Cronaca di un disastro annunciato.
Nel luglio 2014, sull’onda del successo dell’MCU, Universal lancia il suo Dark Universe, un progetto in grande stile per rilanciare i Mostri che avevano fatto la storia della major negli anni ’30 e ’40: Dracula, la mummia, l’uomo lupo, Frankenstein, la moglie di Frankenstein, Dottor Jekyll, l’uomo invisibile.
Vengono coinvolti Tom Cruise, Russel Crowe, Johnny Depp, Javier Bardem e la guida è affidata ad una coppia di celebri sceneggiatori Chris Morgan (Fast & Furious) e Alex Kurtzman (Transformers, Star Trek, Mission: Impossibile III).
Alla fine esce solo The Mummy nel giugno 2017 ed è un flop da ogni punto di vista che blocca sul nascere ogni successivo progetto.
Un anno dopo è Jason Blum, re mida dell’horror a bassissimo costo, a prendere in mano il progetto, ripensandolo radicalmente, eliminando l’ipotesi di un universo condiviso e adattandolo alle peculiarità della Blumhouse.
Nel 2020 in pieno COVID esce The Invisible Man di Leigh Whannell con Elisabeth Moss: inaspettatamente è un ottimo film, che trasforma il romanzo di Wells adattandolo ad ansie contemporanee, immaginando il protagonista come uno stalker irriducibile.
Più modesto il risultato del successivo Renfield diretto da Chris McKay con Nicholas Hoult,
Il progetto di un nuovo Wolf Man ha cominciato a circolare cinque anni fa, con Whannell prima coinvolto, poi rimosso per dar spazio alla coppia Ryan Gosling e Derek Cianfrance, l’uno davanti e l’altro dietro la macchina da presa.
Quando quest’ultimo progetto è naufragato, Blum è tornato dall’australiano che aveva immaginato una versione claustrofobica della storia, molto influenza dal distanziamento e dall’ineluttabilità del contagio, sperimentati negli anni della pandemia.
Christopher Abbott è diventato così il nuovo protagonista, nei panni di Blake, uno scrittore che vive con moglie e figlia a San Francisco e che ritorna nell’Oregon per recuperare le cose appartenute al padre, scomparso molti anni prima misteriosamente.
Un flashback ci mostra il protagonista bambino a caccia con il padre nei boschi di un territorio ostile, infestato dalla presenza di un uomo con la faccia da lupo, che miete le sue vittime soprattutto di notte.
Quando Blake prende un furgone e si avventura nel bosco con l’adorata figlia Ginger e la moglie Charlotte, con cui vive un periodo di crisi, accade l’irreparabile.
Per evitare l’inarrestabile uomo lupo, il furgone esce fuori strada ribaltandosi, il cacciatore che li accompagnava viene subito divorato e i tre sono costretti a rifugiarsi nella vecchia casa abbandonata del padre di Blake.
Qui il protagonista si accorge di essere stato graffiato e comincia a sperimentare un progressivo e inesorabile cambiamento fisico e cognitivo.
La minaccia non è all’esterno, ma dentro le mura familiari.
L’idea di Whannell flirta ancora una volta con la dimensione più intima e personale e con il nucleo ultimo che si crea tra un uomo e una donna.
Solo che a differenza dell’allegoria sinistra che animava e rivitalizzava L’uomo invisibile, quella che regge Wolf Man è piuttosto debole e incapace di provocare nuove riflessioni.
Il maschile è sempre brutale e tossico, sia nella versione patriarcale sia in quella moderna e amorevolmente premurosa.
La licantropia diventa così una malattia dall’incubazione rapidissima, che si trasmette col sangue e che produce una mutazione progressiva animalesca.
L’ineluttabilità del contagio e della morte di chi ci è più caro, la malattia che divide e crea fratture all’interno del contesto affettivo, sono considerazioni piuttosto risapute. La rilettura non è inquietante come quella dell’uomo invisibile.
Il film è pensato come un COVID-movie, tutto ambientato in uno stesso luogo, con appena 4 personaggi, di cui uno minaccioso ma quasi sempre invisibile, con il rispetto delle unità d’azione, ma senza mai riuscire a darci qualche vero brivido.
Siamo all’interno di un contesto di puro cinema di genere, un body horror che guarda a Un lupo mannaro americano a Londra piuttosto che al Cronenberg de La mosca.
Già il trailer predisponeva a questa versione stringata, essenziale. Il film non fa nulla per cancellare quella prima impressione: quello che rimane è l’idea di un lavoro un po’ troppo povero, un instant movie che arriva cinque anni in ritardo.
Debole nella parte più decisamente horror, risaputo in quella metaforica, incapace di articolare un qualunque discorso originale sul contagio e la malattia.
Whannell lo gira con la mano sinistra, con un paio di buone idee: affidarsi al trucco old style per il look del protagonista e rappresentare la progressiva dissociazione cognitiva che subisce nel corso della trasformazione, accentuandone il lato visivo e sonoro con un sound design molto efficace.
Troppo poco.
Funzionerà almeno al box office? Temo di no.

