La seconda stagione di The Gilded Age si apre con una parata di elegantissimi cappelli. È una fiera delle apparenze e delle vanità, in cui ognuno cerca di mettersi in mostra agli occhi degli altri. L’eleganza sfarzosa è uno dei principali indicatori dello status acquisito. Come abbiamo appreso nel corso della prima stagione, la nuova ricchezza ha caratteristiche differenti dalla vecchia. L’imprenditoria legata all’industria e alle finanze, negli ultimi vent’anni dell’Ottocento, è in procinto di soppiantare le posizioni di rendita. I nuovi padroni dell’America costruiscono fabbriche e ferrovie. Le casate di “antico” lignaggio arrancano. Così, il giorno di Pasqua del 1883, quando gli Astor, i Russell, i van Rhijn, i Fane, ovvero le più influenti famiglie dell’Upper East Side di Manhattan confluiscono a messa, ogni incontro coincide con una valutazione. Fuori dalla chiesa, parole e sguardi inquadrano le novità. Il referendo Luke Forte, trasferitosi da Boston a New York, incuriosisce l’intera comunità. Il principale pretendente di Marian Brook, l’avvocato Tom Raikes, si è sposato con un’altra donna. Oscar, il figlio gay (non dichiarato) di Agnes van Rhijn si scontra con l’indifferenza del suo ex fidanzato e di Gladys Russell, la ragazza che ha corteggiato solo per garantirsi una copertura.
Nello stesso giorno, gli Scott sono a Philadelphia. Scopriamo che il figlio di Peggy, dato in affidamento, è morto prematuramente di scarlattina. In The Gilded Age i parallelismi rappresentano utili espedienti narrativi. I bianchi e i neri, i padroni e i servitori, i datori di lavoro e i proletari: mondi separati, destinati a convivere e in molti casi a confliggere. Peggy torna al servizio di Agnes e di sua sorella Ada in qualità di segretaria.
Il personaggio della giornalista ed aspirante scrittrice nera è funzionale all’intento degli autori di voler mostrare la separazione tra le due Americhe, così diverse per sensibilità e cultura. Nella East Coast, in particolare nelle grandi città, dove pure non mancano gli ostacoli e i tentativi di bloccare il progresso sociale, i neri riescono ad affermare lentamente i propri diritti, ad esempio sul piano dell’istruzione. Nel Sud rurale, il razzismo è ancora fortissimo e la violenza verso gli afroamericani un fenomeno tollerato, se non addirittura incoraggiato dalle stesse autorità. Il viaggio in Alabama di Peggy, in compagnia dell’editore del New York Globe T. Thomas Fortune, rischia infatti di finire in tragedia. Due bifolchi fanno irruzione in un ristorante gestito da una donna nera. A seguito della rissa innescata dalla reazione di Fortune, assistiamo a un tentativo di linciaggio.
La battaglia per la supremazia si sposta sul piano dell’intrattenimento e della cultura. Bertha Russell sposa con entusiasmo la causa del Metropolitan Opera House, il nuovo, sfavillante teatro di Broadway prossimo all’inaugurazione e considerato un pericolo dall’èlite “aristocratica” newyorchese. George Russell, sempre pungente (“nemmeno ti piace l’opera”), chiede alla moglie le ragioni di tale interesse. L’amore per Verdi o Rossini c’entra poco. Bertha, che ha lungamente desiderato un palco riservato all’Academy of Music, il vetusto teatro patrocinato da Lady Astor, intuisce il potenziale rivoluzionario del “Met”, un dirompente elemento di rottura delle gerarchie sociali consolidatesi nei decenni. Il Metropolitan è il simbolo ideale dell’epoca a venire. Quale occasione migliore per suggellare la modifica degli equilibri di potere? L’inaugurazione è fissata, provocatoriamente, in contemporanea con l’apertura ufficiale della stagione lirica dell’Academy.
