Warrior 3: una stagione non all’altezza, ma che combattimenti!

Warrior 3  **

Nel sanguinoso finale della seconda stagione di Warrior abbiamo assistito all’ascesa al potere di Mai Ling (Dianne Doan) e della Tong Long Zii che, a distanza di qualche tempo, sembra aver consolidato il proprio potere a Chinatown, anche grazie a solidi agganci politici. Sul versante opposto il fratello di Mai Ling, Ah Sahm (Andrew Koji), si trova in difficoltà: la Tong di cui fa parte, la Hop Wei, sta soffrendo il cambio di leader, la mancanza di agganci politici e i debiti che non riesce a ripagare a causa della crisi economica che coinvolge tutte le attività commerciali della zona cinese. Per questo la Hop Wei, guidata da Young Jun (Jason Tobin), inizia a stampare denaro. L’attività non è semplice e il contributo di Yan Mi (Chelsea Muirhead), figlia di uno stampatore cinese, risulterà determinante. Tra lei e Ah Sahn si sviluppa una storia d’amore destinata a mettere in crisi la fedeltà alla Tong e la scala di valori di Ah Sahn. Nel frattempo la polizia, dopo le rivolte razziali, è ancora più rude nei confronti dei cinesi, sotto il comando del nuovo capo, il rigido Atwood arrivato da New York per rimettere ordine in città. I suoi modi e la sua arroganza spingono Bill O’Hara (Kieran Bew) a riconsegnare il distintivo e a cercare un nuovo lavoro per riconquistare la moglie che lo ha temporaneamente lasciato. Sullo sfondo la campagna elettorale per la nomina del nuovo sindaco, con Mayor Buckley (Langley Kirkwood) pronto a tutto pur di mantenere il potere, anche ad un’alleanza con gli irlandesi, capeggiati dal violento e spregiudicato Dylan Leary (Dean Jagger).

La terza stagione della serie realizzata a partire da un soggetto di Bruce Lee, si inserisce nel solco delle precedenti, seguendo l’affascinante mix di un’ambientazione immersiva nella San Francisco di fine ‘800, sontuosi combattimenti di arti marziali e una trama in cui non mancano colpi di scena e momenti adrenalinici. Una combinazione che potrebbe ricordare, con qualche variante, Peaky Blinders. Sono tanti i punti di contatto con la narrazione di Steven Knight: l’accurata ricostruzione storica, la preferenza per una fotografia desaturata e un’ambientazione notturna, un tono narrativo ambizioso che vuole descrivere, utilizzando un linguaggio melodrammatico con tratti epici, le lotte di potere tra gang rivali e, più in generale, le collusioni tra criminalità e politica in una società in rapida trasformazione. Eppure la differenza, in questa stagione più che nelle altre, appare abissale. In gran parte dipende dal fatto che i personaggi agiscono in modo piuttosto prevedibile, senza un approfondimento psicologico e senza un arco narrativo complesso. Ci sono poi le differenze a livello di interpretazione: il carisma di Cillian Murphy nei panni di Thomas Shelby è superiore a quello di Andrew Koji nei panni di Ah Sahn. Peaky Blinders è riuscito con il passare degli anni ad ampliare il racconto sociale, scandagliando le profondità dei singoli come della società, mentre Warrior è rimasto in superficie, presentando una versione del male piuttosto codificata e, a tratti, stereotipata. Il male assume forme multiformi e il suo dinamismo sociale è un elemento che non può essere presentato in modo superficiale. La terza stagione di Warrior finisce invece per riproporre le medesime dinamiche, senza evoluzione né approfondimento: situazioni già viste che, per quanto piacevoli e godibili, anche grazie alla molteplicità di linee narrative che si intrecciano nei dieci episodi della stagione, non aggiungono molto alle due precedenti. Tutti i discorsi fatti su temi come il razzismo, l’integrazione sociale degli immigrati, la corruzione delle forze dell’ordine, il rapporto tra gli immigrati e il Paese d’origine finiscono per essere semplici riproposizioni prive di mordente e di analisi sociale. Con l’aggravante di dialoghi poco incisivi.

