna, almeno dal rapimento Moro.

Le scelte di fermezza di allora, oggi sembrano completamente ribaltate e lo Stato Italiano, spesso pagando i riscatti, pur senza ammetterlo esplicitamente, cerca di afare di tutto per evitare il sacrificio degli innocenti.

Forse perchè il trauma del 1978 è ancora vivo, forse perchè l’opinione pubblica, già fortemente contraria al conflitto, male accetta il supplizio e l’esecuzione di vittime ulteriori rispetto a quelle cadute in azione.

L’interrogativo morale si lega così a convenienze momentanee, alla gestione mediatica del conflitto ed alla necessità di mostrarsi forti e risoluti anche quando in realtà si vorrebbe (si potrebbe) trattare.

Paul è un contractor civile, impegnato da nove mesi in Medio Oriente, come autotrasportatore: il convoglio di cui fa parte viene però attaccato ed improvvisamente si risveglia chiuso in una bara, sepolto vivo con un telefono cellulare mezzo scarico, uno zippo e una matita.

Il suo tempo è limitato dall’aria che può respirare, ma anche dalla possibilità di comunicare con l’esterno e di vedere qualcosa, alla luce fioca dell’accendino.

Un’ora e mezza chiusi nella cassa con Ryan Reynolds era una sfida notevole, ma Garcia riesce a renderla comunque affascinante, non solo perchè il thriller sulle sorti del protagonista mantiene alta la tensione, ma anche perchè mano a mano comprendiamo chi sia Paul e perchè si trovi in Iraq.

Occorre essere reticenti sulle svolte narrative di Buried, perchè, come potete immaginare, queste sono veramente il cuore del film.

Eppure Garcia ha cercato di rendere interessante anche visivamente l’avvicendarsi delle telefonate e dei tentativi di uscita: la luce cambia a seconda che la bara sia illuminata dallo zippo, piuttosto che dallo schermo del cellulare e dalla torcia di luce bianca e rossa che Paul trova ad un certo punto ai propri piedi, assieme a delle luci fosforescenti verdi.

Garcia riprende il volto di Reynolds come fosse un paesaggio infinito, cambiando spesso angolazione e distanza, fino al plongè impossibile del prefinale.

Il regista spagnolo sa dove vuole arrivare, non ha paura di mostrare le ipocrisie ed i meccanismi  psicologici di chi deve trattare con i sequestratori, mantenendo viva la speranza del rapito.

Certo Buried richiede pazienza e adesione anche da parte dello spettatore costretto a soffrire nella cassa di legno con il protagonista, a respirare la sabbia con lui, a condividere i momenti di sconforto e le flebili speranze, sino ad un finale sconvolgente e secco, che lascia atterriti.

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