Domani interrogo

Domani interrogo **1/2

Adattando per lo schermo il romanzo di Gaja Cenciarelli, Domani interrogo edito da Marsilio, basato sull’esperienza dell’autrice come supplente in un liceo di Rebibbia, Umberto Carteni  riesce a trovare al suo ottavo film un felicissimo equilibrio tra l’osservazione realista che sembra mutuata da La classe di Cantet e suggestioni drammatiche più contemporanee, come quelle che arrivano dalla serie di culto Euphoria

Il film racconta l’ultimo anno di scuola dei ragazzi della 5A di un istituto della periferia romana, in cui gli studenti spacciano come se non ci fosse alternativa, le famiglie sono devastate e monche, assenze, incidenti, regolamenti di conti e le altre asprezze di una realtà complessa e contraddittoria finiscono per influenzare le ore di lezione più di quanto la nuova professoressa d’inglese vorrebbe.

Carteni pazientemente costruisce due linee narrative come se fossimo in una serie televisiva: quella orizzontale “di classe”, con le lezioni da Keats a Joyce, e un rapporto che si fa sempre più complice e affettuoso tra la professoressa e i suoi alunni, e quelle verticali, che disegnano i ritratti di alcuni studenti, che si concludono con una sorta di confessione, un flusso di coscienza che si spinge verso il futuro, anticipando o immaginando il proprio destino, come in un American Graffiti amarissimo e di notevole sensibilità.

Sullo sfondo restano le famiglie disgregate e la criminalità che utilizza i ragazzi come vuoti a perdere.

Il regista e gli sceneggiatori, la stessa Cenciarelli assieme a Herbert Simone Paragnani, compiono un paio di scelte decisive. Innanzitutto chiudono i loro personaggi all’interno della scuola nel lungo anno che conduce alla maturità, senza mostrare quasi nulla di quello che accade all’esterno e facendo precipitare gli eventi sempre nel contesto scolastico; inoltre evitano qualsiasi costruzione psicologica e familiare per il personaggio della professoressa protagonista, svuotando il suo privato e la sua vita, per esaltarne la sua funzione educativa, il suo ruolo totalizzante all’interno della classe.

Evitano persino di assegnarle un nome. Per tutti è la “professoré”. Attorno a lei si muove un gruppo di ragazzi segnati da fragilità diverse: chi vive l’ansia da prestazione, chi ha già rinunciato a immaginarsi altrove, chi usa il cinismo come corazza. Carteni costruisce il film con un tono controllato, privo di eccessi emotivi, scegliendo una regia discreta che osserva i personaggi senza giudicarli e senza forzarli verso svolte edificanti. La scuola viene mostrata come un luogo neutro solo in apparenza, attraversato da tensioni sottili, fatto di corridoi anonimi e aule che sembrano tutte uguali, specchio di un sistema educativo che fatica a intercettare le inquietudini dei ragazzi.

Carteni usa infatti l’ambientazione liceale come dispositivo narrativo e simbolico, come spazio di compressione emotiva e sociale, dentro cui far emergere un disagio generazionale più largo e meno rassicurante di quanto il titolo lasci intendere. Carteni, che arriva a questo progetto dopo un percorso prevalentemente televisivo e seriale, sviluppa il film a partire da un’idea semplice e volutamente quotidiana: raccontare l’attesa, la sospensione, il tempo che precede un evento minimo – l’interrogazione annunciata – trasformandolo nel centro di gravità di un’intera esperienza esistenziale. Lo sviluppo del progetto, come raccontato dallo stesso regista in fase promozionale, nasce dall’osservazione diretta delle scuole contemporanee e dal desiderio di restituire un’immagine credibile e non caricaturale degli studenti di oggi, lontana tanto dalla nostalgia quanto dalla satira facile.

Grande merito va ad Anna Ferzetti, che dopo il ruolo della figlia del presidente ne La grazia, si ritaglia un altro ruolo bellissimo, di grande empatia, pur potendo lavorare su pochissimi elementi. La sua professoressa si prende cura dei suoi studenti, cerca di trovare un percorso educativo che valorizzi le loro potenzialità, pur all’interno di un contesto complesso. Concede la sua fiducia e alimenta una speranza, che i ragazzi comprendono di non poter deludere.

Bravissimi anche i giovanissimi interpreti da Sara Silvestro a Zoe Massenti da Fabio Bizzarro e Anita Serafini, un gruppo davvero affiatato e capace di restituire le fragilità dei loro personaggi, nascoste dietro agli atteggiamenti sfacciati, orgogliosi e aggressivi.

La fotografia notevolissima è di Vladan Radovic (Il traditore, La pazza gioia, Anime nere), che restituisce agli interni una dignità diversa e consente grande libertà alla macchina da presa.

Il valore del film di Carteni è tutto nella capacità di assecondare l’osservazione del microcosmo scolastico senza forzature, rispettando l’autenticità dei suoi personaggi e la spontaneità dei suoi attori.

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