Venezia 67: un bilancio…

Il giorno dopo il contestato verdetto, che ha chiuso la Mostra tra lo scontento generale, cerchiamo di fare il punto su una rassegna certamente buona, ricca di opere interessanti e capaci di trovare un pubblico anche nelle sale, oltre che nei circuiti festivalieri.

Marco Mueller ne esce rafforzato: l’anno prossimo sarà l’ottavo e forse ultimo anno della sua direzione, che deve essere considerata positivamente. Al di là delle scelte del concorso e delle sezioni collaterali, che si fanno anche con quello che è disponibile, bisogna dare atto al direttore di avere lavorato per portare a Venezia opere eterogenee, capaci di rappresentare la realtà ed il cinema nel suo spettro più ampio.

La scelta dei Leoni d’Oro alla carriera è stata quasi sempre indovinatissima: ricordiamo almeno Tim Burton, Ermanno Olmi, David Lynch, la Pixar e Miyazaki, oltre a John Woo, premiato quest’anno.

Molto discutibili e sostanzialmente inutili invece la restrospettive di questi anni, che nulla hanno aggiunto al dibattito culturale italiano o internazionale, se non favorendo l’imbarbarimento del gusto, sotto le forme dello stracult di turno e del recupero dell’irrecuperabile. Con il risultato di favorire generazioni cinefile che conoscono perfettamente W la foca e la Bouchet ed ignorano Lang e Murnau.

Certo si è affievolita – anche forse in concomitanza con la profonda crisi economica generale e di settore – la presenza dei divi e dei grandi film americani, che peraltro sempre più spesso disertano l’estate, per posizionarsi tra il tardo autunno e l’inverno, sfuggendo al calendario di Venezia.

La scelta di Mueller di invitare solo anteprime mondiali, ha poi escluso molti blockbuster estivi, come l’ultimo Inception.

Di questo ha fatto le spese la sezione mezzanotte, un po’ impoverita e ridotta, a cui si è ovviato ospitando film indiani e asiatici, non sempre all’altezza di quell’equilibrio tra spettacolarità e intrattenimento intelligente, che ha sempre caratterizzato questa sezione.

Mueller si è lamentato, in un incontro con alcuni colleghi blogger, del rapporto incestuoso di una parte della stampa italiana con altri festival e ruoli di responsabilità.

E’ certamente vero, ma non mi sembra che la Mostra abbia goduto di cattiva stampa, nè di spazi risicati: il fatto che siano stati ignorati molti film di Orizzonti e di altre sezioni è dovuto al proliferare dei film presentati, assolutamente incompatibile con una copertura esaustiva. Con 24 film in concorso, una decina fuori concorso tra i più spettacolari ed attesi e la sezione controcampo italiano a saturare ogni ulteriore spazio mediatico, è stato praticamente impossibile, anche per noi, riuscire a seguire con la dovuta attenzione le altre sezioni.

Abbiamo visto e recensito 36 film in 9 giorni di Mostra, segnalandovi alcune opere di sicuro interesse: 13 assassins, Post Mortem, Silent Souls, Venus Noire, Attenberg, Noi credevamo, lo stesso Potiche, Black Swan, La versione di Barney, Il fosso. Molte di queste non le troverete nel palmares dei vincitori. Poco male: i buoni film si fanno strada ugualmente. Lourdes l’anno scorso è stato clamorosamente ignorato dalla giuria, ma ha raggiunto le sale, è stato visto ed apprezzato, molto più del modestissimo Lebanon, che ha portato a casa il Leone.

Quentin Tarantino è stato un presidente star, acclamato come un divo a tutte le proiezioni, capace di trascinare tutta la giuria sulle sue posizioni: non frenato o contenuto da altre personalità forti nella giuria, ha potuto disporre dei premi con troppa disinvoltura, scegliendo male e raddoppiando gli errori con doppi premi del tutto pleonastici, salvo dichiarare in conferenza stampa che se avesse avuto un altro premio, l’avrebbe dato a Miike.

Mah…

Come scrive Mereghetti stamattina sul Corriere, questo verdetto forse non aiuterà l’industria a considerare Venezia come un momento importante per presentare i propri film, perchè quando i premi riflettono troppo il gusto di un solo giurato, diventano imprevedibili e soggettivi in senso deteriore.

In proposito arrivano le dichiarazioni di Danny Boyle, che ha rifiutato il suo 127 hours alla Mostra, preferendo debuttare ancora una volta a Telluride e Toronto, così com’era avvenuto per il suo fortunatissimo Slumdog Millionaire:  For me, it was an obligation. You’ve got to. Because you can f–k off to Venice. They didn’t have any interest in ‘Slumdog.’ It’s only right and proper that you should come to a place — the help this fucking place gave us on ‘Slumdog’ you can’t forget because everything else took off [after that].

 La Mostra è finita, viva la Mostra.

Ci rivedremo nel 2011. Nel frattempo ci sarà un’edizione di Cannes che si annuncia già memorabile.

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