Jacques Bisson può vantare una carriera brillante. Nel corso degli anni, le sue numerose e spesso facoltose clienti non si sono mai lamentate del servizio. Tuttavia, se credete che un gigolò a pagamento si prostituisca solo per denaro, vi sbagliate. “Facciamo del bene. Riempiamo le ultime pagine del loro diario”, dice Jacques a suo figlio Alphonse, nel terzo episodio dell’omonima serie distribuita da Prime Video. Ultime pagine, perché le donne che si rivolgono a Mister Love (questo il nome d’arte di Bisson senior) non cercano semplicemente una forma immediata di appagamento sessuale, bensì un pacchetto completo composto da esperienza, menzogna, complicità e tenerezza. La frase, si badi bene, è al plurale: facciamo. Alphonse viene presto designato erede, non delle ricchezze, ma della professione del padre. Suo malgrado.
Jean Dujardin è un attore formidabile. Basti qui ricordare l’assegnazione, sacrosanta, dell’Oscar nel 2012 per l’interpretazione del divo del muto George Valentin in The Artist di Michel Hazanavicius, primo francese ad aggiudicarsi la statuetta. Dujardin forse ne meriterebbe una seconda, proprio per Alphonse. La serie è molto vicina al linguaggio del grande schermo, anzi, fatta eccezione per l’inevitabile spezzettamento in episodi, può essere considerata cinema a tutti gli effetti. Dujardin costruisce il suo personaggio sgrezzando, con autentica maestria, un materiale inizialmente anonimo. La moglie vive all’ombra del suo grigiore. Il padre fatica a credere che quel figlio, incapace di vestirsi in maniera decente, potrà rimpiazzarlo degnamente. Il passaggio simbolico da uno stadio all’altro è dato da un gesto: il taglio della barba, che corrisponde alla presa d’atto di una trasformazione. Dal licenziamento, alla resurrezione. Dalla mediocrità, al trionfo.
Alphonse è un prodotto controverso. La piattaforma Prime non l’ha pubblicizzata, per scelta. Nicolas Bedos, ideatore, sceneggiatore e regista della serie è stato infatti accusato di stupro e violenza sessuale da tre donne, due delle quali hanno presentato denuncia dopo aver appreso dell’ultima aggressione in ordine di tempo, che sarebbe avvenuta lo scorso mese di giugno in un club parigino. Bedos ha affermato di non ricordare il fatto e, a propria difesa, ha richiamato lo stato di ubriachezza in cui versava quella sera. Alphonse nasce quale ideale costola di Masquerade – Ladri d’amore, film girato da Bedos nel 2022. La trama è simile. Un gigolò si infortuna. Una cliente lo mantiene. Truffare è l’unico modo per sopravvivere. Il contesto è la Costa Azzurra, che pure ritorna in questa serie, seppur marginalmente, con le sue atmosfere sospese.
In sintesi… abbiamo un regista sulla cui testa pende la scimitarra della giustizia per uno o più possibili molestie, se non addirittura stupri, commessi ai danni di altrettante donne, che qui propone una serie con anziane signore alla ricerca di avventure sessuali, in un momento storico caratterizzato dal risveglio impetuoso delle istanze femministe: difficile immaginare qualcosa di meno politically correct. Occorre dire che la scrittura di Alphonse scorre meravigliosamente, il cast è splendido e la storia mai banale, pur nella sua inevitabile leggerezza. Per chi scrive la volgarità rimane dietro l’angolo. Il racconto non viene sporcato da toni eccessivi. Ciò non toglie che qualcuno, o qualcuna, possa sentirsi offeso.
Il registro di Alphonse è da classica commedia d’oltralpe. La connotazione francese è evidentissima. La serie è costruita su un disciplinato intreccio di parole e dialoghi (leggi: letteratura prima che cinema) ed è basata su situazioni raramente scontate, comica con la giusta dose di intelligenza e, perché no, di cultura. Ed è proprio la cultura ad appassionare Adele, una delle prime clienti di Alphonse. Peccato che il nostro eroe, ospite a pagamento dei letti altrui, non conosca le poesie di Victor Hugo e sia costretto a scriverle sul dorso di una mano così da declamarle a tavola. Adele, donna acuta, inquadra subito chi ha di fronte. Il sostituto di Jacques è troppo impacciato, grezzo, a disagio in quella casa lussuosa, tipica della Parigi dei grandi boulevards.
