A serious man

A serious man **1/2

I fratelli Coen sono senza dubbio dei narratori formidabili: il loro nichilismo si trasforma spesso in ironia feroce, mettendo alla berlina la stupidità della nostra vita e la ineluttabilità di un destino che ci sovrasta, ma che non segue le magnifiche sorti e progressive

Anche a loro però le ciambelle non riescono sempre col buco e quando non utilizzano il noir e le sue derivazioni hard boiled, le loro commedie dell’assurdo non convincono del tutto, sembrano girare a vuoto, attirate in quella deriva di senso di cui spesso sono preda i loro personaggi.

Era così per Arizona jr, Mr Hula Hoop e Burton Fink: film interessanti, caustici, con momenti angosciosi e divertenti, fondamentalmente irrisolti.

Lo stesso avviene per questo nuovo A serious man, che pesca forse in alcuni ricordi giovanili dei due registi del Minnesota e si intreccia profondamente con la cultura ebraica, finora poco frequentata nei loro film.

Per essere una commedia veramente riuscita, gli manca il ritmo e l’empatia con un protagonista con cui invece si fatica terribilmente ad entrare in sintonia. Perchè il Larry Gopnik, l’uomo serio del titolo, è uno spettatore passivo della sua vita e degli eventi che la determinano. Non fa assolutamente nulla, se non cercare di sopravvivere al caos che la minaccia improvvisamente.

Come racconto tragico sull’insensatezza della vita e sulla crudeltà del destino, A serious man invece risulta troppo macchinoso, troppo programmatico.

La riflessione dei Coen si fa universale ed allo scacco della ragione, fa da contraltare quello della fede: invano il professore di fisica Larry Gopnik cercherà conforto nei tre rabbini.

E neppure l’appartenenza alla comunità saprà alleviare il suo tormento, mostrandosi anzi ostile, sia nei rapporti di vicinato, sia nelle amicizie ipocrite e traditrici, sia nelle accuse misteriose mossegli in università.

I Coen restano però a metà strada: un po’ come quel prologo yiddish su maledizioni e fantasmi, che apre a sorpresa il film e che sembra dirci ancora meno su quello che seguirà.

Anche questo fa parte forse del nonsense tipico del duo, che però stavolta, al contrario dei fuochi d’artifico di Burn after reading, non conduce da nessuna parte…

Siamo nel 1967 nei sobborghi ebraici di Minneapolis.

Larry Gopnik è un professore di fisica a contratto in attesa di una promozione di ruolo. Improvvisamente il suo mondo idilliaco fatto di brillanti teoremi matematici e una famigliola felice, comincia a mostrare crepe sempre più profonde.

Uno studente asiatico cerca di convincerlo, con l’aiuto di una sostanziosa bustarella, a modificare  i suoi brutti voti; la moglie di punto in bianco decide di lasciarlo per un comune amico rimasto vedovo; Arthur, il fratello di Larry, occupa perennementeil bagno della loro casa e si fa arrestare per gioco d’azzardo e adescamento; il vicino di casa è un redneck xenofobo e sta invadendo il suo confine; Danny, il figlio più piccolo, è in attesa del bar mizvah, ma sembra più interessato alla musica rock ed ai fumi dell’erba.

Intanto in Università arrivano lettere anonime che lo diffamano e mettono in dubbio la sua promozione.

Cacciato fuori di casa, senza sapere neppure perchè, assieme al fratello Arthur, si rifugia in uno squallido motel, senza più ritrovare la serenità dei giorni migliori, neppure nelle parole dei tre rabbini della comunità o in quelle del suo avvocato.

Ma proprio quando tutto sembra andare per il verso sbagliato, il destino si incarica di rimettere a posto i pezzi. Anche grazie ad un incidente providenziale.

Ma non sarà una sistemazione definitiva: una doppia tempesta, reale e metaforica, personale e collettiva, sta per sconvolgere di nuovo la vita del piccolo Larry, proprio quando la sua inetta passività sembrava essere la strada maestra per una navigazione a vista d’occhio…

 

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