Difficile comprendere cosa abbiano visto in questa apologia sfacciata e gratuita del divo George Clooney, i selezionatori della mostra per trovargli un posto di prestigio nell’affollatissimo concorso di Venezia 82.
Il nuovo film di Baumbach è desolante da ogni punto di vista, gratuito, sgraziato, melenso fino allo sfinimento: un santino senza macchie e senza vita di una star di Hollywood in piena crisi di terza età, quando la figlia adolescente gli annuncia il suo viaggio in Europa, vanificando le sue attese di passare l’estate assieme.
Jay Kelly-George Clooney decide così di mandare all’aria le riprese del suo film imminente, per inseguire – prima con un jet privato e poi con un improbabile intercity – la figlia e i suoi amici fino a Pienza in Toscana.
Qui il suo manager gli ha organizzato un tributo alla carriera, prima rifiutato e poi accettato.
Alla maniera del Bergman de Il posto delle fragole – Dio ci perdoni per l’accostamento – il film trae lo spunto del premio per un ripensamento personale e professionale del protagonista, abbandonato da mogli e figlie, con un rapporto complicato con l’anziano padre e con i suoi collaboratori, sempre proni alle sue necessità.
Verrebbe quasi da riesumare l’accorata parodia che Ricci e soci avevano messo in piedi per un vecchia trasmissione degli anni ottanta: anche i ricchi piangono.
Sì, sembra incredibile, ma è esattamente quello che succede in Jay Kelly: l’impareggiabile star fa un bagno di umiltà, prima al funerale del regista che lo ha lanciato e a cui ha negato un ultimo ritorno dietro la macchina da presa, poi con un compagno di studi di recitazione, a cui ha rubato ruolo, fidanzata e carriera, quindi con la figlia maggiore che ha sempre trascurato e infine con i suoi assistenti, che tratta con falsa condiscendenza.
Il film è tanto un peana per le meravigliose stelle di Hollywood, quanto per i loro disperatissimi agenti e manager che per il 15%, sono disposti a perdere qualsiasi diritto ad una vita propria, sacrificando se stessi ai capricci della celebrità. Tratteniamo a stento le lacrime.
Il film è pieno di umorismo involontario, fasullo fino allo sfinimento e agiografico oltre ogni sopportazione: letteralmente micidiale la scena del vagone del treno di seconda classe, che sarebbe sembrata fuori luogo persino nelle commedie sdolcinate di Capra; non meno assurdo il tributo del festival di Pienza, che monta le immagini dei ruoli realmente interpretati da Clooney.
A rischio di sembrare scaramantico, qualche gesto apotropaico il divo potrebbe pure permetterselo quando si rivedrà sullo schermo, in una sorta di funerale cinematografico in vita.
Baumbach scende davvero sotto il grado zero cinematografico con un film ruffiano e furbo, piacione come solo il peggior Clooney sa essere, che serve i suoi attori – Sandler, Dern, Keough, Crudup – nel modo peggiore possibile, facendone figurine bidimensionali che sono solo funzioni narrative sostitutive.
Un capitolo a parte meriterebbe Lars Eidinger, geniale e magnifico attore teatrale tedesco, costretto in una tutina di spandex da ciclista, nel ruolo più stupido della sua lunga e ricca carriera.
Immancabile Alba Rohrwacher a riempire assieme ad altri la quota “italiani folkloristici”, che ormai si è specializzata in ruoli di puro servizio, che la mortificano più di quanto sarebbe necessario.
Un disastro di proporzioni epiche. Fastidioso e vanesio.


Prendo nota, grazie.
:-))