Goffredo Fofi sulla Mostra di Venezia

Venezia66

Sul domenicale del Sole 24 ore, Goffredo Fofi fa un bilancio ben poco lusinghiero del festival appena concluso:

Tra una pletora di film e una pletora di star, il festival finisce per privilegiare le star, che brillano di più almeno nell’immediato. I film,quanto a loro, possono essere di tutti i tipi, livelli, risultati. Appendici perlopiù inutili, pochissimi lasceranno qualche traccia nella storia del cinema e avranno inoltre pochissimo pubblico, presto dimenticati, sopraffatti da altra merce superflua e vistosa.

the men who stare

In tutto questo il cinema italiano, che pure ritornava con numeri notevolissimi, sia in concorso sia nelle sezioni collaterali, ne esce piuttosto ammaccato:

“Baarìa” è apprezzabile quando la musica tace e le voci si sentono, quando la macchina da presa racconta e non delira o divaga, quando la matrice culturale di Tornatore si fa più evidente e più calda: l’opera dei pupi, il carretto siciliano, l’epica e retorica di Buttitta e quella illustrativa di Guttuso.

“Lo spazio bianco” è convincente quando Comencini rinuncia alle finte canzonette americane anni Settanta (perché in inglese? mah!) e ai balletti insulsi in corsia, ed entra nei personaggi, un bel coro credibile attorno alla brava Buy, una Napoli più varia e più vera di quella di Ferrara.

Si salvano in pochi:

forse è un capolavoro il film di Patrice Chéreau “Persécution”, che una giuria molto alla moda non ha apprezzato, dostoevskiano scavo nella nostra, di tutti, incapacità di ascoltare interagire amare, della nostra capacità di distruggerci, di non individuare o saper combattere il nemico che è in noi e fuori di noi, documento terribile sull’umanità cosciente di un’ “Europa ’09”, cui tutti preferiscono le facilità consolatorie, le mille forme del new age.

Che vengono discusse e miniaturiazzate alla Tati in “Lourdes” di Jessica Hausner,aggredite un po’ pomposamente da Michael Moore e da Soderbergh (“The informant”, il suo miglior film da tempo, fuori concorso) e dal divertente “The men who stare at goats” di Grant Heslov, memore dei romanzi di Fredric Brown, gli ultimi due forse segni di risveglio di una Hollywood post-bushiana.

…troppo calcolato è l’esordio israeliano di Samuel Maoz, “Lebanon”, che si è aggiudicato il Leone d’oro, film pacifista fin troppo di guerra, fatto per accontentar quasi tutti. Ai margini, alcuni lavori sorprendenti che avranno difficile circolazione: “Honeymons” di Paskaljevic, il film filippino di Brillante Mendoza, e soprattutto uno straordinario viaggio tra i miserabili di Teheran, ovviamente fuori concorso, dell’esordiente Takmil Nader, “Tehroun”.

Forse Fofi è troppo severo nel giudicare un festival comunque minore. 

Occorre dare a Mueller il beneficio del dubbio: moltissimi film del concorso erano opere prime. Qualcuno, forse, si farà.

A parte il magnifico Chéreau e le invenzioni poetiche della Pixar, che però venivano dritte dal festival di Cannes (Up), i film da ricordare sono davvero pochissimi: Moore, Soderbergh, Ford, Clooney, Akin, Turturro.  Non ho visto Lourdes e Theroun.

In fondo sono quasi tutti americani, segno di una cinematografia sempre vivace, sorprendente, capace di rigenerarsi come una Fenice, dalle proprie ceneri immaginarie.

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