The Social – Il prezzo della verità **1/2
Lontano dall’esplosivo The Social Network con cui Aaron Sorkin aveva indagato nel 2010 la creazione controversa di Facebook e l’ascesa di Mark Zuckerberg, The Social è un nuovo capitolo nella storia della società che ha cambiato radicalmente il nostro modo di informarci, di rappresentare noi stessi e di condividere le nostre idee.
Ambientato tra l’autunno del 2019 e la primavera del 2021, ricostruisce puntigliosamente il ruolo di Frances Haugen, data analyst della società nella diffusione dei Facebook Files e quello di Jeff Horwitz, il giornalista del Wall Street Journal premiato con il Pulitzer per la sua inchiesta.
Mark Zuckerberg compare nel film mentre prepara con il suo team un’audizione al Senato, il 6 gennaio 2021, poche ore prima dell’assalto a Capitol Hill.
Il film comincia con un prologo particolarmente gustoso. Una giovane ragazza bianca ferma in attesa del carro attrezzi sul ciglio di una strada, con il tasso alcoolico probabilmente superiore al consentito, affronta e insulta i due poliziotti ispano-americani che si fermano per prestarle soccorso.
Il filmato, ripreso con il suo i-phone, diventa subito virale nei gruppi della destra radicale, attirando l’attenzione di una giovane analyst, Frances Haugen, che decide di trasferirsi a Facebook, per lavorare nel “civic integrity team”, che dovrebbe creare attraverso gli algoritmi della società un ambiente meno tossico e divisivo.
Ben presto Frances si accorge che il suo team è solo una facciata dietro cui Zuckerberg nasconde un’avidità sconfinata: la crescita senza fine dell’engagement sui suoi social è l’unico obiettivo di quello che si dichiara un campione della libertà di pensiero e di parola, ma che sfrutta in realtà questa libertà per inondare il mondo con contenuti d’odio, teorie del complotto, bullismo e fake news.
Contemporaneamente da Washington arriva a San Francisco il reporter investigativo Jeff Horwitz, completamente a digiuno di tecnologia, ma deciso a mascherare i segreti della Silicon Valley.
Nonostante il suo volto sia mostrato ai dipendenti di Facebook e dichiarato subito persona non grata, incontra nelle frustrazioni di Frances un’imprevedibile alleato.
Nel tempo e con grande riluttanza l’analista finisce per condividere sempre nuovi documenti con il giornalista, diventando la whistlblower responsabile della più grande inchiesta giornalistica pubblicata su Facebook.
A Sorkin manca maledettamente il talento di Fincher. Se la sua sceneggiatura è sapida al punto giusto, dignitosa, capace di ragionare criticamente sui temi che da sempre interessano lo sceneggiatore di The West Wing e Codice d’Onore, ovvero il prezzo della democrazia americana, il ruolo del giornalismo investigativo, il sacrificio di uomini e donne fuori dall’ordinario nell’esporre il marcio nelle nostre istituzioni, è evidente che – sotto il profilo cinematografico – The Social si ponga esattamente sul polo opposto rispetto al rivoluzionario The Social Network.
Fincher aveva preso le trecento pagine della sceneggiatura di Sorkin e aveva deciso di girarle al ritmo elettrico di una commedia di Hawks, con sovrapposizioni di dialogo, vampate verbali, uso spiazzante della grammatica visiva e un senso innato dello spettacolo, facendo del film su Zuckerberg un thriller tutto in chiaroscuro, come un classico degli anni ’70.
Sorkin invece gira The Social come un pamphlet politico da “cinema di papà”, confortevole, mai davvero controverso, con la musica a sottolineare senza motivo i momenti più emotivamente coinvolgenti, rallentando continuamente l’azione e sprecando il talento di Mikey Madison, l’unica attrice che probabilmente avrebbe scelto anche Fincher e che sembra provenire direttamente dal primo film.
Basterebbero le prime due scene a segnare la distanza tra i due lavori: il clamoroso duetto tra Rooney Mara e Jesse Eisenberg che apre The Social Network, dovrebbe trovare qui il suo correlativo oggettivo nel prologo con Portia Doubleday fermata dalla polizia. Ma si nota subito che la scena, pur scritta da Sorkin, con il solito acume, è fiacca, inefficace.
Il film purtroppo si accende solo quando è Madison a infuocarlo con Kerosene e fiammiferi, per citare una delle battute chiave del film.
Jeremy Allen White non sembra avere l’ossessione e la generosità del cronista d’assalto e ogni volta che il film sta su di lui, sembra un po’ spegnersi.
Jeremy Strong – dopo la rinuncia di Eisenberg a riprendere il ruolo che l’ha reso celebre – interpreta un Mark glaciale, calcolatore, un sociopatico ancora più brutale e spietato di quello dipinto in The Social Network. Il cambio d’attore è in questo senso significativo e perfettamente plausibile.
Sorkin fortunatamente indovina il team comunicativo che prepara Zuckerberg alla deposizione e costruisce un arco narrativo particolarmente efficace, alla vigilia del 6 gennaio 2021.
Bill Burr è un giornalista ed ex consigliere che cerca di mettere Zuckerberg di fronte alle sue contraddizioni sulla libertà di parola, mentre Wunmi Mosaku interpreta la specialista in crisis management.
Il film di Sorkin funziona a pieni giri solo in certi momenti, ma certamente non nel finale, retorico e consolatorio. Vedendolo pochi giorni dopo Digger di Inarritu, non possono non venire in mente le ultime scene di quel film, con il pubblico trasfigurato da una catarsi facile e provvisoria.
E’ proprio quello che avremmo evitato, parlando di uno di quei titani moderni che ha cambiato e continua a cambiare al nostra vita.
P.S. il sospetto che The Social alimenta durante la visione è che in fondo il vero sequel di The Social Network sia piuttosto Artificial di Luca Guadagnino, capace di indagare i ragazzacci di Open AI con le loro idiosincrasie e le loro ossessioni.
