E pluribus unum: nasce da qui l’idea della serie realizzata da Vince Gilligan, l’autore dell’universo narrativo di Breaking Bad. La frase latina, letteralmente “da molti uno” rappresenta il motto degli Stati Uniti e indica come l’odierno Stato Federale si sia formato dall’unione di molti piccoli Stati. Nella serie TV l’espressione è svuotata di ogni valore politico ed è ricondotta invece ad una dimensione sostanzialmente di tipo psichico, indicando l’unità delle menti degli abitanti della Terra a seguito della diffusione di un misterioso virus alieno. L’io individuale ha lasciato spazio ad un noi che utilizza come modello di apprendimento la rete neuronale: i cervelli di tutti gli uomini sono connessi in una mente alveare e l’apprendimento avviene tramite lo scambio di informazioni tra i diversi “nodi” della rete. Il bagaglio di conoscenze e di ricordi del singolo è a disposizione di tutto il genere umano: ciascun individuo è capace di svolgere qualsiasi attività e conosce il passato e i gusti degli altri esseri viventi. La conoscenza porta con sé comprensione e armonia: la Terra è in pace e tutti gli uomini concorrono ad un medesimo scopo, anche se non è da subito chiaro quale sia. La conservazione del Pianeta appare da subito prioritaria, ma solo al fine di potersi adoperare per uno scopo che non è immediatamente esplicitato. Al di là di questo mistero teleologico, quello che invece è chiaro è il senso di armonia e di felicità di tutte le menti umane. Tutte, tranne quelle delle 12 persone che, misteriosamente, non hanno contratto il virus. Tra esse ci sono Carol e Manousos, due tipi tosti che non sembrano disposti ad accettare la scomparsa della libertà individuale, con tutto quello che ne consegue, nel bene come nel male. Carol è una scrittrice di successo di libri fantasy che vede morire la donna che ha sposato a seguito della diffusione del virus alieno. Basterebbe questo a renderla ostile alla mente alveare che domina la terra, ma è anche la sua indole, poco incline alla fiducia nell’intelligenza della specie umana e in generale poco propensa alla felicità, ad escluderla da un’idea di mondo felicemente unito in un grande Noi. Gilligan ha definito la sua eroina come “la persona più infelice del mondo che vuole salvare il mondo dalla felicità”. Una missione che Carol Sturka (Rhea Seehorn) condivide con Manousos Oviedo (Carlos-Manuel Vesga), che affronta un viaggio di migliaia di chilometri, dal Paraguay al Nuovo Messico, studiando inglese durante il tragitto, per incontrare Carol e ottenere il suo aiuto. E’ sul loro incontro, dopo numerose traversie personali e planetarie, che si conclude la prima stagione di Pluribus, rimandando al futuro la pianificazione e l’applicazione di un piano che possa salvatore il mondo.
I temi sviluppati nei nove episodi della prima stagione, trasmessi da Apple TV, sono molteplici e ambiziosi: si parla del prezzo della felicità, del valore della libertà, ma anche di come libertà individuale e benessere della Terra non vadano d’accordo, del controllo di massa e della sottile differenza tra utopia e distopia. Anche in questa, come nelle precedenti serie di Gilligan, vengono poste domande morali tutt’altro che semplici da districare, come del resto sintetizza il titolo dell’ultimo episodio della stagione: La chica o El Mundo, in cui Carol viene messa di fronte ad una scelta scomoda. Per gran parte della stagione in realtà succede veramente poco in termini di azione, ma accade molto a livello emotivo, come attesta il volto cangiante di una sempre efficace Rea Seehorn, mai come in questa serie capace di tradurre un’indicazione di sceneggiatura in una ruga o in uno sguardo. E’ lei il centro del racconto ed è interessante notare come rappresenti un personaggio femminile così interessante e pure così lontano dagli stereotipi delle donne forti a cui la serialità degli ultimi anni ci ha abituato. La regia ‘espressionistica’ di Vince Gilligan, con un’immagine costruita poggiando su spazi che diventano metafore, inquadrature stilizzate, sapienti giochi di luce e di ombre, e una fotografia che si fa strumento psicologico completano il quadro tecnico di un prodotto di assoluto valore estetico. Anche i dialoghi, per quanto radi, sono sempre acuti e mescolano con maestria ironia e pensosità. La musica e le diverse lingue utilizzate nei dialoghi aprono spazi multiculturali, superando la sensazione di dramma americano che in passato aveva avvolto le produzioni di Gilligan. Qui è in ballo il destino del mondo, anche se non c’è quell’urgenza e quella ineluttabilità che normalmente accompagna gli uomini quando sono impegnati a salvare il loro pianeta, al contrario, i tempi sono dilatati e ripiegati nel mondo interiore di Carol. Negli episodi centrali del racconto non succede quasi niente, ma si è spinti a proseguire nella visione perché la qualità tecnica è altissima e la speranza che la narrazione si accenda è concreta. Questa tensione, questa apertura dello spettatore resta vana perché la miccia non si accende.
Se nelle altre grandi produzioni di Gilligan, Breaking Bad e Better call Saul, il tessuto narrativo si accendeva con veri e propri fuochi d’artificio, in questo caso la sceneggiatura, realizzata con Alison Tatlock e Gordon Smith, manca della capacità di coinvolgimento che solo una trama che va oltre il sofisma intellettuale riesce ad avere. Non si può costruire un mondo narrativo su di un’idea, per quanto affascinante e provocatoria. E non bastano nemmeno personaggi intellettualmente stimolanti e psicologicamente completi. Ci vuole qualcosa di più, ci vuole una storia. Quella che in questa prima stagione è clamorosamente mancata.
Non è mancato invece il successo commerciale. Pluribus è la serie trasmessa da Apple TV con il maggior numero di visualizzazioni e, probabilmente, quella che farà più discutere nei prossimi mesi, in attesa della seconda stagione, prevista non prima del 2027. Un successo che sarebbe riduttivo attribuire solo alle strategie di marketing e al carisma del suo autore: la serie ha qualcosa da dire, ha un potenziale finora inespresso che potrebbe regalarci soddisfazioni importanti.
TITOLO ORIGINALE: Pluribus
DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 60 minuti
NUMERO DEGLI EPISODI: 9
DISTRIBUZIONE STREAMING: Apple TV +
GENERE: Distopico, Thriller psicologico, Drama
CONSIGLIATO: a quanti cercano un prodotto di qualità tecnica e di valore estetico, interessati a ragionare e filosofeggiare più che a seguire un racconto emozionante.
SCONSIGLIATO: a quanti cercano un prodotto completo che, al pari di Breaking Bad unisca valori estetici ed intellettuali a una storia emozionante.
VISIONI PARALLELE: per chi è alla ricerca di una serie pensosa che mescoli futuro, distopia e il rapporto tra uomo, emozioni e tecnologia, la risposta migliore è: Black Mirror, sette stagioni visibili su Netflix, capaci di coinvolgere ed emozionare. Per quanti invece vogliono soffermarsi sui temi sci-fi e su di una presenza/assenza aliena che non sia, come in questo caso, un pretesto narrativo per parlare di altro, consigliamo Il Problema dei tre corpi, serie del 2024 distribuita da Netflix.
UN’IMMAGINE: la conclusione della stagione, con la bomba atomica posizionata all’esterno della casa di Carol Sturka, sotto gli occhi di un attonito Manousos è un potente monito per quanti vogliono abbandonare la visione della serie: la seconda stagione potrebbe davvero innescare quella miccia in grado di far detonare la narrazione e superare la stasi di questi primi 9 episodi.

