Nell’Argentina della grande inflazione, messa sotto pressione dal Fondo Monetario Internazionale, sbarcare il lunario non è semplice. Soprattutto se non si ha disponibilità di dollari americani. È questo lo sfondo storico e sociale della serie Il tempo delle mosche, diretta da un duo registico di tutto rispetto formato da Ana Katz, apprezzata autrice di Florianapolis Dream e di El perro que no calla, per il quale ha vinto il premio Big Screen al Festival di Rotterdam nel 2021 e da Benjamin Naishtat, autore di Rojo, pellicola ambientata alla vigilia del colpo di stato del 1976.
La protagonista della serie è una donna di nome Inés (Carla Peterson), detta “la bionda”. Inés, che sta scontando quindici anni di prigione per aver investito e ucciso l’amante del marito, in vista dell’imminente scarcerazione ha ottenuto un periodo di libertà vigilata. Mariana “La Manca” (Nany Dupláa) è la sua compagna di lavoro. Insieme disinfestano le case e i giardini dei ricchi da topi, scarafaggi e parassiti. Tutto scorre più o meno liscio finché incontrano una certa Susana Bonar (Valeria Lois).
Il tempo delle mosche vive di metafore espresse dalla voce narrante della stessa Inés. Quando ne muore una, di mosca appunto, non interessa a nessuno, a differenza di cani o cavalli. Però sono anche insetti instancabili, testardi, che non conoscono gerarchie. I riferimenti alla realtà argentina sono evidenti. Ne deriva un piccolo corollario di riflessioni, senza scadere nella pedanteria, legate a doppio filo, da una parte, alla psicologia dei personaggi, ai loro movimenti, azioni, motivazioni, dall’altra al contesto sociale, politico ed economico del paese sudamericano.
La logica del genere thriller impone svolte improvvise, scarti, sorprese non proprio piacevoli, ovviamente l’irruzione del mistero. Bonar, la ricca signora presso cui si reca a lavorare Inés, ha una richiesta particolare. Considerata la professione, con relativo accesso a diserbanti, disinfestanti ecc., certamente sarà possibile, per la protagonista, ottenere una sostanza difficile da reperire. Trattasi di un micidiale veleno, venduto sottobanco. Bonar alimenta la tensione, facendo credere a Inés che le due abbiano qualcosa in comune. Trapela, nella rivelazione della tormentata Susana, il demone del tradimento e l’esigenza imperativa di un marito da punire. La ricompensa per l’eventuale consegna del prodotto, promette Bonar, potrebbe essere favolosa.
Inizia quindi l’indagine, il vero motore narrativo della serie. Mariana, che intanto deve fare i conti con una spiacevole scoperta riguardante le sue condizioni di salute, sfrutta l’arma della seduzione per avvicinare la domestica di Bonar. Non ci vorrà molto per arrivare a una prima, incredibile verità. La ricca signora è … vedova. Se il marito è già morto, chi sarà il destinatario della punizione? Coadiuvate da Rody (Óscar Guzmán), un amico anch’egli “marginale” che vive con loro, Inés e Mariana cercano di fare luce su questa strana vicenda.
La serie trae origine dal romanzo omonimo scritto da Claudia Piñeiro (Feltrinelli, 2024), una delle autrici argentine più note e tradotte a livello mondiale. Il personaggio di Inés è ambiguo e perfettamente caratterizzato da Carla Peterson, attrice ammirata di recente ne L’Eternauta.
Nella sua vita precedente di donna altolocata Inés uccide l’altra risparmiando il marito. Vittima del maschio, annichilita, dimessa, deprivata di ogni ambizione, la protagonista è un’assassina terrorizzata dal cambiamento. Il patriarca, architrave di valori tipicamente borghesi sul punto di crollare (anzi, crollati) merita una punizione ma non l’eliminazione. L’amante inattesa è pertanto l’elemento estraneo, il granello di sabbia spuntato nell’ingranaggio della famiglia realizzata e felice in cui Inés giocava, nel bene e nel male, un ruolo. In virtù di tale premessa, si può interpretare il collegamento tra il prima e il dopo. Il lavoro di disinfestazione, finalizzato all’eradicazione dell’animale invasore, è l’allegoria di ciò che il sistema pretende e vuole.
