Green Zone

Green Zone **

Preceduto da polemiche senza fine, accuse di anti-americanismo e delusione per gli incassi, arriva anche nelle sale italiane l’ultimo film di Paul Greengrass.

Matt Damon torna a lavorare con il regista inglese dopo gli ultimi due episodi della saga di Jason Bourne. E la macchina promozionale non smette di ricordarcelo: Green Zone, che tocca un nervo scoperto – la ricerca delle armi di distruzione di massa in Iraq – è stato venduto come una sorta di quarto episodio dei thriller, tratti dai libri di Ludlum.

Ma neppure questo è riuscito a fare di Green Zone un successo di pubblico. Gli americani che sono sempre stati capaci di raccontare le proprie battaglie, anche con spirito autocritico,  come nessun altro popolo, si scontrano ora con un muro invalicabile, che l’opinione pubblica ha alzato nei confronti degli ultimi interventi post 11 settembre in Afghanistan ed in Iraq.

Ci sono stati negli ultimi 5 anni, diversi film che hanno cercato di riflettere in modo non banale sul senso e sugli obiettivi di questa seconda Guerra nel Golfo, con punti di vista, sensibilità e sguardi assai differenti.

Dal capolavoro di Brian De Palma, Redacted, al dolente Nella valle di Elah, dal premio oscar meno visto della storia, The Hurt Locker, al documentario di Winterbottom su Guantanamo, sino a quest’ultimo Green Zone.

Tutti inevitabilmente baciati dall’insuccesso, tutti inesorabilmente passati sotto silenzio, dopo una valanga di polemiche preventive.

Come se gli americani, drogati da anni di bugie perpetrate dalla Casa Bianca e da servizi ed immagini embedded, ne avessero abbastanza.

Non sembrano esserci spazi di riflessione ed ogni critica appare già scontata ed utilizzata strumentalmente nel dibattito quotidiano. Neppure la presidenza Obama è stata capace di restituire unità a due schieramenti radicalmente contrapposti ed impermeabili alle ragioni dell’altro: da un lato i falchi repubblicani, Fox News ed il Washington Post, dall’altra i liberal democratici, il New York Times e gran parte della comunità internazionale.

Nonostante sia ormai chiaro che l’intervento in Iraq è stato drammaticamente strumentale e quasi completamente fallimentare, dopo la caduta di Saddam, gran parte dell’opinione pubblica americana è ancora incapace di ammettere la sconfitta e di riconoscere, anche negli errori, il proprio destino di guida del mondo occidentale.

Quello che era successo con la ‘sporca guerra’ del Vietnam, non è ancora accaduto, questa volta.

Per questo, Green Zone, così come gli altri film citati, non riescono a scalfire il muro di indifferenza e di sospetto.

E forse anche perchè nessuno ha avuto la forza e l’impatto di Apocalypse Now, Il Cacciatore, Platoon, Full metal jacket o anche solo la dolente e controversa umanità di Tornando a casa, Nato il 4 luglio, Rambo, i film sui reduci alienati ed offesi nel corpo ed ancor più nell’anima.

Green Zone è, in ogni caso, un film del tutto inadeguato: è un film nato vecchio, vecchissimo, che pur cercando di fare luce su uno dei buchi neri della campagna in Iraq, lo fa con la forza degli stereotipi, dei buoni contro i cattivi.

I dialoghi sono del tutto inverosimili e tronfi – “sono qui per salvare vite umane e trovare le armi” “non potete decidere voi il futuro di questo Paese” – tipici di quel modo di fare cinema americano, che proprio i film sul Vietnam degli anni ’70 avevano spazzato via e che invece sembra ritornare prepotentemente oggi (in Green Zone come in Nessuna verità, ad esempio).

La politica internazionale trattata con l’accetta: abbiamo allora il politicante della Casa Bianca, viscido e bugiardo, l’uomo della CIA, cinico e bonario fin dalla faccia pasciuta, la giornalista embedded presa in giro ed usata, ma capace di uno scatto di orgoglio, il soldato semplice, senza macchia e senza paura e l’iracheno buono, che lotta per il proprio paese.

Ma se la sceneggiatura di Brian Helgeland è troppo raffazzonata, per colpire davvero lo spettatore europeo adulto, è la regia di Greengrass a lasciare ancora una volta delusi e confusi.

Il regista applica al racconto di guerra – racconto morale, se mai ve n’è stato uno – la stessa disinvolta estetica ipercinetica destinata ai suoi thriller: camera a spalla, tensione, ritmo e montaggio iperbolico nel finale.

No, non ci siamo proprio: quanto sono lontani i carrelli di Kubrick nelle trincee di Orizzonti di gloria e la stratificazione di immagini e significati del montaggio ellittico di Coppola, per non parlare della Natura estatica ed offesa di Terrence Malick ne La sottile linea rossa!

Ma quelli sono capolavori che guardano l’abisso dell’uomo e ci raccontano quello che non vorremmo vedere.

Qui siamo dalle parti di un discreto film d’azione, abbastanza confuso da sembrare à la page, indignato per le bugie di un governo cattivo – che dichiara mission accomplished, quando i giochi sono ancora tutti aperti – e capace di chiudere su una nota di speranza: c’è ancora un buon soldato che è in grado di squarciare il velo delle menzogne e di informare la libera stampa delle malefatte dei superiori, per poi ritornare sul campo a combattere ed a compire il suo dovere.

Ci sentiamo tutti sollevati, tranquillizzati e contenti. Il bene in qualche modo troverà la sua strada…

Certo.

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