Quiet Life ***
Tredici anni fa Alexandros Avranas con Miss Violence turbò profondamente e divise il pubblico di Venezia, fu accusato di compiacimento sadico nel suo ritratto di una mostruosità familiare che sembrava una metafora greve di un Paese allora nel pieno della tempesta della crisi del debito sovrano.
Negli anni successivi un pessimo thriller con Jim Carrey (Dark Crimes) e un altro noir inconsistente (No Me Ames) avevano appannato la sua stella.
Quiet Life, che arriva a Venezia 81 nella sezione Orizzonti, è invece il più maturo e controllato dei suoi film, un apologo kafkiano nella burocrazia europea che si occupa dei rifugiati e del diritto di asilo, con al centro una famiglia di dissidenti russi, entrati illegalmente in Svezia, per salvarsi dal FSB e dalla violenza di Stato.
Il padre, Sergej, è un preside che ha manifestato idee un po’ troppo democratiche e liberati e ha pagato con uno squarcio nell’addome la sua indipendenza di giudizio.
Con la moglie Natalia e due figlie ancora piccole vive in un appartamento messo a disposizione dalle istituzioni svedesi, in attesa dell’udienza che gli consenta di vivere legittimamente nel Paese in cui si sono rifugiati.
I funzionari controllano la loro integrazione nella realtà europea, con piglio da entomologi, ma poi l’udienza è un delirio di glaciale indifferenza: l’unica testimone dell’agguato al capofamiglia è la figlia più piccola Katia, che i genitori vogliono proteggere da una nuova deposizione, ma in assenza di prove certe, la famiglia deve ritornare in Russia.
Katia, caricata di una responsabilità e di una tensione troppo grande cade in coma, vittima di quella che le autorità svedesi hanno identificato come la sindrome da rassegnazione.
Katia viene sottratta ai genitori che paradossalmente ora possono restare in Svezia sino a che la piccola è in cura in un istituto sperimentale, che sembra un carcere guidato da una setta più che un moderno ospedale all’avanguardia.
Tra le infermiere c’è però una donna che ha vissuto lo stesso incubo di Sergej e Natasha e che decide di aiutarli a trovare una strada diversa per salvare la propria famiglia.
Il film di Avranas è un altro ritratto crudele di una famiglia costretta a subire lo stress di un apparato burocratico disumano e vendicativo.
La gestione dell’immigrazione e in particolare dei richiedenti asilo viene qui filtrata da una lente straniante, surreale, allucinata.
Avranas sceglie uno stile piano, severo, quasi sempre a camera fissa, una recitazione asciutta, una progressione narrativa implacabile che ha nei tre momenti di confronto fra la famiglia e l’autorità le chiavi di volta che introducono i suoi tre atti.
Resta forse un’ombra di sadismo inutile nel lungo interrogatorio di Alina, soprattutto perché coinvolge un’attrice minorenne e soprattutto perché la crudeltà spesso immorale di Miss Violence lascia qualche pregiudizio difficile da vincere.
Il film è sorvegliatissimo, informato e ossessivo, con il dramma sociale che alimenta una distopia allucinata, che interroga la nostra indifferenza: “Nella speranza di una vita dignitosa, milioni di bambini sono costretti a spostarsi e ad abbandonare le loro case per via di guerre, povertà o repressione politica. Ma come possono i genitori garantire protezione e stabilità ai loro figli nella consapevolezza che la realtà dei fatti è tutt’altro che ottimistica?“.
Difficile dimenticare il “giro in auto” sulla vecchia Volvo bianca con le figlie intubate e una canzone russa cantata dai genitori.
Nel ritratto raggelante di un’Europa che preferisce annegare la giustizia in un mare di scartoffie, l’unica ancora è la solidarietà tra gli ultimi.
