Se un albero cade in una foresta **1/2
In un tranquillo paesino di campagna circondato da una vegetazione lussureggiante, Yoo Seong-ah (Go Min-si già in Sweet Home), una donna algida e misteriosa arriva insieme ad un bambino in una casa vacanze. Prima del previsto la donna se ne va, sola, e Yeong-ha (Kim Yun-seok), il proprietario dell’immobile, scopre tracce di sangue all’interno dell’abitazione. E’ sicuro: il bambino è stato ucciso, ma l’unica prova concreta nelle sue mani resta il filmato della telecamera di sicurezza che ha inquadrato la donna partire senza il piccolo. Troppo poco per una denuncia, soprattutto perché tutte le tracce sono state accuratamente rimosse, anche dallo stesso proprietario che si trova a più ripresa sul punto di denunciare l’accaduto, ma senza mai trovare la forza necessaria per farlo. Forse perché si sente corresponsabile o forse perché un simile delitto, con l’aggravante che la vittima è un bambino, lo porterebbe a chiudere la propria attività, faticando perfino per trovare acquirenti interessati alla casa. Qualcosa di simile a quello che è accaduto al Lakeview Motel, a pochi chilometri di distanza: circa vent’anni prima un serial killer ha infatti ucciso una donna in una delle stanze dell’edificio, causando la disgrazia non solo dell’attività, ma anche della famiglia proprietaria dell’immobile: se il padre è finito in una casa di cura e la madre si è tolta la vita, il figlio della coppia, Koo Sang-joon (Yoon Kye-sang) medita vendetta verso il killer omicida che, dopo vent’anni, sembra incamminato sulla strada della riabilitazione sociale. E’ l’intreccio tra queste due storie ad essere al centro del racconto con frequenti salti dall’una all’altra. A collegare le vicende c’è anche un personaggio specifico, il capitano Yoon Bo-min interpretato da Lee Jung-eun (già in Parasite) soprannominata “la cacciatrice” e che indaga su entrambi i casi.
Proprio la complessità dell’intreccio, con frequenti salti temporali non solo tra le due storie, ma anche all’interno della stessa vicenda, porta lo spettatore ad orientarsi con difficoltà, almeno fino allo svolgimento finale, quando negli ultimi episodi il dramma si incanala nella dimensione del duello che ne rappresenta fin dall’inizio l’epilogo dichiarato. In realtà il momento fatidico del confronto tra Seong-ah e Yeong-ha, più volte sfiorato, rimandato, abbozzato, atteso dallo spettatore come liberazione catartica, assumerà la forma di un rito con più interpreti, ma su questo non mi dilungo per evitare spoiler. Il fatto di dover attraversare otto episodi per giungere ad un regolamento di conti che di fatto era già prefigurato fin dal primo episodio, potrebbe spingere alcuni a ritenere la visione un’inutile parabola intellettuale ripiegata su sé stessa. Non c’è alcun avanzamento nelle rispettive posizioni dei duellanti, se non un senso di colpa finalmente verbalizzato in pubblico da parte di Yeong-ha. Eppure a ben guardare il tempo trascorso non è stato fecondo solo dal punto di vista estetico e affabulativo, ma ci permette di giungere al regolamento di conti che, come detto, coinvolge più attori in un caleidoscopio di azione e di sentimenti, con lo stesso senso di sfinimento esistenziale che provano i protagonisti. Li abbiamo accompagnati in corsi e ricorsi, in errori ripetuti e corretti malamente, nella fatica di muoversi senza bussole morali capaci di indicare la via. Non è solo lo sfinimento di un personaggio a cui assistiamo, quanto quello di una società intera. Certo come singoli caratteri emergono dei limiti di approfondimento (si veda ad esempio l’ex marito di Yoo Seong-ah che compare nella vicenda a partire da metà della narrazione, ma anche la psicologia della stessa protagonista è in definitiva solo abbozzata). Un limite che però passa in secondo piano quando si cambia prospettiva e si vedono i personaggi come componenti significativi di una società incapace di identificare e proteggere valori superiori. Solo l’amicizia e la famiglia sembrano poter porre un freno alla deriva della società ed è infatti nei rapporti di amicizia e di fiducia che si raggiungono i momenti più lirici del racconto.