Compiacere il pubblico con violenza e scene di combattimento finisce per essere il maggior pregio della serie che perde in questa terza stagione la capacità di raccontare in modo graffiante la lenta, ma inesorabile, nascita di una nazione. Inoltre, c’è una sproporzione tra le vicende dei protagonisti cinesi, descritte con i tempi e le sfumature giuste, e quelle degli uomini bianchi americani, troppo stereotipate. Mi sembra un esempio di questi limiti la vicenda di Buckler, in particolare la sua vita privata. La differenza con il personaggio di Ah Sahm è abissale: il protagonista è non solo pervaso da una forza straordinaria che lo rende a tratti capace di “modellare il mondo “con i suoi movimenti e le sue mosse, ma è anche un carattere complesso che proietta la propria ombra su chi gli sta vicino. Nella vita rpivata questo gli causa non pochi problemi, dubbi, rimorsi. A differenza del sindaco Buckler, la cui ombra sembra magicamente eclissarsi nella relazione sentimentale con Catherine Archer (Dominique Maher). Se la prospettiva storico-sociale perde mordente, le relazioni intrapersonali finiscono per essere un controcanto codificato e piuttosto prevedibile alle scene di combattimento. Queste invece ancora una volta non deludono e per gli amanti del genere sono davvero imperdibili, non solo per le abilità di Andrew Koji nei panni di Ah Sahm e di Li Yong (Joe Taslim), il compagno di Mai Ling, ma anche per la fluidità con cui la camera li segue durante gli scontri. Il contrasto tra la grazia marziale di Ah Sahn o di Ah Toy (Olivia Cheng) e la violenza che generano quando le loro arti si abbattono senza pietà sugli avversari, è particolarmente coinvolgente e trascina lo spettatore in un meccanismo di piacevole dipendenza.

La serie è stata realizzata da Jonathan Tropper (Banshee), con la collaborazione di Evan Endicott e Josh Stoddard. Il fatto che Netflix ne abbia acquisito i diritti per lo streaming potrebbe portare a delle sorprese nei prossimi mesi e aprire alla prospettiva di una quarta stagione che la passata produzione HBO Max aveva escluso.

TITOLO ORIGINALE: Warrior

DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 57 minuti

NUMERO DEGLI EPISODI: 10

DISTRIBUZIONE STREAMING: Sky Atlantic

GENERE: Drama Period Drama Crime Martial Arts

CONSIGLIATO: a tutti gli amanti delle arti marziali e delle ricostruzioni storiche immersive.

SCONSIGLIATO: a quanti hanno già visto le prime due stagioni: la terza non aggiunge qualità, ma solo “minutaggio”.

VISIONI PARALLELE: restando in tema arti marziali e gangster, questa volta nel mondo contemporaneo, potrete apprezzare la recente serie The Brothers Sun, rilasciata da Netflix. In questo show sono le triadi di Taiwan a fronteggiarsi senza esclusione di colpi per il controllo della criminalità asiatica: i fratelli Sun si trovano coinvolti in una miriade di situazioni adrenaliniche per cercare di difendere la propria famiglia e stabilire una superiorità sulle altre. Un racconto fresco e piacevole, anche se limitato da qualche discontinuità.

UN’IMMAGINE: la progressiva demenza di Father Jun. Il valore della malattia del patriarca, il cui arco è forse troppo dilatato, sta nell’aprire la possibilità di ristabilire un rapporto di rispetto con il figlio Young Jun. Young Jun, proprio perché intervenire direttamente per non far più soffrire il padre e dargli una morte decorosa, si sente finalmente libero dal senso di inadeguatezza che lo ha sempre accompagnato. Forse però a livello visivo quello che resterà maggiormente nella memoria è la cerimonia funebre, con le asce, arma della Tong Hop Wei, conficcate nel legno della bara per rendere omaggio al defunto leader.

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