Eppure, Alphonse ha le sue doti nascoste. Il lettore malizioso penserà in automatico alle arti della seduzione, in primis alle abilità amatorie tra le lenzuola. E non avrebbe torto. L’apprendistato dell’ex venditore di orologi riserva sorprese allo stesso apprendista. Nessuno nasce imparato. Però, a dispetto degli inevitabili obblighi professionali, il protagonista comprende ben presto che soddisfare una donna non significa eseguire un compito meccanico. Il padre sottolinea questo aspetto peculiare del mestiere: può sembrare stupido, ma per non è solo un lavoro… riguarda la solitudine, la sofferenza, la tenerezza.
Romanzo di formazione? Si. Dujardin dona al suo personaggio umiltà e simpatia. Alphonse non è cinico, non è venale, non è crudele. Alphonse è un trasformista capace di cogliere nelle trasformazioni il buono del cambiamento. Esistenzialista in senso lato? Si, anche. In fondo, se non fosse stato licenziato non si sarebbe mai accostato a quella professione, di cui ignorava tutto, regole, ritmi, liturgie… e nella quale si trova gettato quasi a sua insaputa. È quel lavoro, singolare al pari di una missione di vita, ad aver trovato lui. Alphonse è un mutante, un camaleonte delle relazioni, un attore prestato alle perversioni altrui.
Episodio dopo episodio, la serie si svela quale scanzonata elegia del rimpianto. Adele, a dispetto di un’invidiabile e purtroppo illusoria vitalità, cova nel profondo il rimorso per le perdute occasioni di gioventù. Fino all’ultimo respiro (la scena sul letto di morte è la più intensa e catartica della serie), ripensa a quel professore di liceo che la iniziò agli splendori della poesia. Martha, capo di gabinetto di un ministro, donna fascinosa dal carattere impossibile, cova sempre la medesima, reiterata fantasia per un ragazzo con i baffi dal quale un tempo desiderava avere un figlio, salvo poi essere scaricata nel peggiore dei modi. Eve, la casta vicina di casa di Jacques, vorrebbe far rivivere una versione immacolata del marito, riportando le lancette dell’orologio a prima del tradimento subito. Françoise intende glorificare la storia nascosta di sua madre, presunta collaborazionista durante la seconda guerra mondiale e strappata da un coraggioso colonnello all’infausto destino che l’attendeva. Suzanne, a causa di problemi di memoria, ogni volta si dimentica di aver già saldato la prestazione giornaliera (per sua fortuna, Alphonse è un lavoratore onesto).
Anche la moglie di Alphonse, interpretata da Charlotte Gainsbourg, è alle prese con una fase nuova e imprevedibile della propria vita. La scoperta della professione del coniuge la scuote. In parallelo, allaccia una relazione con la loro consulente bancaria. Non si creda che la serie sviluppi tematiche di generica matrice progressista quali la fluidità sessuale, il poliamore e declinazioni varie delle lotte politiche lgbt. Ovvio, ci gira attorno, con consapevole irriverenza, ma solo per prendere una direzione originale e non scontata rispetto al dibattito corrente. Alphonse, piuttosto, si abbandona a un’ilare, sfrontata, scomoda e per nulla ideologica (per fortuna!) esplorazione delle stranezze dell’eros. Guardiamo Margot. Per lei, e per lui, l’allontanamento è il prologo di un secondo inizio. La coppia viene decostruita, irrisa, ribaltata, ricostituita secondo le regole di uno statuto inedito.
Bedos infila nello spartito due o tre note leggermente stonate. La prima è rappresentata dal nipote degenere di Adele, che a detta della nonna “vive in un posto che ne giustifica l’inutilità” (un appartamento in una zona periferica di Parigi), un tossicodipendente affamato, ovviamente, di eredità. Funzionale alla trama, sì, perché grazie a lui il nostro Alphonse dimostra di meritare una lauta ricompensa, eppure poco in sintonia con il resto. Distonica rispetto al tono medio della serie è altresì la figura dell’ispettore privato, che ammette di sentirsi “come Joe Pesci in Casinò di Martin Scorsese”, ingaggiato dal ragazzo per fare luce sulla squadra di Mister Love, che intanto si è allargata. Infine, il personaggio con un peso specifico superiore e anche il più ingombrante, è la madre di Alphonse. La signora Tomazi, interpretata da Laura Morante, spunta a metà racconto. Il fantasma di questa donna, scomparsa quando il protagonista era un bambino, aleggia nei dialoghi tra padre e figlio. Stereotipata è la storiaccia di mafia italiana, inserita a mo’ di flashback, per farci comprendere le ragioni della fuga precipitosa di Laura Tomazi da Parigi quarant’anni prima.