La sera della prima si avvicina. Il Metropolitan, per vincere la sfida, ha bisogno di un testimonial d’eccezione. L’uomo del destino è il duca di Buckingham, già segretario di Stato delle colonie e governatore di Madras. Curioso cortocircuito, se gli innovatori, ai fini del risultato, necessitano della presenza di un nobile britannico, un esponente del vecchio mondo, un conservatore di ferro. Per tutti, Russell compresi, il modello di stile e di comportamenti cui conformarsi è rappresentato dalla nobiltà europea. The Gilded Age prosegue nel voler associare, con invidiabile eleganza, la verità storica alla finzione, gettando nella mischia personaggi realmente esistiti. Nella seconda stagione, oltre al Duca, fanno una fugace apparizione Oscar Wilde, apprezzato dai rampolli delle ricche famiglie newyorchesi più per l’eloquio che per la drammaturgia in sé, il leader nero (nato in schiavitù) Booker T. Washington, criticato dal giornalista militante Thomas Fortune per l’utilitarismo insito nei propri modelli educativi, Sarah J. Garnet, anch’essa nota educatrice afroamericana e pioniera del movimento delle suffragette e Emily Warren Roebling, ingegnera che contribuì all’ultimazione dei lavori del Ponte di Brooklyn in sostituzione del marito, colpito da una malattia invalidante.
L’anno 1883 è quindi segnato da due importanti inaugurazioni, il Metropolitan e il Ponte. La città cambia ed evolvono i rapporti sociali. Le donne, i neri e le categorie organizzate ambiscono ad uscire dall’anonimato. George Russell, esempio del robber baron senza scrupoli, a tratti fin troppo didascalico nella mentalità, deve fare i conti con un protagonismo nuovo, quello del nascente sindacalismo americano. A Pittsburgh, il leader degli operai minaccia uno sciopero generale al grido di otto otto otto. Otto ore di lavoro, otto di riposo e otto per fare ciò che si vuole.
Nel terzo episodio Russell invita Mr Henderson a palazzo, sulla sessantunesima strada (giova ricordare che i suoi dirimpettai sono i van Rhjin, quasi a segnalare l’epicentro urbano e geografico del potere di New York), per stordirlo con lo sfoggio di ricchezza neoclassica delle sontuose stanze, soprattutto con l’obiettivo di comprarlo e rompere di conseguenza il fronte dei lavoratori. George lo afferma apertamente: un uomo di principio è solo un uomo più costoso. Il cinico capitalista scoprirà che la dignità, il rispetto di sé e forse qualcosa di simile alla coscienza di essere classe sono antidoti allo strapotere del denaro.
Vi è un sentimento, in The Gilded Age, spesso elevato a principio, a regola aurea di un intero sistema di vita. In America, dice il popolo, ce la può fare chiunque. Bertha Russell non può nascondere il suo stupore, alla vista della signora Turner, sua domestica personale licenziata nella prima stagione, ora vestita da vera signora e parte integrante della buona società, in quanto maritata con un vedovo facoltoso, Mr Winterton. In America ce la può fare anche Jack “John” Trotter, cameriere di Agnes e appassionato di orologi. L’innovazione apportata dal giovane ai meccanismi di una sveglia potrebbe valere un brevetto. All’opposto, c’è chi è costretto a vivere in un esilio forzato, mutilato nei sogni e nelle ambizioni. Mr Watson, valletto di George Russell, è smascherato durante una cena. Sua figlia Flora, sposata con l’influente Robert McNeill, lo riconosce. Quell’uomo, impeccabile nel servire a tavola, è suo padre, ex banchiere costretto a rimediare lavori umili a seguito del fallimento del matrimonio. Il personaggio che più rappresenta la dimensione d’ombra, la faccia nascosta del progresso di fine secolo, è Oscar van Rhijn.
Nel primo episodio Oscar cerca di rimediare alla depressione dovuta alla rottura con John Adams rimorchiando uno sconosciuto in un bar. Torna a casa barcollante, con il volto tumefatto. Stufo della propria eterna incompiutezza, decide di sposarsi per dare un senso al futuro, obbedendo alle pressioni sociali. Non sarà un problema, in un mondo dominato dalle convenzioni, fingere di amare una donna. Sarebbe solo l’ennesimo matrimonio combinato. Oscar chiede la mano di Gladys, un obiettivo però impossibile, considerato lo scarso feeling tra le due famiglie della sessantunesima strada. La natura del patrimonio dei van Rhijn, i quali, s’è detto, vivono principalmente di rendita, condanna Oscar alla sconfitta, soprattutto agli occhi di un imprenditore rapace come George Russell (“Non è nel matrimonio che si trova la felicità”, dice alla figlia, che peraltro concorda con lui). Ecco allora comparire dal nulla una ragazza, bellissima, affabile nei modi, perfettamente a suo agio nel conclave dei ricchi. Si dice che Maud Beuton possa contare su un’immensa fortuna. Il corteggiamento di Oscar sembra andare a buon fine. Finché Maud propone all’amico del cuore un investimento, all’apparenza, molto conveniente. L’America è di tutti, anche dei truffatori.
