Elisa **
Ancora un carcere, ancora detenuti, ancora ore d’aria per Leonardo Di Costanzo che dopo il notevole Ariaferma, ambientato in una fatiscente struttura sul punto di essere chiusa per sempre, sceglie un altro racconto di colpa ed espiazione con Elisa.
Siamo in una struttura di minima sicurezza nella Svizzera francese, a Moncaldo, in cui le celle sono essenziali cabin in the woods. Elisa sta scontando una condanna a vent’anni per aver sequestrato e ucciso la sorella. Ne sono trascorsi già dieci quando viene coinvolta da un criminologo in una ricerca sostenuta dalla vicina università.
Ad Elisa è stata riconosciuta l’attenuante della seminfermità: afferma di non ricordare nulla per un’amnesia che ha oscurato la sua colpa.
Il fratello ha smesso di parlarle, la madre è morta e l’unico della sua famiglia con cui ha ancora rapporti è il padre che viene a trovarla due volte alla settimana.
Nei colloqui con il professore un po’ alla volta vengono a galla i particolari e le circostanze familiari che hanno concorso a costruire le condizioni per un delitto atroce.
Il film di Di Costanzo è una sorta di lunga seduta d’analisi, non particolarmente interessante, nonostante la bravura di Zem e Ronchi: i loro personaggi non hanno molto da dirsi e caduto il muro dell’amnesia, quello che Elisa ricorda è un banalissimo omicidio, che nasce da un contesto familiare opprimente e dalla consapevolezza di non essere all’altezza delle aspettative che soprattutto il padre aveva riversato su di lei.
Il film è ispirato al caso della ventottenne comasca Stefania Albertani che nel 2009 uccise la sorella e tentò di uccidere i genitori, chiudendosi in un silenzio totale al processo, rotto solo cinque anni dopo in televisione, intervistata da Franca Leosini e poi con una coppia di criminologi che scrissero sul caso il libro Io volevo ucciderla.
Elisa vive in una realtà che Banfield aveva identificato come “familismo amorale”, un contesto “teso a massimizzare unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare”. Quando quell’obiettivo viene meno con il fallimento imminente dell’impresa affidatale dal padre ecco che tutto il microcosmo della protagonista collassa miseramente.
Solo che la dimensione del rapimento, dell’omicidio, del tentativo di occultamento del cadavere e di un secondo tentativo omicida non possono certo essere considerati come una conseguenza possibile o solo prevedibile di quella cultura familiare deviata e asfittica.
Il film è davvero piccolo, chiuso su una brutta storia personale che non dice molto se non dei vaghi condizionamenti della provincia e della famiglia e di una personalità, in un certo senso, disturbante. Del tutto pleonastico il cameo di Valeria Golino nei panni della madre di una vittima di violenza, che sembra introdotta per bilanciare un film tutto dalla parte dei carnefici.
Ancor meno significativi i ruoli di Giorgio Montanini, nella parte di una guardia carceraria e di Hippolyte Girardot come direttore del carcere: talento sprecato.
Indeciso e inessenziale, Elisa, scritto con Bruno Oliviero e Valia Santella, mi pare la prima seria battuta d’arresto nel cinema di Di Costanzo.