La commedia degli equivoci si tinge di colori vagamente edipici. Laura, ormai ricchissima, torna nella ville lumière dopo la morte, non del tutto accidentale, del suo marito schiavista. Un gruppo di amiche le consiglia di telefonare a Mister Love. E lei lo fa. Si ricordi che Alphonse non ricorda il volto della madre. Unica traccia per riconoscerla, una vecchia foto scattata dal marito fedifrago di Eve… Il duetto tra Dujardin e Morante è un’epifania, prima mascherata, quando lui vede in lei un misterioso carico di bellezza perduta, poi tragica, nel momento in cui i due si apprestano a consumare senza però arrivare fino in fondo (provvidenzialmente, Laura si porta sempre dietro il suo ritratto incorniciato da giovane). L’incontro è il preludio per un finale che si potrebbe definire, in senso tanto metaforico quanto letterale, esplosivo.
Una nota di elogio va a Pierre Arditi, attore protagonista di molte pellicole del grande Alain Resnais. Forse solo lui avrebbe potuto interpretare un padre zozzone, senza peli sulla lingua e orgoglioso di quel lavoro usurante tenuto nascosto al figlio per decenni. Guascone e simpaticamente cinico (quando Alphonse gli porta la notizia della morte di Adele lui replica dicendo era la nostra cliente migliore), alla fine si dimostra sensibile all’amore. Ma chi regala l’anello alla terribile Martha nel contesto della centesima cena, nel medesimo ristorante, con le stesse parole di sempre? Lui, l’imprenditore del sesso à la carte, o il personaggio che è stato chiamato ad interpretare? E chi minaccia di gettarsi dalla finestra? Martha a sessant’anni, la donna in carriera temuta dai suoi sottoposti, o Martha che impersona sé stessa a vent’anni? (“è meraviglioso avere due vite, tutti dovrebbero avere due vite”)?
Il totem di Alphonse è l’orologio: oggetto comune, status symbol, bene rifugio e richiamo allegorico al tempo che inesorabilmente scorre via. Il protagonista, da bambino, si concentrava sul ticchettio delle lancette, per non sentire i rumori molesti provenienti dalla camera adiacente. Molti anni dopo, Adele gli indicherà la combinazione della cassaforte combinando proprio le lancette di tre differenti orologi. Una punta a est, una a sud, una a ovest. Come i tre momenti del giorno preferiti, l’alba d’inverno, il tramonto d’estate, la notte fonda. Anche Alphonse, una delle poche serie d’autore dei tempi recenti, può spingere lo spettatore a guardare in direzioni diverse: può divertire, disturbare e perfino commuovere.
Che giudizio dare, in definitiva, di Alphonse? Misogino? Maschilista? O, al contrario, un inno alla libertà femminile che può esprimersi facendo dell’uomo il proprio feticcio? Chissà. Trovatela voi una donna che decide di collezionare i DVD di Chi vuol essere milionario, solo per sedersi sul divano e sentire il marito (finto? vero? cambia forse qualcosa?) rispondere correttamente a tutte le domande del vecchio conduttore…
Numero di episodi: 6
Durata: Un’ora ciascuno
Distribuzione: Prime Video
Uscita in Italia: 12 ottobre – 2 novembre 2023
Genere: Drama, Comedy
Consigliato a chi: si è dato un bacio allo specchio, considera Paul Valery un poeta noiosissimo, quando esce il sole imita Jean-Paul Belmondo.
Sconsigliato a chi: ha pianto in taxi ascoltando una vecchia canzone, trova indigesta la trippa, ha paura del trapano elettrico.
Visioni e letture parallele:
- Vi mettiamo in guardia dal remake italiano, intitolato Gigolò per caso, pubblicato di recente sempre su Prime…
- Vi consigliamo i cortometraggi d’esordio di registi francesi, tra cui Ozon e Varda, liberamente disponibili su ARTE
- Un romanzo controcorrente sul coraggio di saper ridere: Yasmina Reza, Serge, Adelphi (2022)
- Sugli eccessi del pensiero woke: Maurizio Bettini, Chi ha paura dei Greci e dei Romani? Dialogo e cancel culture», Einaudi (2023).
Tre spiegazioni per una sola conclusione: “Sono venuta, sono rimasta delusa, me ne vado, tu sei un’idiota” (Margot ad Alphonse).
Una scena che vale tutta la serie: la sequenza musical nel quarto episodio con Adele giovane / vecchia come protagonista.