Le relazioni restano centrali nel racconto. Il gioco amoroso si svolge tra New York e Newport, la piccola città costiera eletta a rifugio dall’èlite. Qui, il giovane architetto Larry Russell incontra una vedova più grande di lui, e se ne innamora. Sempre a Newport, il fascinoso Dashiell Montgomery, nipote del defunto marito di Agnes van Rhijn, chiede a Marian Brook di sposarlo. La storia d’amore più importante della stagione è però quella vissuta da Ada, la zitella di famiglia, con il reverendo Forte.
“L’amore raramente sopravvive al matrimonio”, sentenzia la perfida Agnes, contraria al matrimonio della sorella (per paura di restare sola, come ammetterà lei stessa al futuro cognato). E se un valore deve essere innalzato sugli altri, questo è il decoro. Il peso delle convenzioni conduce a una sorta di eugenetica di classe. Impossibile, per un padre, dare in sposa una figlia ad un uomo di rango sociale, per non dire economico, più basso. Impensabile consentire relazioni “scandalose”, ovvero che non siano finalizzate ad una progenie o che, peggio ancora, mettano in cattiva luce il buon nome di famiglia. Eppure, sembra che molte certezze inizino a scricchiolare.
Il vecchio mondo non è migliore… semplicemente, è forgiato dal tempo. Sono parole di Oscar Wilde. Dall’altra parte dell’oceano tutto può essere messo facilmente in discussione perché il tempo sembra accelerare. A New York serve una nuova imperatrice che possa governare il cambiamento. Il potere di antica data trasloca sotto l’egida protettiva di Bertha Russell. “La società americana è stata reinventata stasera e voi ne siete il pieno centro”, ammette l’influente Mrs Fish, alla vista di un Metropolitan traboccante di spettatori, e spettatrici, di estremo prestigio. Le trasformazioni non risparmiano le casate con più storia e radici. Un patrimonio andato in fumo. Un altro ereditato. Così termina la seconda stagione. Con un ribaltamento di posizioni sotto il tetto di casa van Rhjin.
La serie HBO creata da lord Julian Fellowes (il papà di Downton Abbey) non tradisce le attese, confermandosi quale period drama di ottima fattura, infiocchettato di ironia e dialoghi forbiti. Per gli amanti del genere, è un appuntamento godibile. Tutti gli altri possono apprezzare, quantomeno, la curata ricostruzione d’epoca, nonché le performance di attori e attrici, da Carrie Coon a Morgan Spector, da Cynthia Nixon a Christine Baranski (solo per citarne alcuni), che contribuiscono a comporre un cast solidissimo. Le trame e sottotrame non smarriscono l’unità dell’insieme. Si potrebbe infine dire, mutuando il grido di battaglia dei lavoratori: otto episodi, otto tavole, otto momenti di un unico, armonico, raffinato affresco.
Titolo originario: The Gilded Age – Season 2
N. Episodi: 8
Durata: 50 – 55 minuti ciascuno
Distribuzione: Sky Serie
Uscita in Italia: 30 ottobre – 18 novembre 2023
Genere: Historical Drama
Consigliato a chi: pensa di meritare il palco d’onore, adora i fuochi d’artificio, ha un buon ricordo della sua maestra di disegno.
Sconsigliato a chi: trova noiosi gli incontri di tennis, ha il terrore delle api nascoste nei fiori, si è pentito di aver imbucato una lettera.
Letture e visioni parallele:
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Restiamo a New York con il suo scrittore contemporaneo più importante: Paul Auster, Baumgartner, Einaudi (2023).
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Come si è trasformata, negli Stati Uniti, la frugale Repubblica dei padri fondatori in un governo dei ricchi per i ricchi? American Capitalism. Il culto della ricchezza. Disponibile su ARTE. https://www.arte.tv/it/videos/103517-001-A/american-capitalism/
Sull’amicizia #1: “Nel nostro mondo le vecchie amicizie sono ereditarie” (Agnes a Marian).
Sull’amicizia #2: “Voi e Mrs Astor siete amiche o rivali?” “Una cosa non esclude l’altra” (Dialogo tra Gladys e Bertha).