Inés, finalmente libera, deve fare i conti con una nazione attraversata da un diffuso movimentismo di piazza, un coagulo di voci progressiste che, in definitiva, la disorienta. L’Argentina che fu, costruita attorno al totem del maschio alfa, sta per crollare. Intanto il costo della vita, l’inflazione ai massimi livelli e la corruzione normalmente percepita generano sfiducia verso il potere. Su questo altissimo cumulo di macerie, materiali e morali, qualche anno più tardi rispetto all’epoca di ambientazione del romanzo di Claudia Piñeiro (e della serie), trionferà l’improbabile presidente ultraliberista Milei… armato di motosega. Ad ogni modo, il tentativo di instaurare una differente dialettica tra i generi, basata sulla parità e sul rispetto, risulta un motivo politico estraneo alla formazione di Inés. L’incontro con le rivendicazioni provenienti dal basso, almeno per lei, rappresenta uno scostamento traumatico da convinzioni consolidate.
Mariana è il complemento ideale di Inés. Nel suo curriculum di ex carcerata è iscritto un reato, la coltivazione illegale di cannabis, che denota un profilo di donna del popolo cresciuta nelle strade. L’interpretazione intensa di Nany Dupláa conferisce autenticità al paradigma proletario del personaggio. Mariana parla la lingua degli ultimi e conosce le regole della sopravvivenza. “La Manca” non tace le proprie convinzioni, sicura com’è dell’inevitabilità dell’ingiustizia in un mondo dominato dai soldi, a prescindere da chi governi. Il medico, che pretende un pagamento sicuro in dollari prima dell’operazione, è l’emblema di un sistema sottomesso alle regole della domanda e dell’offerta. La salute, l’ultimo tabù in termini di mercificazione, è infranto, nel nome di un duro e pragmatico cinismo. Quando Inés mette sul banco il denaro necessario all’intero ciclo di cure (un anticipo ricevuto da Bonar per la “prestazione”), Mariana accetta a malincuore.
Memore dei fasti perduti, esiliata senza rimedio in una classe sociale inferiore, Inés cerca di adattarsi all’attuale stato di bisogno che corrisponde a una precisa geografia esteriore. Priva del fiuto di Mariana, “la bionda” rischia di smarrirsi nei meandri della capitale, popolata da una fauna di truffatori, profittatori e altri soggetti non sempre facili da definire. L’articolazione urbana di Buenos Aires risalta in tutta la sua labirintica miseria frammista a patinato splendore. Le strade e i vicoli rispondono alla logica della pura separazione. Muri visibili e invisibili circoscrivono quartieri da cui i poveri sono tassativamente esclusi. Gli ex carcerati, chiamati a sanificare le ville appartenenti ai rampolli della declinante classe dirigente argentina, restano spesso ai margini dell’orizzonte percettivo dei ricchi. Funzionali al ciclo economico, (sotto)pagati e ridotti, nella migliore delle ipotesi, a presenze fantasmatiche, i reietti sperimentano tra loro forme di solidarietà istintiva.
Lo stigma della colpa è impresso nell’anima e nelle carni di chi ha sperimentato la brutalità del carcere. Il pregiudizio alimenta l’eterno ritorno di sofferenze fisiche e morali. Uscire da questo circolo vizioso appare uno sforzo utopico. La società, lungi dal premiare il merito o l’onestà, richiede il sacrificio personale, l’immolazione volontaria a una condizione di perpetua subalternità. Non a caso la proposta di Bonar coincide con un’istigazione al crimine. Il capitalismo, costruito sul debito, moltiplica gli interessi da pagare sempre per gli stessi. L’anticipo consegnato a Inés è trasformato, complice un video catturato da una telecamera di sicurezza, in arma di ricatto. I dispositivi tecnologici inventati per proteggere la classe dominante rivelano un’intima predisposizione al controllo. La polizia crederebbe mai a un’omicida precipitata nell’inferno dei lavori coatti? I poveri rubano e tornano nella loro dimora “naturale”, la galera.
Un ex avvocato convertito alla medicina alternativa prende Inés in simpatia. Il simile attira il simile. I personaggi secondari della serie, battuti e offesi non meno delle figure principali, sono attraversati da una vaga indeterminatezza. Conversione, modificazione e cambiamento sono termini utili a spiegare la filosofia sottesa a Il tempo delle mosche. L’identità è un feticcio e restare se stessi, ammesso che il concetto significhi qualcosa, un’illusione spazzata via dalle circostanze. I ruoli fissi non esistono più. Questa fluidità interessa anche i generi. Bonar, difatti, è impazzita a seguito del cambiamento di sesso della figlia Tamara, poi tragicamente scomparsa. La mente obnubilata dal dolore partorisce mostri, magari nella forma di una cameretta cristallizzata nel tempo e tinta di colore rosa.