Il ritmo nei primi episodi è piuttosto incostante, con diversi passaggi descrittivi tipici di un dramma familiare più che di un thriller. Il passo cambia nel finale quando appunto ci si indirizza spediti verso il duello tra i due antagonisti. La narrazione peraltro è infarcita da numerosi colpi di scena, sorretta da interpreti credibili e da un senso estetico e musicale di grande eleganza. La natura è descritta con inquadrature impreziosite da una fotografia di grande impatto e da un sonoro che ne descrive i rumori riposti, i fruscii, i gorgoglii. Ad essi fa da controcanto il tema musicale che incombe e anticipa la violenza. Il livello tecnico è particolarmente curato ed è dominato, non a caso, da un montaggio sovraesposto. La regia è abilissima nell’alternare piani ampi a primi piani, dettagli e spazi, inquadrature dall’alto a particolari specifici, così da aumentare la sensazione di straniamento e di contrapposizione tra la bellezza della natura e la violenza umana.
La serie sembra però in diversi punti scontare la mancanza di un testo forte di partenza: l’abbandono alla creatività dei registi Mo Wan e Son Ho-young finisce per rendere la struttura narrativa liquida, con un mix di generi che non è facile decifrare, almeno inizialmente. C’è poi il rischio di perdere spettatori nella lunga attesa che il racconto giunga alla resa dei conti.
L’ambizione è di andare oltre al puro intrattenimento. L’orizzonte narrativo è racchiuso tra due frasi ripetute a più riprese e caricate progressivamente di significati diversi in relazione ai protagonisti e al loro punto di vista. La prima frase rimanda ai fondamenti della filosofia della percezione “Se un albero cade in una foresta e non c’è nessuno che possa sentirlo, fa rumore?”. La seconda invece ad un aforisma tradizionale per cui la rana (The Frog del titolo internazionale) colpita da un sasso lanciato per caso, incautamente, si sente colpevole e si chiede che cosa abbia fatto di sbagliato. Quello che resta al termine della visione non è tanto il senso di fatalità o di collegamento tra tutte le cose a cui rimandano le due frasi citate e nemmeno il senso dell’onore che rende più spinosa la seconda situazione, ma piuttosto la debolezza del senso di comunità, la fragilità di legami e la pochezza delle bussole tradizionali. Il comportamento di Yeong-ha sembra basarsi sulla consapevolezza di non poter contare sulla società, ma la sua scelta va oltre perché egli non intende cercare un supporto né negli amici né nella famiglia: una scelta distruttiva che metterà a rischio le persone che gli sono più care.
In questo vuoto quindi emergono la famiglia e gli amici come puntelli in grado di sorreggere l’individuo, a patto di saperli utilizzare e di averli coltivati negli anni. Un segnale di speranza, come il finale della serie, che strizza l’occhio alla spettatore e ad un’armonia che può ancora essere ricostruita.
DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 57 minuti
NUMERO DEGLI EPISODI: 8
DISTRIBUZIONE STREAMING: Netflix
GENERE: Crime, Korean Drama, Mystery.
CONSIGLIATO: a tutti gli amanti dei racconti stranianti e di quel mix di generi con una forte base di critica sociale che fa parte dello stile dei migliori drammi coreani.
SCONSIGLIATO: a quanti cercano un prodotto compatto, senza minutaggio eccessivo e sovrapposizioni spazio-temporali. La visione non è delle più facili, non solo per la violenza diffusa e il mix di generi, ma anche per una scrittura un po’ troppo dispersiva, soprattutto nei primi episodi.
VISIONI PARALLELE: in passato abbiamo recensito numerose serie coreane, anche grazie alla prolificità dei K-dramas e alla loro elevata qualità formale. Questo prodotto presenta però dei tratti difficilmente assimilabili ad altre produzioni. Il profilo di Yoo Seong-ah, villain psicotica e con alti livelli di tossicità relazionale, ci ha ricordato in particolare Villanelle di Killing Eve una serie di grande qualità sia nei dialoghi che nelle interpretazioni dei protagonisti.
UN’IMMAGINE: in questo caso un ritornello, quello della domanda che apre ciascuno degli otto episodi della serie: ”Se un albero cade in una foresta, ma nessuno si trova lì per sentirlo, fa rumore oppure crolla nel silenzio più totale?”. Una domanda martellante, quasi ossessiva che fa da titolo alla serie e che ne costituisce un piccolo manifesto, denso di implicazioni sociali più che filosofiche.