Per Bonar vi è una sola responsabile per la morte di Tamio/Tamara. Il caprio espiatorio di sventure le cui cause andrebbero ricercate altrove ha il volto di una ragazzina. È la storia familiare di Inés a contare. Perché la donna aveva una figlia, Lari, che all’epoca del suo arresto si trovava a un bivio e ora, dopo averla ritrovata, Inés rischia di perderla di nuovo. Di perdere lei e il futuro. Le linee narrative convergono nel teso finale. Il movente di Bonar risponde a un banale desiderio di vendetta. Ingannare, spargere dolore, colpire l’innocente: la componente thriller, in questa serie per molti versi anomala, affascina meno di tutto il resto.
Il commento sonoro, curato da Christian Basso, Carlos Lucero e Leo Sujatovich, garantisce una qualità superiore alla media. La fotografia di Manuel Rebella (Argentina, 1985) e Soledad Yarara Rodriguez (Trenque Lauquen pt. 1 e pt.2), dalla consistenza volutamente poco nitida, granulosa, colpisce nel segno. Buenos Aires si scompone in un pulviscolo di strade ruvide, consumate, fuse in matasse urbane difficili da districare. Le strade della capitale argentina pullulano di attività a cavallo tra il legale e l’illegale. I vicoli abbandonati all’incuria, gli esterni di cemento e le abitazioni improvvisate contrastano con gli interni delle persone benestanti. Uomini e donne sembrano adattarsi a mondi prefabbricati. Addentrandosi nelle case, o ancora negli uffici e nei teatri da ripulire, le due disinfestatrici oltrepassano impercettibili soglie di mistero.
Le atmosfere opache condizionano la psiche dei personaggi. Il linguaggio ne risente. La comunicazione avviene per direttrici oblique. Gli stessi dialoghi non possono essere lineari. Prevale la sintesi, a volte l’allusione. Pause, frasi rattrappite e silenzi carichi di languida comprensione sottolineano l’emergere di emozioni. Lo spazio privato, al pari di quello pubblico, è rotto, singhiozzante. La titubanza di Mariana davanti al pericolo della malattia rispecchia questo stato d’animo da losers immalinconiti. Sul fonte sentimentale, la scelta, sempre di Mariana, di non dichiararsi a Inés è paradigmatica. Un fatalismo dolente si accompagna a una sottile nostalgia per il tempo perduto.
La serenità ritrovata si traduce in una fuga in moto verso la costa. Le due raggiungono l’obiettivo della vacanza, vagheggiato già dal primo episodio. L’epilogo on the road segna il superamento di un confine, il passaggio dal caos della città all’ordine delle spiagge spalancate sull’oceano dove l’occhio può finalmente spaziare fino all’orizzonte. Il viaggio a Mar del Plata ha un costo. Rubare, certo, svuotando la cassa ai ricchi. Che importa? Non ci sono alternative… a patto di non essere scoperti! In fondo “un secondo nostro equivale a quattro secondi per le mosche”, dice Inés, “e per questo non le prenderai mai”.
Titolo originale: El tiempo de las moscas
Numero di episodi: 6
Durata: 30 minuti l’uno
Distribuzione: Netflix
Uscita in Italia: 1 gennaio 2026
Genere: Drama, Thriller
Consigliato a chi: conosce il magico mondo dei lucchetti, non porta mai il pranzo in macchina, si lamenta dei regali brutti.
Sconsigliato a chi: ha un cattivo rapporto con i condizionatori, controlla con poca frequenza il proprio conto corrente, detesta il pollo all’aglio.
Visioni e letture parallele:
- La piattaforma Mubi ospita interessanti film del cinema argentino contemporaneo: segnaliamo La ciénaga (2001) di Lucrecia Martel e Los guantes magicos (2003) di Martin Rejtman.
- Combattere la marginalità sociale è possibile? A Buenos Aires qualcuno ci prova con successo. Argentina: pazzi per la radio “La Colifata”.
- La dittatura militare raccontata in un fumetto che è, semplicemente, arte: Alberto Breccia e Juan Sasturain, L’integrale, Mondadori (2024).
Un appunto per Inés: ricordati il patentino!

